Witnesses of an Alchemic Historical Novel
In an interview conducted by Primavera Fisogni, editor at Rekh Magazine, architect and urban planner Attilio Castelnuovo discusses his debut novel, I testimoni (Albatros, 2026). Shortlisted for the 28th edition of the prestigious "Città di Arona" International Literary Prize, the book weaves a high-adventure plot with late 16th-century history, sacred geometry, and esoteric wisdom

Di Primavera Fisogni
È un debutto letterario che sta misurandosi con grandi soddisfazioni, quello di Attilio Castelnuovo, architetto e urbanista, residente in provincia di Lecco, tra i finalisti del Premio letterario internazionale Città di Arona, giunto alla XXVIII edizione. Il suo romanzo “I testimoni” (Albatros, 2026) intreccia il piano della grande Storia, la fine del Cinquecento, con l’itinerario personale del protagonista Michele e una trama ad alto tasso di avventura, con rimandi alla sapienza alchemica. C’è un manoscritto che si contendono sia quanti sono ricchi di denari, sia le menti più elevate.
Signor Castelnuovo, come si riflette la sua formazione da architetto e urbanista nella struttura narrativa del libro?
Credo che dal libro si evinca la mia ricerca interiore verso significati “alti”; questo percorso personale permea tutto il mio vivere, compreso il mio essere professionista; nelle pagine del libro vi è quindi l'essenza dei miei studi su queste discipline.
Il richiamo alle sezioni auree nelle costruzioni, così come all’armonia della distribuzione degli spazi urbani, non è solamente un rimando al senso del “bello” umano e terreno, ma supera le barriere della materia, diventando “segni” di una sensibilità che trascende la ragione e affonda le proprie radici nell’anima.
Queste opere dell’uomo parlano al nostro essere più profondo e sono accomunate con l’arte tutta, che assolve il compito di “ridestare” la nostra parte “animica” (sinonimo di psichico, ndr, Accademia della Crusca) protesa al bello; credo che tutte le arti abbiano questa funzione e che esse seguano le stesse regole e gli stessi rapporti matematici.
C’è una frase che sintetizza questo connubio: “l’architettura è musica allo stato solido.”

Perché ha deciso di debuttare nella letteratura proprio con un romanzo storico?
Sono sempre stato un appassionato di Storia e quindi per me è stata una scelta naturale; oltretutto nel tempo ho maturato la convinzione che per noi italiani, che abbiamo nel nostro patrimonio una storia con una quantità e una qualità che non ha eguali al mondo, diventi una sorta di obbligo morale il ricordare, il proporre, il perpetuare questa nostra inestimabile ricchezza.
A volte ci difetta la memoria, ma basterebbe ricordare che la storia è maestra di vita per renderci conto di quanto noi italiani siamo ricchi di “lezioni” storiche e che basta chiedere per avere le indicazioni corrette per il presente.
Il romanzo affianca figure storiche realmente esistite — come Giordano Bruno (1548-1600) e Ildegarda di Bingen (1098-1179) — a una trama fantastica basata sulla stirpe dei "Testimoni". Come ha bilanciato il rigore della documentazione e del contesto del 1591 con le esigenze della finzione e della licenza poetica?
In realtà non ho avuto grandissime difficoltà in quanto, come accennato nel punto precedente, non mi potrei definire un appassionato di storia se non ricercassi un rigore assoluto nel presentare i fatti dell’epoca. È bastato, quindi, adattare gli avvenimenti di pura fantasia alla vita di questi personaggi storici per poter contare sulla loro meravigliosa “collaborazione”; ovviamente ho rivolto loro il medesimo impegno nell’essere assolutamente rigoroso con la verità storica nel rappresentarli.
Ad esempio, l’ambientazione del romanzo in quello specifico anno è stata voluta, perché desideravo fortemente che un personaggio storico che io ho sempre ammirato, quale Giordano Bruno, fosse un protagonista attivo dello stesso.
