Fashion Is Falling; Thanks God Travolta Is Back
- Primavera Fisogni
- May 30
- 6 min read
There were a few memorable lines in “The Devil Wears Prada 2,” but the film “Propeller One-Way Night Coach” (Italian title: “Volo notturno per Los Angeles”), which American actor John Travolta presented at the 2026 Cannes Film Festival as his directorial debut, was far more interesting. On the Croisette, Travolta received an honorary Palme d'Or for his career. Novelist and journalist ANNA SAVINI reviewed for Rekh Magazine Leisure

Di Anna Savini
«Il futuro avanza verso di noi come la lava di Pompei. L’unica cosa che noi possiamo fare, è lasciare che ci travolga». Il Diavolo veste Prada 2 si basa su questa battuta che è riferita all’editoria, destinata a finire sepolta come le case di Pompei, a causa dei social media e dell’Intelligenza artificiale. La sceneggiatura fotografa tutti i cambiamenti che si sono verificati nei vent’anni passati tra il primo e il secondo film. Ci sono i quotidiani e le riviste che chiudono per mancanza di lettori e investitori, i costi dei giornalisti troppo alti che vengono rimpiazzati con personale anche meno qualificato, ma comunque perfetto, perché pagato molto meno. Ci sono i budget ridotti all’osso, quindi, per esempio, ci sono servizi di moda di due settimane per dieci in Africa tutto spesato, che di colpo si tramutano in servizi con immagini generate dall’IA a costo zero. «Perché tanto verranno guardate tre secondi sui social, per poi passare ad altro», dice Miranda a Nigel.
La gente è distratta, annoiata, disinteressata, e pure abituata ad avere tutto gratis. I giovani non fanno la gavetta. Non si fanno più mettere in piedi in testa da nessuno, e anzi pretendono che venga seguito un codice etico, che venga usato un linguaggio appropriato, deve essere tutto politicamente corretto. I giovani chiedono prima di dare.
Miranda non lancia più cappotto e borsa sul tavolo dell’assistente, se li deve appendere da sola. In ufficio ci sono ragazzi obesi, che comunque bisogna chiamare diversamente magri, e meglio ancora non far caso a quanto pesano.
C’è tutta la modernità che avanza, a partire dai cellulari e dalla dittatura delle views. Ci sono le unghie con il gel, i patch sugli occhi, gli ovuli congelati in clinica, la meditazione zen, i blazer di Galliano presi al mercatino a 10 euro (fantascienza). Ci sono le riunioni al bar del giornale anziché nei ristoranti stellati, ci sono artiste (Lady Gaga) in crisi di identità, che non si piacciono, ci sono un sacco di cose, ma manca tutto. Manca il collante, manca il coinvolgimento, manca il climax, sentirsi dentro a una storia, dimenticare che è un film, fremere sulla sedia del cinema per scoprire cosa succede.
Manca la spontaneità di Anne Hathaway che fa troppo di tutto, come se ogni scena iniziasse con “ok, giriamo la scena di quella che è appena stata licenziata e fa il discorso mentre sta prendendo il premio”, “facciamo la scena di lei che non sa se accettare il lavoro e tornare da Miranda”, “giriamo la scena in cui torno da Miranda ma Miranda non sa che sono arrivata”. E via...
Tutto il film è così, come il seguito di Top Gun dove le battute citofonate rovinavano l’effetto a chi aveva adorato il primo. Nel Diavolo veste Prada 2 manca perfino la colonna sonora, nessuno dei brani del film sostituirà "Suddenly I see" del primo film.
E’ come se il film volesse dire "ok siete cambiati? Siete peggiorati? Volete le series anziché i filmoni anni Cinquanta? Beccatevi il seguito così". Il messaggio è questo, anche se il regista è sempre David Frankel, e comunque è un film benefico per il cinema, perché riporta tutti in sala, madri, figlie, nonne e mariti al seguito.
Però è un film che trasmette molta malinconia, proprio per l’immagine della lava di Pompei che avanza.
Il segreto forse arriva dall’unica battuta memorabile del film. Quando la nuova assistente di Miranda chiede ad Anne Hathaway che fine hanno fatto gli stivali che aveva messo alle sfilate di Parigi, lei risponde che li ha regalati. La segretaria fa una faccia tra lo stranito e il disgustato e dice «Chi dà via Chanel?».
E questo dice tutto su quanto bisognerebbe tenersi stretto del passato, in un mondo che pensa solo a sbarazzarsi dei vecchi sistemi senza scegliere di intrecciare passato e futuro in un presente migliore, che evidentemente non interessa a nessuno. «Tutti vogliono essere noi», non esiste più. Ognuno pensa a se stesso, mentre il sistema crolla, il mondo cade a pezzi. E la gente dà via Chanel senza capire che nel passato ci sono le basi per il futuro, e senza basi, il futuro è solo lava che avanza senza che nessuno si preoccupi di finirci sotto.
Il colpo d'ala di John Travolta
Molto meglio, allora, il viaggio a ritroso di John Travolta in “Volo notturno per Los Angeles” presentato al Festival di Cannes e premiato con la Palma d’oro d'onore. La scenografia è anni '50. È la storia di John Travolta bambino in volo verso Los Angeles con sua madre.
La mamma sembra una diva di Hollywood e da diva di Hollywood si comporta. Il bambino, che interpreta Travolta da piccolo, è ammaliato dagli aerei con le scritte rosse Twa.
La fotografia è monumentale, un po’ tipo Wes Anderson. La voce narrante, di John Travolta, accompagna le scene, ci sono intuizioni brillanti e battute divertentissime. C’è nostalgia, ma c’è anche speranza, la speranza di un bambino con una mamma un po’ strampalata che sogna di fare l’attrice e che lui - solo per far colpo sulla hostess- presenta già come una diva pronta a girare con Paul Newman. A un certo punto il bambino dice «su quell'aereo avevo tutto, la mia mamma, il mio migliore amico e la mia fidanzata».

