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Artificial Intelligence: What's at Stake

  • Writer: Primavera Fisogni
    Primavera Fisogni
  • 3 days ago
  • 9 min read

With an article by Gianfranco Brevetto, Italian sociologist and editor-in-chief of Exagere magazine (Società Italiana di Psicologia e Pedagogia), we embark on an in-depth exploration of human action and the agency of digital machines. As usual, Rekh Magazine, a journal of systemic thinking, adopts an interdisciplinary approach


Immagine generata con AI da Gemini


di Gianfranco Brevetto



L’Intelligenza Artificiale è destinata a restare, chissà ancora per quanto tempo, in bilico tra fatto di cronaca e questione riservata a pochissimi esperti. Si tratta di un processo, in termini di definizione e costruzione, in itinere, e ripeto, chissà ancora per quanto tempo.

Appaiono molteplici e varie le sue declinazioni, sottomesse, peraltro, al costante timore dell’esplosione di una bolla speculativa legata ai titoli quotati in borsa ad essa associati. Occorre, tra l’altro, precisare che i principali investimenti nell’IA arrivano dai grandi colossi statunitensi come Google, Amazon e Microsoft.

D’altro canto, però, parlare di IA ci affascina, i suoi prodotti attirano la nostra attenzione, restiamo sovente bouche bée di fronte alla capacità dei nostri portatili e dei nostri smartphone di modificare immagini, suoni, creare video realistici in pochi attimi. ChatGPT, poi, è in molte occasioni una panacea per tutti i mali, una lampada di Aldino digitale.

Ma, inutile dirlo, il problema in realtà è più complesso, l’Intelligenza Artificiale non è un divertimento per adolescenti. Le poste in gioco sono molto alte, soprattutto se consideriamo il concertarsi degli investimenti nei campi della ricerca militare e scientifica.

Se, invece, ci soffermiamo sull’aspetto squisitamente definitorio, occorre ricordare che oggi esistono 53 differenti definizioni di intelligenza, ad ognuna delle quali si può associare l’aggettivo artificiale. La mancanza di un consenso sulla definizione non è di poco conto. E non è facile risolvere questo piccolo problema, venirne fuori. Ma, come accade in molti casi similari, soprattutto quando ci riferiamo a cose presenti nella vita quotidiana, c’è una piccola astuzia da utilizzare: basta dire che una cosa è quella solo quando la vediamo e la riconosciamo come tale1. E, per evitare di trovarci senza punti di riferimento, dobbiamo affidarci ad un termine generico. IA, infatti, è “una scorciatoia, usata per riferirsi approssimativamente a diverse discipline, servizi, prodotti tecnoscientifici talora solo genericamente correlati”. L’IA è una famiglia in cui la somiglianza, e talvolta solo per pochi tratti, è il criterio di appartenenza2”. IA è, quindi, un concetto che ci serve per tenere insieme l’App del telefonino, le incursioni di assistenti virtuali in Whatsapp e in alcuni siti di istituzioni private e pubbliche, le evoluzioni della robotica e i sofisticatissimi progressi in ambito scientifico.

Una delle modalità di circoscrivere ulteriormente la definizione dell’IA può essere basata sull’evidenza controfattuale, cioè considerando quelle modalità che possiamo definire intelligenti se fossero messe in atto da un essere umano.3

Ambiguità che comporta altre conseguenze: dietro la maggior parte dei discorsi in materia rischia di nascondersi la tendenza a sproloquiare e parlarsi addosso. A questo proposito, Carlo Sini ha messo in luce una serie di carenze che accompagnano queste discussioni:4

- innanzitutto, vi è un’immagine degli umani ricalcata, su un modello ottocentesco o dei primi del novecento;

- si percepisce, in questi discorsi, la totale ignoranza di ciò che ha prodotto l’umano attraverso la tecnologia, in particolare come l’IA sia il prodotto della grande rivoluzione alfabetica;

- nel complesso è poi universale l’ignoranza del rapporto dell’umano con la tecnologia, considerata, quest’ultima, come un’aggiunta alla natura biologica degli umani. Ma, un umano senza tecnologia sarebbe un puro non senso.5

La tecnologia è solo una protesi, più o meno autonoma, dell’umano o è parte inscindibile da esso?

L’apprendista stregone è un notissimo componimento di Goethe che narra di un poco diligente allievo di un mago. Allievo, a tal punto maldestro, che si fa sfuggire di mano un incantesimo, con tutte le prevedibili conseguenze.

Quello di un’invenzione, di una magia o di un mostro che si sottrae al suo creatore è uno dei miti nati con l’avvento delle prime novità scientifiche legate al campo dell’elettricità e alle prime scoperte nel campo della fisiologia medica. Frankenstein per citare un caso e, non ultima, la presunta vicenda del virus del Covid sfuggito al laboratorio dove era stato creato.