Per quanto riguarda Santa Ildegarda, ho individuato quel momento nell'evoluzione dei “Testimoni” perché volevo che lei diventasse parte integrante del romanzo; era mia volontà fare un piccolo omaggio a quella donna portentosa.
Il libro è stato spesso accostato a “Il nome della rosa” per le sue ambientazioni e le sue tematiche. Come hanno accolto la critica e i lettori questo paragone così “ingombrante” ma suggestivo?
Qui è successa una cosa particolare, in quanto questo paragone così ingombrante è stato accolto in maniera più naturale dai lettori che dall’autore. In effetti, quando ho letto le recensioni che parlavano del libro in questi termini, la mia prima reazione è stata pensare quasi a una blasfemia; confrontandomi poi sul punto con lettori e lettrici, questi mi hanno fatto notare che invece vi erano realmente alcuni punti di contatto.
In quel momento mi sono sentito semplicemente onorato di quel paragone e ho pensato che, se anche solo per un passaggio in tutto il libro, la mia opera ha richiamato un maestro di quella levatura, a me rimane solo il piacere di sentirsene felice senza chiedere nulla di più.
Spirali, teorie matematiche di Fibonacci e leggi geometriche attraversano le pagine del libro come segni di un'unità perduta. In un'epoca che tende a separare nettamente la ragione scientifica dalla dimensione dello spirito, cosa può insegnare il Tardo Rinascimento alla nostra tarda modernità?
Sappiamo che ogni epoca storica porta con sé importanti insegnamenti ed ho voluto rappresentare nel libro la tensione fortissima che vi era in quegli anni tra il pensiero libero e la repressione clericale resa puro terrore dalla presenza dell’inquisizione; in quell’epoca la cultura e la scienza si scontravano con i dogmi religiosi.
Credo che il lascito di quel periodo storico stia proprio in questo passaggio; nella nostra modernità siamo invitati a far tesoro di quegli avvenimenti e quindi a porre la massima attenzione a non sostituire il dogma religioso con quello scientifico.
Tutto ciò che non è scientificamente dimostrabile in questo momento non è sempre e soltanto “spazzatura buona per gli allocchi”; a volte è semplicemente non ancora dimostrato e nulla vieta di pensare che lo possa essere in futuro.
La lezione è quella di usare questa nostra grande conquista, vale a dire il nostro pensiero scientifico razionale, nella sua accezione più nobile, con la mente aperta ad ogni possibilità, anche quelle che potrebbero sovvertire in futuro il nostro modo di pensare.
Nel romanzo la conoscenza non è mai neutra: se privata di un'etica, rischia di trasformarsi in uno strumento di devastazione e controllo. Ritiene che questo conflitto tra l'élite dei "custodi" e le gerarchie del potere rispecchi anche le nostre inquietudini attuali sul cattivo uso delle tecnologie e dell'informazione?
L’etica della conoscenza nei citati custodi ha una matrice molto chiara: essa non è solo arricchimento personale, al contrario, è soprattutto condivisione; il concetto è ribadito anche da un passaggio in una delle lezioni di Frate Flavio.
Egli dice che se si estremizza la personalizzazione del sapere, questo diventa un “trattenere” la conoscenza per sé, per sentirsi più bravo o essere più potente; questo è un puro sentiero egoico e nulla porta di buono nell’ottica dell’evoluzione del genere umano.
Mi pare che l’attualità del tema sia sotto gli occhi di tutti, nelle nuove tecnologie, nell’informazione e nell’immensa ricchezza materiale di pochi che questa visione sfrenatamente individualista della conoscenza genera ai giorni nostri.
Michele è un ex uomo d'armi. Come ha costruito un eroe di "cappa e spada" comunque proteso verso l'elevazione spirituale?
