Reporter by Profession: Rediscovering Hemingway
Gabriella Airaldi has authored an intriguing biography of the novelist (1899-1961) in his youth, when he was a journalist at the Toronto Star (1921-1924), a crucial period that forged his literary vocation

Di Primavera Fisogni
Un libro che svela Ernest Hemingway al di là di come lo conosciamo, spogliando il narratore di "Fiesta" e "Addio alle armi" da incrostazioni pregiudiziali per andare alle radici della vocazione alla scrittura. Merita attenzione il saggio della professoressa Gabriella Airaldi, "Ernest Hemingway. Una biografia tra giornalismo e politica" (Arcadia Edizioni, 328 pag. 18 euro; in libreria dal 16 ottobre), che si legge come un romanzo. Anzi, come un reportage nella vita del giovane Ernest.
Professoressa Airaldi, possiamo dire che il giornalismo non fu per Hemingway una semplice professione temporanea, ma una vera e propria “scuola d’azione e di stile”?
Per sua stessa ammissione, Hemingway, che fin da ragazzo collabora ai giornali scolastici, riconosce i meriti del giornalismo quando afferma che «… lavorare per un quotidiano può far bene a un giovane… a patto che se ne tiri fuori in fretta….». E fin da ragazzo, curioso di ogni aspetto della vita, sceglie una professione che sollecita la sua naturale capacità di memorizzare e di cogliere in sintesi momenti di vita individuali e collettivi. Più tardi dirà: «Ho sempre voluto fare lo scrittore (...) Cerco sempre di scrivere secondo il principio dell’iceberg. Per ogni parte visibile ci sono sette ottavi nascosti sott’acqua…».