Tutta la sala ha riso, ma la battuta era la verità. Il futuro di quel bambino era scritto tutto li, perché lui sarebbe diventato un attore leggendario, lui avrebbe imparato a pilotare gli aerei (perdendo anche il ruolo di "Ufficiale e gentiluomo"), lui avrebbe incontrato sua moglie, Kelly Preston, su un aereo e lui sarebbe diventato un padre cosi attento e amorevole da dirigere la figlia Ella nella parte di hostess presentandola al pubblico, non tanto e solo come figlia, ma come un’attrice in grado di catalizzare l’attenzione del pubblico in un'inquadratura che ricorda molto Grace Kelly.
Nel passato c’è scritto tutto, l’equilibrio tra guardare indietro, guardare avanti o lasciare che la lava ti travolga. Una sfida che il cinema deve affrontare tutti i giorni senza farsi troppe domande. Prima di finire come in “Sanguine”, un altro film presentato a Cannes, dove lo stress innesta un virus mangiacarne, che fa esplodere le vittime in atti violenti, prima di implodere e suicidarsi. Meglio la calma di un vecchio film. Meglio le vecchie battute di Miranda. Meglio un «E tutto».
Cercando di non pensare troppo alla lava di Pompei.
Chi è l'autrice

Anna Savini, giornalista, lavora a Como al quotidiano «La Provincia di Lecco». Ha collaborato con «Vanity Fair», «Gioia», «Grazia» e «Il Giornale». Tra i suoi libri ricordiamo il best seller "Buone ragioni per restare in vita" (Mondadori) che l'ha fatta conoscere come narratrice di talento.
Abstract in English
In her first movie review for REKH MAGAZINE LEISURE, novelist and journalist ANNA SAVINI explores the existential crisis of contemporary cinema through a comparative analysis of two contrasting cinematic paradigms: David Frankel’s The Devil Wears Prada 2 and John Travolta’s Night Flight to Los Angeles. Together, these works articulate a profound anxiety regarding the digital age, the erosion of cultural heritage, and the tension between technological advancement and creative preservation.
As Savini writes, in The Devil Wears Prada 2, the modern media landscape is conceptualized as an inescapable volcanic eruption—a "Pompeii of publishing" where artificial intelligence, algorithmic "views," and social media fragmentation bury traditional journalistic rigor and high-fashion iconography. Frankel’s sequel serves as a meta-cinematic critique of its own medium. By depicting a world driven by zero-cost AI-generated imagery, hyper-distracted audiences, and clinical PC-culture dogmas, the film intentionally sacrifices structural cohesion, spontaneous performance, and musical memorability to mirror a degraded cultural reality.
Conversely, Travolta’s Night Flight to Los Angeles offers a redemptive, retrospective antidote. With a stylized 1950s aesthetic reminiscent of Wes Anderson, the narrative transcends simple nostalgia to establish the past as a vital, foundational blueprint for destiny and self-actualization. Through a deeply personal narrative of childhood aviation, maternal idolization, and generational continuity, the film demonstrates how history balances future aspirations rather than annihilating them.
Ultimately, Savini's review juxtaposes the self-destructive cynicism of the modern digital landscape against the restorative power of classic cinema, arguing that the survival of narrative art relies on a harmonious synthesis of past and future. Without this historical anchor, contemporary culture risks imploding under the weight of its own accelerated progress, leaving society paralyzed beneath the encroaching lava of technological determinism. (The Editor)



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