Ho voluto tratteggiare il personaggio di Michele in modo completamente umano, in tutte le sue sfaccettature; Michele non è un cavaliere senza macchia e senza paura e non esita ad accettare l’incarico di rubare in casa di chi considera un grand’uomo, semplicemente perché lo pagano molto bene; si riserva poi di fare i conti con la propria coscienza in un secondo momento.
Egli però nel corso del romanzo si eleva sempre più verso la consapevolezza, in una sorta di “Via del Guerriero” dal sapore vagamente orientaleggiante; a Michele è dedicato l’estratto di Franco Battiato all’inizio del libro.
L’essenza vera del personaggio la fornisce il suo maestro, quando dice che ognuno ha una serie di compiti nella vita e la sua strada, pur apparendo meno nobile e più violenta, non è meno meritevole rispetto a quella dei suoi santi familiari.
Michele è dunque solo apparentemente un personaggio compreso nei confini del guerriero “cappa e spada”; lui è, come tutti gli altri esseri umani, un’anima in cammino e qualunque cosa faccia nella vita è naturalmente protesa alla sua crescita spirituale, con le sue cadute e le sue conquiste.
Guaritore, sapiente e vegetariano «per pietà verso il vivente», Frate Flavio incarna una spiritualità fondata sull'armonia con il cosmo anziché sul dogma istituzionale. A quale modello spirituale o filosofico si è ispirato per tratteggiare la sua figura?
Quando si da forma ad un personaggio di questo genere, viene naturale ispirarsi a figure di grandi illuminati che hanno indicato la via spirituale al genere umano nel corso dei secoli e dei millenni, ad esempio come i grandi maestri ascesi Cristo o il Buddha; nondimeno si pensa ai grandi e santi personaggi storici che hanno spiritualmente dato una mano di vernice colorata al grigio con il quale noi esseri umani tendiamo a tinteggiare gli anni delle nostre incarnazioni.
Il mio primo pensiero nel tratteggiare Frate Flavio è andato però ai tanti maestri sconosciuti che ogni giorno e da sempre si donano agli altri, nel servizio e nella generosità, insegnando magari ad un piccolo gruppo di persone ciò che è giusto fare per loro stessi e per l’umanità.
Lei è lecchese, quanto ha contato Manzoni in termini di ispirazione?
Basta fare una passeggiata nella città di Lecco per vedere in continuazione rimandi al Manzoni e al suo capolavoro, e questa bella domanda mi induce a soffermarmi su quanto questa figura sia centrale nella vita di tutti noi lecchesi. Il Manzoni è stato, ai tempi delle scuole dell’obbligo, uno zio barboso che bisognava studiare; ma nell’età adulta è diventato, magari inconsciamente, un modello al quale ispirarsi. Il gusto nel disegnare i personaggi e il loro carattere, l’etica nel rigore della ricostruzione storica e il tentativo di far respirare al lettore quella specifica atmosfera, la ricerca di un equilibrio tra verità storiche e invenzioni letterarie. Così Manzoni diventa un vecchio e caro zio di cui si ha il piacere di ascoltare i racconti.
I personaggi femminili del romanzo introducono una riflessione importante sul corpo, sul desiderio e sulla colpa. In che modo la relazione amorosa si trasforma nel libro da potenziale "caduta" a strumento di ascesa e completamento dell'essere umano?
Nel romanzo l’Amore è un protagonista assoluto, in tutte le sue forme; quello universale ed illuminato, quello del Testimone nei confronti del malvagio, schiavo del potere; quello materno, quello fraterno, quello terreno tra i protagonisti.
In queste dissertazioni sull’amore ho voluto fortemente stigmatizzare la demonizzazione del corpo femminile nel corso dei secoli e l’abominevole uso del senso di colpa atto a rendere brutto ciò che invece è bellissimo, vale a dire il corpo umano! Questo è il nostro vestito, ma è anche il nostro tempio e, come tale, va rispettato e amato.
L’amore terreno, sia dal punto di vista sentimentale, fisico o sessuale, è visto come un protendere ad un’estasi più alta, presente nel nostro essere più profondo e da noi sempre inconsciamente ricercata.
