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Relevance of Flannery O'Connor's Thought and Literary Heritage

44 minutes ago
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Interview with Gerardo Ferrara, author, essayist and a specialist in Semitic civilization about an extraordinary American Novelist (1925-1964) whose lesson is still an open page, and an inspirational philosophy of life for troubled, contemporary times


A portrait of the novelist Flannery O'Connor (AI generated image)
A portrait of the novelist Flannery O'Connor (AI generated image)


Di Primavera Fisogni



Se non conoscete l'opera letteraria di Flannery O’Connor (1925-1964), beh, è arrivato il momento di farlo. Dopo aver letto questa conversazione con Gerardo Ferrara, narratore, saggista, specialista delle culture semitiche, non potrete non sbirciare in libreria allo scaffale dei paperbacks. Iniziate dalle "Lettere", se possibile. Vi accompagneranno alla conoscenza diretta di un’autrice dalla straordinaria, contagiosa vitalità e spiritualità. Ferrara ha recentemente firmato un testo su Flannery (https://gerardoferrara.substack.com/p/nel-territorio-del-diavolo), autrice a cui guarda anche come fonte ispirazionale.


Dottor Ferrara, che persona era Flannery? Cosa l’ha colpita al punto di dedicarle anche recentemente un articolo?


Di Flannery O’Connor mi hanno sempre affascinato la straordinaria schiettezza, l’autoironia e quella capacità disarmante di chiamare le cose con il loro nome, senza edulcorare la realtà. Come cito spesso, lei soleva dire: «L’idea di fare lo scrittore alletta un bel po’ di inconcludenti, coloro che sono solo gravati da sentimenti poetici o afflitti da sensibilità».

Non aveva solo il “genio” dell’artista: aveva la dedizione, la ricerca, la professionalità, la “memoria” (se vogliamo citare un concetto caro a un altro maestro della letteratura americana, Raymond Carver). Era, in poche parole, una professionista.

La nostra epoca è invece fatta di dilettanti allo sbaraglio. Basta pubblicare un video su YouTube o accumulare follower sui social per autoproclamarsi artisti, teologi o intellettuali, scambiando una semplice indole estroversa, un po’ stravagante e “capricciosa”, con il vero estro e con il genio creativo. Oggi, infatti, si confonde il concetto di “arte” con quello di “estro” (o meglio, con un’estensione di quest’ultimo termine).

L’arte, infatti, secondo l’Enciclopedia Treccani, è “in senso lato, capacità di agire e di produrre, basata su un particolare complesso di regole e di esperienze conoscitive e tecniche, e quindi anche l’insieme delle regole e dei procedimenti per svolgere un’attività umana in vista di determinati risultati”; ma anche il “complesso di regole necessarie a condurre una serie di operazioni, a svolgere un’attività artistica, o inerenti a una data disciplina”.

Per l’antica concezione classica, greco-romana in particolare, l’arte si identifica con una professione, in quanto richiede una pratica manuale in vista della produzione o della fabbricazione di un oggetto. In greco, infatti, arte si dice τέχνη (techne) e questa parola presuppone una tecnica, una pratica che permette di acquisire, o meglio di affinare, una certa abilità al fine di produrre qualcosa di bello e di buono. L’artista greco era, in pratica, un “tecnico”, una persona che aveva mestiere, altamente specializzata, ma che, prima di mettersi “all’opera”, doveva invocare, a seconda dell’arte cui si dedicava, una delle nove Muse della τέχνη.

Come si vede, nell’antica Grecia un artista doveva possedere non solo una grande abilità, che poteva avere per natura ma che era stata certamente perfezionata e affinata in anni di pratica, ma anche il genio (è questo il senso di votarsi alla Musa e invocarla) o, come diremmo oggi, usando un termine di derivazione cristiana, il talento. L’abilità tecnica non poteva esistere senza il genio, senza il dono contemplativo e metafisico che faceva sì che ciò che l’artista produceva non fosse un mero oggetto funzionale, bensì qualcosa che elevava l’uomo alla dignità divina. Allo stesso tempo, il genio e il talento non potevano contemplarsi senza l’abilità tecnica, la capacità di produrre qualcosa secondo regole precise (si pensi, ad esempio, agli anni di studio e di pratica necessari perché un musicista possa essere definito tale. E non solo: per musicista non intendiamo uno strimpellatore, ma un professionista, qualcuno che ha fatto della musica la sua professione e che non smette mai di formarsi, studiare, approfondire: uno studio che dura tutta la vita! E lo stesso vale, ovviamente, per un pittore, uno scultore, uno scrittore, un poeta, ecc.). L’estro: genio o “estroversione”?