Ad un certo punto, nel 1924,lascia il giornalismo militante. Ne dà notizia alla Stein. Come si spiega?
Nel 1924 Hemingway lascia la testata per la quale lavora- il Toronto Star-, ma non abbandona mai del tutto il giornalismo, che gli offre importanti occasioni per conoscere il mondo e, insieme ai successi letterari, gli garantisce entrate sicure per l’intensa vita che conduce. Ne scrive dal Canada a Gertrude Stein che vive a Parigi – dove lui vuole tornare- e che allora considera una grande amica e un punto di riferimento sicuro per gli intellettuali e gli artisti che hanno deciso di vivere nella città che egli ritiene «la città meglio organizzata che esista perché uno scrittore ci scriva».
Quali elementi del suo lavoro giornalistico contribuirono alla formazione della scrittura letteraria di Hemingway?
Certamente l’esercizio dell’attività giornalistica, che scrive di “cose vere” – un principio fondamentale per Hemingway- e richiede frasi semplici ed esplicative e una costante rinuncia alla retorica, risponde perfettamente all’understatement che accompagna per tutta la vita un uomo che, pur vivendo in mezzo alla gente, preferisce la solitudine, l’unica cosa che gli consenta di fare ciò che veramente desidera: scrivere.
Il libro raccoglie gli oltre 170 articoli che Hemingway scrisse per il Toronto Star tra il 1920 e il 1924. Vuole brevemente presentarli? Che tipo di ricerca c’è dietro?
Ad Hemingway interessano tutti gli aspetti della vita, ma più ancora lo attraggono i comportamenti dell’uomo, che esamina sotto ogni punto di vista, al quale chiede di combattere senza mai venir meno al principio-guida della sua vita: non il coraggio,ma la «grazia sotto pressione» . Tutto lo riguarda: la politica, l’economia, gli aspetti sociali e culturali che cerca di cogliere nelle molte parti del mondo che frequenta. Nel libro ho scelto gli articoli che, a mio parere e insieme ad altre testimonianze, illustrano meglio l’impegno politico e la forte carica ideale che animano un individuo che partecipa intensamente ai movimenti e ai cambiamenti del mondo in cui vive, un interprete perfetto del “secolo breve”.
Che cosa accadde a Hemingway sul fronte italiano nel 1918 e in che modo quell’esperienza influenzò successivamente la sua vita e la sua produzione letteraria? È possibile individuare nel libro collegamenti tra l’esperienza bellica e opere come Addio alle armi?
La guerra e le guerre accompagnano tutta la vita di Hemingway e, insieme con la morte, sono il leitmotiv della sua attività letteraria. Prima ancora di affrontare il tema in Addio alle armi, Hemingway esprime la sua ripugnanza per la guerra scegliendo di fare del giornalista Jake Barnes il protagonista di Fiesta, il suo primo romanzo, quello che più tardi dichiarerà di amare tra tutti. La sua esperienza di guerra sul fronte italiano è solo la prima di una serie. “La guerra mette insieme il massimo dei materiali e affretta l’azione e tira fuori ogni sorta di cose che bisogna aspettare una vita per avere», scrive all’amico Fitzgerald e «… morire è una cosa molto semplice». L’ho guardata la morte e lo so davvero… scrive alla famiglia.
Come cambia Hemingway passando dall’esperienza del fronte italiano agli anni parigini e al contatto con la “Generazione perduta”, come la definì Gertrude Stein in “Festa mobile” (postumo)?
Hemingway fa parte dello stuolo di personaggi che vivono in una città-mondo, una città che rappresenta per lui - come afferma ancora in vita - una «festa mobile». Anche se i primi tempi della sua vita parigina sono anni di povertà assoluta, da quel momento in poi la città diventa per lui un punto di riferimento costante. Parigi è la città degli incontri fondamentali della sua vita – Fitzgerald, Joyce, Eliot, Pound e molti altri – , la città dove vive le prime, fondamentali esperienze letterarie. «È la città che più amo al mondo», dichiara quando vi entra nel momento della Liberazione nel 1944.
In che modo gli articoli giornalistici di Hemingway mostrano il suo “ostinato amore per la libertà” e il suo rifiuto della sopraffazione?
Tutta l’opera di Hemingway -articoli, racconti, romanzi- ruota attorno al suo amore per la libertà, la libertà individuale di uomini e donne, le lotte per la libertà dei popoli, la libertà delle idee, dell’informazione, della scrittura. Ciò si accompagna all’applicazione costante di principi di tolleranza, alla considerazione e protezione di deboli e vinti e, soprattutto, alla scelta di prendere direttamente parte ad ogni dibattito politico , alla partecipazione attiva alla guerra di Spagna ( dalla quale nasce il celebre Per chi suona la campana ) fino alla guida di un manipolo di partigiani francesi al tempo della Seconda Guerra Mondiale.
Dopo decenni gloriosi, di successo planetario, mi sembra che Hemingway abbia perso un po’ di smalto, specie nelle generazioni più giovani. A suo giudizio, come si spiega? E, più in generale, il ritorno alle “radici” del giornalismo, aggiorna in qualche modo la figura di questo grande autore del Novecento?
Ogni generazione vive a modo suo il rapporto con la letteratura. Per la società “ liquida” di oggi ,la scrittura non è più lo strumento e il veicolo primo di una formazione, guidata invece da mezzi tecnologicamente avanzati, che forniscono aiuti insperati e lasciano immaginare un futuro ricco di prospettive. La meditazione sull’essere e sull’essenza, propria di una certa solitudine individuale, oggi può diventare un gioco virtuale accessibile a tutti. Però, se, come sembra, la fin troppo estesa produzione di carattere letterario non va in cerca di nuove prospettive e continua a essere fedele ai canoni metodologici del passato, può esser d’aiuto sapere da dove si proviene e capire che gli intrecci culturali del secolo scorso - come quello tra giornalismo e letteratura - sono una via per capire la storia che ci appartiene.
Chi è Gabriella Airaldi
Gabriella Airaldi è stata professoressa ordinaria di Storia medievale all'Università degli Studi di Genova. Specialista di Storia Mediterranea e delle relazioni internazionali e interculturali dal Medioevo all’Età moderna, ha insegnato in molte Università, ha svolto attività di ricerca per il CNR e per il Ministero degli Esteri in Europa, Africa, Americhe (Stati Uniti, Canada, Perù) e Asia. Membro del Consiglio scientifico del Museo Nazionale dell’Emigrazione Italiana, è autrice di oltre 400 pubblicazioni.
Abstract in English
In this interview conducted by Primavera Fisogni, Professor Gabriella Airaldi discusses her essay titled "Ernest Hemingway. Una biografia tra giornalismo e politica" (Arcadia Edizioni), which offers a fresh perspective on the iconic author by examining the foundational role of journalism in shaping his literary style and worldview.
Airaldi explains that journalism served as Hemingway's primary "school of action and style," cultivating his razor-sharp observational capabilities, preference for direct and non-rhetorical prose, and commitment to the "iceberg theory"—where deep emotional truths remain beneath a concise surface. Focusing on over 170 articles written for the Toronto Star between 1920 and 1924, the biography highlights Hemingway’s keen analysis of political, economic, and social dynamics across a rapidly changing world, capturing his lifelong guiding principle of "grace under pressure."
The conversation traces Hemingway’s formative experiences: his trauma on the Italian front in 1918, which made war and mortality central motifs in works like Fiesta (The Sun Also Rises) and A Farewell to Arms; his transition to 1920s Paris among the "Lost Generation," where key friendships with figures like Fitzgerald, Joyce, and Pound flourished; and his unwavering dedication to individual and collective freedom. His journalism and fiction alike reflect a firm rejection of oppression, active participation in historical crises—from the Spanish Civil War to French Resistance partisan leadership—and deep solidarity with the vulnerable. Addressing Hemingway's reception today, Airaldi notes that while contemporary digital society has altered how younger generations engage with literature, re-examining Hemingway’s journalistic roots provides essential context for understanding 20th-century history and the enduring intersection of reporting and narrative art. (The Editor)



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