Ho voluto che le donne del libro raggiungessero questa estasi amorosa, come piccolo “risarcimento” delle brutture perpetrate ai loro danni da secoli e secoli di soprusi.
La sua prosa non teme di essere ampia, argomentativa ed esplicita nei dialoghi filosofici. Come ha lavorato al testo? Quante versioni e riscritture ha completato?
La gestazione di un romanzo così articolato e vario nei suoi argomenti è inevitabilmente lunga, ma in realtà la sua stesura ha seguito una via singolare; nella prima parte di lavoro, moltissime sono state le ipotesi che ho messo su carta; idea per idea, avvenimento per avvenimento, ogni giorno un mattoncino in più ed in quella lunga fase preliminare ho riempito pagine e pagine che poi sono state rielaborate, rifatte ed in buona parte cestinate.
Nel momento però in cui lo svolgimento si è chiarito nella mia mente, è stato tutto molto spontaneo e mi sono sentito semplicemente pronto; tutta la storia era lì davanti ai miei occhi e a me restava solo da scriverla e portare così velocemente il romanzo a vedere la luce.
Da quel momento non ho più avuto necessità di apportare sostanziali modifiche al romanzo e la riscrittura non è praticamente esistita.
In una società contemporanea che ha trasformato la conoscenza in merce e il potere in spettacolo, qual è il messaggio più urgente che “I Testimoni” vuole consegnare al lettore?
In effetti, la nostra società, sia negli argomenti citati, sia nel suo complesso, sta offrendo il peggio di sé e il genere umano sembra in una fase di regressione; proprio in questo senso però il libro offre una visione ed un messaggio che sono in realtà molto semplici ed immediati.
Il nostro fine come esseri incarnati è di progredire ed elevarci, pur con le nostre cadute lungo la strada e come tale va valutato l’attuale abbrutimento della società che stiamo osservando. È la manifestazione di un'umanità ancora giovane che ha bisogno di esperienze, di errori e appunto di cadute; il genere umano crescerà e supererà anche queste brutture e tutti noi siamo chiamati a dare il nostro contributo affinché la strada verso un'evoluzione più consapevole sia la più breve possibile.
Chi è l’intervistato

Attilio Castelnuovo è nato nel 1963 e vive in provincia di Lecco. Laureato in Architettura, studioso di storia, di musica, dei temi propri della ricerca interiore; le molteplici esperienze in questo campo lo hanno portato a diventare Counselor Olistico e Life Coach.
Abstract in English
In an interview conducted by Primavera Fisogni, editor at Rekh Magazine, architect and urban planner Attilio Castelnuovo discusses his debut novel, I testimoni (Albatros, 2026). Shortlisted for the 28th edition of the prestigious "Città di Arona" International Literary Prize, the book weaves a high-adventure plot with late 16th-century history, sacred geometry, and esoteric wisdom. Castelnuovo explores how his professional background in architecture and urban design informs the structural and philosophical framework of his writing, linking golden ratios and spatial balance to an innate human yearning for spiritual transcendence.
Set against the tense historical backdrop of 1591, the narrative balances rigorous historical accuracy with poetic license, featuring real historical figures such as Giordano Bruno and Hildegard of Bingen alongside fictional elements. Frequently compared by readers and critics to Umberto Eco’s The Name of the Rose, the novel examines timeless ethical questions surrounding knowledge, power, and human consciousness. Castelnuovo addresses the contemporary relevance of these themes, drawing parallels between Renaissance dogmatism and modern over-reliance on scientific absolute truth. He also details the construction of his complex characters—from the spiritually evolving mercenary protagonist, Michele, to the holistic healer Brother Flavio—and highlights the influence of Alessandro Manzoni on his narrative craft. Ultimately, Castelnuovo frames both human love and historical struggle as essential catalysts for collective spiritual growth. (The Editor)



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