Passiamo allora al termine “estro”. In tempi più antichi, lo stesso termine designava quel “genio”, quel “talento”, quell’ispirazione divina e creativa (votarsi a una divinità ed esserne ispirati, se non “posseduti”) che era alla base della produzione artistica, musicale, letteraria insieme alle competenze tecniche. Oggi, purtroppo, quella stessa ispirazione può essere scambiata con un’indole estroversa, a volte capricciosa, più tipica di un arruffapopoli che di un artista, un arruffapopoli peraltro non dotato di particolari doti e capacità artistiche. Infatti, in passato l’artista era colui che era capace di produrre qualcosa in modo superbo (sia per le proprie doti naturali e professionali che per quell’ispirazione divina che rendeva la sua opera soprannaturale) al fine di “far esprimere” i suoi simili, cioè per comunicare loro qualcosa di insito nella stessa natura di questi ultimi in quanto esseri umani, nonché per indurli a trovare in se stessi quel qualcosa di universale che li elevava al rango di esseri divini. Oggi, invece, l’artista (soprattutto dopo la dissociazione della filosofia dalle altre scienze e arti e la crescente introspezione a cui è sottoposto l’individuo contemporaneo, esistenzialmente “dissociato” dal resto dell’umanità) può essere confuso con chi produce bestseller (libri, dischi, video, film); con chi fa parlare di sé e vuole esprimersi (senza peraltro avere molto da esprimere); con chi non ha più estro nel senso antico del termine, ma è semplicemente un estroverso, uno stravagante, un personaggio.

Il modo attuale di concepire l’artista, quindi, è alquanto fuorviante, perché in realtà non sempre – anzi, sempre più raramente – fa riferimento a chi è un professionista navigato in quello che fa, seppur dotato di una particolare genialità, bensì al dilettante, a qualcuno che “si diletta” nell’arte, a qualcuno che magari avrà pure un certo gusto artistico, una certa sensibilità o anche la capacità di vendere prodotti associati all’arte ma che non è affatto un artista.

Non usiamo, infatti, troppo spesso e a sproposito, l’espressione “Che artista!”?

Flannery O’Connor era l’esatto contrario di questo dilettantismo superficiale. Dalle sue lettere (Il vizio di vivere) emerge una figura che rifiutava la scrittura come esercizio narcisistico o come passerella personale. Per lei — e questo è il motivo principale per cui le ho dedicato un articolo —, essere uno scrittore non significa desiderare di “vedere il proprio nome stampato in cima a qualcosa”, ma avere il coraggio di tuffarsi nella realtà e penetrare in quel “territorio in gran parte posseduto dal diavolo”, che è l’esistenza umana, per rintracciarvi l’azione misteriosa della Grazia.


Scrittrice, ma anche persona con disabilità. La sua condizione non le fu però d’intralcio per sognare in grande e volare alto.


L’isolamento e la sofferenza fisica causati dal lupus non hanno mai minato la sua lucidità; al contrario, hanno affinato la sua visione.

Flannery, pur confinata nella fattoria di famiglia ad Andalusia e costretta a muoversi con le grucce, non si è mai comportata da “dilettante” o da vittima in cerca di facile pietà. Mentre oggi molti usano le proprie fragilità o la propria immagine solo per “far parlare di sé” e imporre la propria personalità — proprio come fanno gli influencer o certi personaggi stravaganti che non hanno “né arte né parte” —, la O’Connor ha lavorato sodo sul suo mestiere. La malattia e l’isolamento le hanno tolto ogni illusione di autosufficienza, regalandole uno sguardo essenziale e spietato, capace di scrutare le “periferie esistenziali” dell’uomo e di trasformare il limite fisico in un punto di osservazione privilegiato sul Mistero.

In questo l’ho paragonata alla sua compatriota Dorothy Day e alla francese Madeleine Delbrêl: ognuna di queste tre grandi donne ha infatti scrutato il Mistero, e ne è divenuta parte, in maniera del tutto singolare, femminile anzitutto, artistica, laica, presenziale o attraverso la scrittura.


Riguardo alla fede, si ha la sensazione che Flannery traesse energia, anche creativa, da questa componente del suo essere.


Certamente. Nell’ispirazione, anzitutto. Mi piace pensarla come qualcuno che non abbandona il suo posto nel mondo, quel posto che, nella Lettera a Diogneto, un antico testo cristiano composto probabilmente alla fine del II secolo, si definisce con il termine greco táxis, che indica la disposizione che un soldato deve mantenere durante una battaglia.