Un’invenzione, un umanoide, una macchina che si sottrae ad ogni comando e controllo ed agisce da sola è cosa di non poco conto. Quello di una possibile Coscienza (non intelligenza) Artificiale è un problema spinoso. Alcuni esaltano, e temono, le capacità, in potenza e in atto, dell’Intelligenza Artificiale nel campo dell’autonomia decisionale, di una IA destinata raggiungere capacità tali da vivere in totale autonomia.

Il problema della coscienza, com’è immaginabile, è qualcosa che riguarda i campi della neurologia, della fisiologia, psicologia, psichiatria, filosofia. Si tratta qui del percepirsi come un’identità, un’entità autonoma capace di differenziarsi dagli altri, dell’attribuire un significato a quanto si fa, anche prevedendone fini e effetti.6

Quel genio di Georges Perec non poteva iniziare uno dei suoi più famosi scritti in modo migliore. La vita, istruzioni per l’uso è certamente uno dei capolavori della letteratura francese del Novecento apprezzato, non in ultimo, anche da nostro Italo Calvino che lo definì l’ultimo avvenimento nella storia del romanzo.

All’inizio, l’arte del puzzle sembra un’arte breve, di poco spessore7 - scrive Perec nel preambolo al libro - eppure non è il singolo pezzo che lo compone a dominare bensì la struttura nel suo complesso: “ la conoscenza del tutto e delle sue leggi, dell’insieme e delle sua struttura, non è deducibile dalla conoscenza delle singole parti che lo compongono8. Questo significa, precisa Perec, che “ si può guardare il pezzo di un puzzle per tre giorni di seguito credendo di sapere tutto della sua configurazione e del suo colore, senza aver fatto il minimo passo in avanti […] solo i pezzi ricomposti assumeranno un carattere leggibile , acquisteranno un senso”.9

Ma appena si inizia a connettere quel pezzo ad altri, il pezzo singolo sparisce, e l’insieme creato diventa a sua volta un puzzle da riconnettere ad altri singoli pezzi o gruppi di pezzi faticosamente formati.

Dalla conoscenza di questo gioco, il puzzle, che in inglese significa mistero, enigma, rompicapo, dalle sue varianti e dalle sue svariate complessità (non ultimo il crescente numero di pezzi) se ne può, dice Perec, dedurre una verità ultima:

Malgrado le apparenze, non si tratta di gioco solitario: ogni gesto che compie l’attore del puzzle, il suo autore lo ha compiuto prima di lui […].10

Forse, nonostante tutto, siamo e restiamo ancora dei semplici giocatori di questo enorme e infinito gioco del quale abbiamo appena sollevato il coperchio.


1 Luciano Floridi, Etica dell’intelligenza artificiale, sviluppi opportunità, sfide, 2022, Raffaello Cortina Editore, pag.41.

2 Idem , pag. 41

3 Idem pag. 44

4 Carlo Sini, Intelligenza artificiale e altri scritti, Jaca Book, 2024, pag.32

5 Idem, pag. 32

6 Ho scelto di indicare solo alcuni possibili aspetti della coscienza, tanti altri potrebbero affiancarsi e anche sostituirsi a questi. Vi è qui lo stesso tipo di problema definitorio che si trova per l’intelligenza.

7 Georges Perec, Vita istruzioni per l’uso, Bur, 1989, pag. 7

8 idem

9 idem

10 idem, pag 9


L'autore


Gianfranco Brevetto, laureato in sociologia, giornalista e narratore, ha ricoperto incarichi per attività didattiche presso le università di Napoli e Pisa. Ha al suo attivo numerose pubblicazioni. È stato ideatore e curatore dei volumi Albert Camus. Mediterraneo e conoscenza (2003) e Georges Brassens. Una cattiva reputazione (2007). Ha tradotto dal francese: Maurice Halbwachs, I quadri sociali della memoria (1997), Pascal Bruckner, La tentazione dell’innocenza (2001), Emmanuel Bove, La Coalizione (2011) ed Emmanuel Bove, Il Presentimento (2012). Ha curato la prefazione del volume di P. Fisogni, Into the Void. The experience of emptiness between the Real and the Digital (2020). Dirige, dal 2016, la rivista “Exagere” (www.exagere.it della SIPP Società Italiana di Pedagogia e Psicologia.



English text


Artificial Intelligence is destined to remain—for an unpredictable duration—poised between the realm of mainstream news and a specialized domain reserved for a restricted circle of experts. It is a process of definition and construction that remains in itinere; a state of flux that may persist indefinitely. Its manifestations appear manifold and diverse, perpetually overshadowed by the spectre of a speculative bubble bursting within the stock market assets tied to its development. Furthermore, it is essential to note that the primary capital investment in AI originates from American tech behemoths such as Google, Amazon, and Microsoft.

Conversely, the discourse surrounding AI exerts a profound fascination; its outputs captivate us, often leaving us bouche bée at the capacity of laptops and smartphones to manipulate images and sound, or to generate hyper-realistic video in mere moments. ChatGPT, in many respects, is presented as a digital panacea—a modern Aladdin’s lamp. Yet, it serves no purpose to obscure the reality: the matter is far more complex. Artificial Intelligence is not a mere adolescent diversion. The stakes are exceedingly high, particularly when considering the concentration of investment within military and scientific research.