La O’Connor rimane fedele per tutta la vita alla propria missione di artista che per lei, cristiana, era anche un perseguire la verità. Scrisse, infatti: Arte è una parola davanti alla quale la gente batte subito in ritirata, perché troppo altisonante. Ma io, per arte, intendo semplicemente scrivere qualcosa che sia dotato in sé di valore e di efficacia. Base dell’arte è la verità, nella sostanza come nella forma. Chi nella propria opera persegue l’arte, persegue la verità. [---] Scrivere un romanzo è un’esperienza terribile, durante la quale i capelli cadono spesso e i denti si cariano. Sono sempre irritata dalle persone che insinuano che scrivere narrativa sia una fuga dalla realtà. È un tuffo nella realtà ed è molto scioccante per il sistema.


Per lei, quindi, la fede non era un’etichetta da appiccicare all’opera né un pretesto per fare catechismo o indottrinamento. Come diceva lei stessa, l’esperienza religiosa deve essere “nella carne stessa del racconto”. L’artista antico, prima di mettersi all’opera, invocava la Musa per ricevere il genio, ma poi lavorava con la tecnica. Flannery, da cattolica immersa nel profondo Sud protestante, viveva la propria fede come uno sguardo radicato nella realtà. Rifiutava sia la riduzione dell’arte a propaganda religiosa o politica, sia un’estetica astratta e disincarnata. La fede le dava energia creativa proprio perché le impediva di “distogliere pudicamente lo sguardo” dal male o dallo squallore umano. Non cercava di rassicurare il lettore con risposte edificanti, ma mostrava come la Salvezza passi attraverso la materia e il dramma della vita concreta


La saggezza del sangue, il primo romanzo di Flannery, contiene già tutta l’ispirazione che pervade l’opera di questa scrittrice. Fede in Dio, Sud degli Stati Uniti, centralità della libertà, un lato pulp, l’ironia. Come potremmo parlare oggi di Flannery scrittrice a chi non ne conosce l’opera?


La presenterei come una scrittrice spiazzante, potente e aliena da qualsiasi trucco o inganno narrativo. A chi non la conosce direi che leggere Flannery O’Connor significa fare un incontro d’impatto con la realtà condito da un’ironia graffiante e da venature quasi pulp.

Oggi si tende a giudicare un’opera d’arte in base a criteri etici, sociali o commerciali: si vuole che un libro educhi, che promuova giuste cause o che non offenda la sensibilità di nessuno. È un atteggiamento con cui mi sono scontrato spesso anch’io come narratore, quando alcune case editrici mi hanno rifiutato dei romanzi perché la protagonista aveva un carattere aspro o perché descrivevo la cruda violenza della guerra in Siria, suggerendomi di “distogliere lo sguardo”. Ma la coerenza narrativa viene prima di tutto! Flannery O’Connor non prendeva in giro il lettore: i suoi personaggi sono cinici, arroganti o fanatici, ma sono veri. Parlare di lei oggi significa presentare un’autrice che non vende illusioni consolatorie e non dona un messaggino moralistico, ma usa la narrazione per metterci di fronte alla verità di noi stessi, pur, a differenza di autori come Carver, preservando nella sua opera l’ineluttabilità della Grazia, come ne La saggezza nel sangue, il cui protagonista, Hazel Motes, fonda una “Chiesa di Cristo senza Cristo”, tragico tentativo di espellere il religioso dalla vita, ma la sua curiosa nemesi testimonierà proprio l’ineluttabilità della Grazia.


L’uso del grottesco e del paradossale sono tipici della letteratura di O’Connor. Possiamo parlare di gotico americano?


Sì, s’inserisce a pieno titolo nel Southern Gothic, ma con una profondità teologica del tutto originale.

E qui si può parlare di “grottesco”. Il termine, che deriva dalle “grotte” della Domus Aurea di Nerone, in cui furono rinvenute pitture raffiguranti personaggi fantastici e bizzarri, indica ciò che è comico e inquietante al tempo stesso e ricorda, nella letteratura italiana, lo stile di Luigi Pirandello.

Figure deformi, improvvisa violenza, scene buffe o crudeli: O’Connor nei suoi scritti fa sì che il lettore guardi la realtà senza veli, poiché la deformità e l’eccesso sono appunto vie attraverso cui, nella sua letteratura, la Grazia può manifestarsi. Oggi le chiameremmo, per usare una definizione cara a Papa Francesco, “periferie esistenziali”.

Flannery O’Connor s’inserisce in una lunga scia di narratori statunitensi che scavano nel profondo della coscienza del Paese, come Faulkner e McCullers, ma se ne distingue per la visione teologica che non teme lo “scandalo” della Grazia. Il suo linguaggio duro e la sua visione radicale non “consolano” il lettore, ma gli spiattellano davanti il mistero cristiano.

Nel leggerla, mi è parso di rivedere alcuni tratti della scrittura di Raymond Carver, maestro del minimalismo. Come O’Connor, infatti, Carver non racconta eroi o personaggi straordinari, bensì persone mediocri, spesso sconfitte dalla vita, “senza apparenza né bellezza”.

I due autori hanno poi in comune l’attenzione maniacale alla quotidianità, che si traduce in un concetto che mi è caro: gli “occhi” e la memoria, per osservare, ricordare e riportare nel racconto eventi e caratteristiche fisiche e psicologiche di persone reali. Occhi e memoria sono dunque una componente tanto necessaria per il narratore quanto il talento e il dono contemplativo.

Carver lascia i suoi protagonisti come sospesi, senza redenzione o aperture trascendenti. O’Connor, invece, mostra lo stesso squallore umano, però condito con una dose abbondante di Grazia: non una salvezza spicciola, ma la possibilità di redimersi.


Il movimento di Comunione e Liberazione ha avuto il merito, una quindicina di anni fa, di far conoscere Flannery. In particolare, quali aspetti sono stati portati alla luce della sua opera, e quali invece aspettano di essere ancora esplorati?


Il merito di quella riscoperta è stato l’aver evidenziato la portata teologica ed esistenziale di Flannery O’Connor, mostrando come l’esperienza della Grazia non sia mai un’idea astratta, ma un avvenimento che investe e travolge la libertà dell’uomo.

Ciò che invece attende ancora di essere esplorato a fondo è la sua lezione sulla natura dell’arte e della comunicazione, un tema che mi sta particolarmente a cuore:

  • La distinzione tra arte e propaganda: O’Connor smaschera l’illusione che l’arte debba essere uno strumento "utile" per catechizzare o fare battaglia sociale. L’arte ha come fine la bellezza e si fonda sulla verità, non sull’ideologia.

  • L’antidoto al sensazionalismo e al fondamentalismo: In un panorama contemporaneo dominato da personaggi che cercano visibilità a ogni costo, da uno stile aggressivo e divisivo o da mode che trasformano la fede in slogan (come la “teologia della prosperità”), Flannery incarna l’antitesi perfetta. Ci insegna uno stile fatto di sobrietà, rigore professionale e profondo rispetto per la dignità dell’uomo.


Infine, dottor Ferrara, può anticiparci qualcosa del suo ultimo romanzo?


Certamente! Il suo titolo è Paradiso e si tratta di un romanzo intenso e profondo che esplora temi complessi legati all’identità, alla fede, alla disillusione e alla ricerca di senso in un mondo lacerato.

La storia segue il percorso di un giovane romano che compie la radicale e drammatica scelta di lasciare l’Italia per unirsi all’ISIS in Siria, accompagnato da un amico fraterno che è pure il suo reclutatore.

È ovviamente una storia di fiction e, pur tra varie dinamiche che vedono intrecciarsi il rapporto di un giovane occidentale con la famiglia, gli amici, l’amore interrotto o tradito e la passione calcio, che tuttavia non bastano per la sete d’infinito che pure i giovani sperimentano, il focus è sempre la narrazione, non la geopolitica o la guerra, che ne sono solamente la cornice.

Ricordo sempre quanto dichiarato dalla stessa O’Connor a proposito del fine dell’arte, che è la bellezza, e quindi l’arte tout court. O’Connor diceva, a proposito della letteratura e della narrativa, che se uno scrittore intende, nello scrivere un romanzo, solo parlare di fenomeni sociali o religiosi, dovrebbe produrre un trattato di sociologia o di religione, non un’opera di narrativa

Io ho voluto parlare di persone, delle loro storie, delle loro scelte, scavando nelle crepe della coscienza e nei lati più oscuri e complessi della natura umana.

E, nel farlo, mi sono ispirato alla O’Connor come maestra ma anche un po’, in questo mio romanzo, alla canzone di John Lennon Imagine.