If we shift our focus to an exquisitely definitional perspective, we must acknowledge that there currently exist fifty-three distinct definitions of intelligence, to each of which the adjective "artificial" can be appended. This lack of definitional consensus is a non-trivial issue. Resolving this impasse is no simple feat. However, as is often the case with ubiquitous phenomena in daily life, one might employ a certain ruse: to assert that a thing is defined simply when we perceive and recognize it as such¹. To avoid a total loss of conceptual landmarks, we must rely on a generic umbrella term. AI is, in fact, "a shortcut used to refer approximately to diverse disciplines, services, and techno-scientific products that are sometimes only tangentially related. AI is a family in which resemblance—at times based on only a few shared traits—is the criterion for membership"².

AI is, therefore, a concept of convenience used to bridge the gap between mobile applications, virtual assistants on WhatsApp or institutional websites, the evolution of robotics, and highly sophisticated scientific breakthroughs. One method to further delineate the definition of AI is through counterfactual evidence: considering those processes that we would define as "intelligent" were they performed by a human being³.

This ambiguity carries significant consequences: much of the contemporary discourse risks devolving into a self-referential "talking over" one another (sproloquio). In this regard, Carlo Sini has highlighted a series of lacunae inherent in these debates⁴:

  • First, there persists an image of the human modelled on nineteenth or early twentieth-century archetypes.

  • There is a pervasive ignorance regarding what humanity has produced through technology; specifically, how AI is a direct product of the great "alphabetic revolution."

  • Broadly speaking, there is a universal misunderstanding of the relationship between the human and the technological, with the latter viewed as a mere "add-on" to biological nature. Yet, a human devoid of technology would be a fundamental non-sense⁵.

Is technology merely a prosthesis—more or less autonomous—of the human, or is it an inseparable constituent of it?

Goethe’s The Sorcerer's Apprentice famously depicts a negligent pupil who loses control of a spell, with predictable catastrophic results. The trope of an invention, a magic, or a monster that escapes its creator’s dominion is a myth born alongside early scientific advancements in electricity and physiology—Frankenstein being the quintessential case, followed more recently by the alleged narrative of a laboratory-leaked virus. An invention, a humanoid, or a machine that evades command and acts autonomously is a matter of profound gravity. The possibility of an Artificial Consciousness (as opposed to mere intelligence) remains a thorny problem. Some celebrate, while others fear, the potential and actualized capacities of AI in the realm of decisional autonomy—an AI destined to achieve a state of total self-sufficiency.

The problem of consciousness, predictably, intersects with neurology, physiology, psychology, psychiatry, and philosophy. It concerns the perception of oneself as an identity—an autonomous entity capable of differentiation from "the other," and of attributing meaning to one’s actions while anticipating their ends and effects⁶.

Georges Perec, that singular genius, could not have opened one of his most famous works more poignantly. Life: A User’s Manual is a masterpiece of twentieth-century French literature, lauded by Italo Calvino as the last great event in the history of the novel. "At the beginning, the art of the jigsaw puzzle seems a brief art, of little substance"⁷, Perec writes in his preamble. Yet, it is not the individual piece that dominates, but the structure as a whole: "the knowledge of the whole and its laws, of the set and its structure, cannot be deduced from the knowledge of the individual parts that compose it"⁸. This implies, as Perec specifies, that "one can look at a puzzle piece for three days, believing they know everything about its configuration and color, without having made the slightest progress [...] only the reassembled pieces will assume a legible character and acquire meaning"⁹.

But as soon as one connects that piece to others, the individual piece vanishes; the newly created whole becomes, in turn, a puzzle to be reconnected to other pieces or laboriously formed groups. From the study of this game—the puzzle, which in English signifies mystery and enigma—and its vast complexities, Perec deduces an ultimate truth: "Despite appearances, it is not a solitary game: every gesture made by the player, its author has made before him"¹⁰.

Perhaps, despite everything, we remain merely players in this vast and infinite game, of which we have only just lifted the lid.


  1. Floridi, L. (2022). Etica dell’intelligenza artificiale: sviluppi, opportunità, sfide. Raffaello Cortina Editore, p. 41.

  2. Ibid., p. 41.

  3. Ibid., p. 44.

  4. Sini, C. (2024). Intelligenza artificiale e altri scritti. Jaca Book, p. 32.

  5. Ibid., p. 32.

  6. Note: I have chosen to indicate only a few possible aspects of consciousness; many others could be added or substituted. The same definitional instability found in "intelligence" applies here.

  7. Perec, G. (1989). Life: A User's Manual (It. ed. Vita: istruzioni per l’uso, BUR), p. 7.

  8. Ibid.

  9. Ibid.

  10. Ibid., p. 9.


 
 
 

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