Nella canzone, infatti, si parla di un mondo in cui non esiste nulla per cui morire o per cui vivere, né paradiso né inferno. Ecco, io mi sono reso conto che tanti ragazzi e ragazze di oggi, fragili, “reclutabili” da una forza perversa qual è stata il fondamentalismo islamista dell’ISIS – ma lo sono pure altri fondamentalismi di natura ideologica, materialistica o religiosa, anche cristiana – hanno preferito la morte propria e altrui proprio perché non si arrendevano all’idea nichilistica di un mondo in cui non si sia più nulla per cui valga la pena vivere o morire.

Da narratore, ho scelto il punto di vista dei “cattivi” (nel senso letterale del termine latino captivus, prigioniero) per narrare le loro storie. Anche perché, in fondo, da narratore, da artista e da intellettuale faccio mio il motto Homo sum. Humani nihil a me alienum puto.



Chi è l’intervistato



Gerardo Ferrara è nato in Basilicata nel 1978. Dopo la laurea in Scienze Politiche, con specializzazione in Vicino Oriente, presso l’Università Orientale di Napoli, soggiorna a  lungo all’estero (Spagna, Francia, Argentina, Tunisia, Libano, Israele) per motivi di studio e lavoro. Dal 2006 vive a Roma, dove svolge la sua attività di scrittore e ricercatore.

 Ha pubblicato i romanzi “L’assassino di mio fratello”, nel 2013, per Giovane Holden e “La scuola di maglia”, nel 2016, per Zona Contemporanea.

I suoi interessi spaziano dalla musica (ha studiato il pianoforte), alla linguistica e alla filologia semitica e romanza, agli studi sul cristianesimo, l’ebraismo e l’islam, alla storia e cultura del popolo ebraico, alle culture e letterature del Medio Oriente.

Ha collaborato con RAI, BBC ed altre testate italiane e internazionali in qualità di esperto in storia e politica e per la traduzione di video, articoli e documentari.

È attivo anche come conferenziere, saggista e traduttore da diverse lingue, in particolare dallo spagnolo, dal francese, dall’inglese e dal portoghese. Info tratte da: https://gerardo-ferrara.com/



Abstract in English



In this interview with Primavera Fisogni, editor at Rekh Magazine, writer, essayist, and specialist in Semitic cultures Gerardo Ferrara explores the literary, spiritual, and human legacy of American author Flannery O’Connor (1925–1964), reflecting on her relevance to contemporary literature and society.

Ferrara admires O’Connor’s frankness, irony, and uncompromising ability to confront reality without disguising its tragic or uncomfortable aspects. For him, she represents the opposite of today’s superficial culture of visibility, in which social media popularity and self-promotion are often mistaken for artistic talent. True art, he argues, requires discipline, technical mastery, dedication, and inspiration. O’Connor embodied this union of professional rigor and creative genius, refusing to treat writing as a narcissistic pursuit or a means of personal recognition.

Despite suffering from lupus and living in relative isolation at her family farm in Georgia, O’Connor never adopted the role of a victim. Her physical limitations instead sharpened her perception of human vulnerability and the darker dimensions of existence. Her Catholic faith was central to her artistic vision, not as a vehicle for religious propaganda or moral instruction, but as a way of encountering truth through the concrete realities of human life. In her fiction, Grace emerges unexpectedly through suffering, violence, grotesque situations, and the contradictions of human nature.

Ferrara situates O’Connor within the Southern Gothic tradition, highlighting her distinctive theological depth. Like Raymond Carver, she paid close attention to ordinary people, their imperfections, and the details of everyday life. Yet while Carver’s characters often remain suspended without transcendence, O’Connor’s work preserves the possibility of redemption. Her unsettling narratives challenge readers to confront themselves rather than seek comforting conclusions or simplistic moral messages.

The interview also considers O’Connor’s continuing relevance as a model of artistic integrity, resisting both ideological propaganda and contemporary sensationalism. Ferrara believes her understanding of art, beauty, truth, and human dignity deserves further exploration.

Finally, Ferrara introduces his forthcoming novel, Paradiso, about a young Roman who leaves Italy to join ISIS in Syria. Through the protagonist’s relationships, disillusionment, and search for meaning, the novel investigates the existential vulnerability that can make young people susceptible to extremism. Inspired partly by O’Connor’s literary approach, Ferrara focuses not on geopolitics but on people, their choices, and the darkest complexities of human nature. Ultimately, the interview presents literature as a courageous encounter with reality and an exploration of the enduring human search for meaning, freedom, and transcendence. (The Editor)


 
 
 

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