Evil and Sin in Terms of a Gradual Process of Understanding
In his contribution to Rekh Magazine, Professor Gianluigi Segalerba examines the significance of evil and sin in the formation of human moral subjectivity. Rather than treating sin as an isolated theological concept, he situates it within a broader philosophical reflection on the individual’s understanding of reality, moral fallibility, and responsibility. The recognition of good and evil, he argues, is neither immediate nor automatic; it requires a gradual process of awareness, reflection, and personal commitment. The individual must actively decide whether to interpret reality as a domain in which evil and sin are genuine and consequential dimensions of human existence

Di Gianluigi Segalerba
Dal punto di vista biografico, non è semplice per me discutere dell’ipotesi dell’esistenza o dell’inesistenza del peccato, nel senso che non mi riesce di vedere la realtà senza la presenza del peccato medesimo. Il mio ambiente di origine spiega probabilmente questa mai disposizione: alunno delle Suore Dorotee prima, e delle Suore Marcelline poi, durante la scuola materna, poi alunno delle Suore Marcelline per tutta la scuola elementare; il padre alunno dei Gesuiti durante tutti gli studi del Liceo Classico; la madre insegnante di catechismo per numerosi anni. Obiettivamente, la mia particolare situazione nell’ambito di una discussione concernente il peccato è agevolata dall’ambiente di provenienza. Ho pertanto difficoltà a collocarmi in qualunque interpretazione della realtà che non veda la presenza del peccato nella realtà o che intenda fare a meno dell’esistenza del male e del peccato e della consapevolezza dell’esistenza del male e del peccato. In particolare, sia l’esistenza del male nel mondo, sia la presenza del peccato nella dimensione individuale costituiscono per me fattori più certi dell’esistenza della stanza nella quale sto scrivendo queste note.
In generale, sono dell’opinione che la consapevolezza dell’esistenza del male non sia immediatamente acquisita nell’individuo: l’individuo deve diventare consapevole di questa esistenza, fermo restando che la decisione di acquisire detta consapevolezza spetta all’individuo: in altri termini, è esclusivamente l’individuo a dover decidere se sia disposto ad adottare una prospettiva concernente la realtà ed un’interpretazione della realtà che contengano il male ed il peccato tra le proprie componenti. L’individuo è chiamato a prendere una decisione: nessuno può o potrà prendere la decisione al suo posto. È comprensibile come una visione della realtà priva della presenza del peccato e del male sia completamente diversa da un’interpretazione della realtà che riconosca detta presenza: contestualmente, gli individui che emergeranno nelle diverse interpretazioni saranno vicendevolmente estremamente differenti. La mente non è neutrale: essa si evolve, e si evolverà a seconda delle interpretazioni della realtà da essa adottate.
Per quanto concerne la via del riconoscimento della presenza del male e del peccato nella realtà, detto riconoscimento non avviene, a mio parere, in modo immediato. Al contrario, un percorso di maturazione è necessario nel corso del quale l’individuo possa e riesca a raggiungere la cognizione della esistenza del bene e del male: il raggiungimento della cognizione dell’esistenza del bene e del male rappresenta, per l’individuo, il primo passo per la comprensione della propria dimensione di entità che può moralmente cadere, di entità che è costitutivamente fallibile. La prima forma di consapevolezza e di cognizione non consiste esclusivamente nella conoscenza di che cosa sia bene e di che cosa sia male, ma nella consapevolezza della loro esistenza, vale a dire, nella consapevolezza della presenza del bene e del male nella realtà. L’apprendimento del contenuto specifico di bene e di male avverrà gradualmente: esso si estenderà per tutta la vita dell’individuo; non sarà mai completamente compiuto.
Senza la consapevolezza della presenza del bene e del male, l’individuo non sarà in grado di interpretare la realtà in modo morale: non potrà comprendere sé stesso come soggetto morale e non potrà vedere i propri limiti in quanto soggetto morale. Non sarà in grado, in particolare, di vedere la propria fallibilità morale. Non disporrà di alcun anelito diretto all’organizzazione della propria vita in senso morale. È proprio la cognizione dell’esistenza del bene e del male a condurre l’individuo alla ricerca di un percorso di formazione e di educazione che strutturi il proprio essere. Senza riconoscimento dell’esistenza del male non vi sarà l’anelito a contrastare il male medesimo (ivi includendo l’anelito a contrastare il male presente in sé stessi).
L’individuo è senz’altro – a mio parere – in grado di compiere il percorso di educazione e di formazione morale, ove l’individuo sia disposto a compiere detto percorso. La cognizione del male e del bene non arriverà da sola senza l’attività dell’individuo, senza la sua azione, senza il suo impegno: qualunque sia la situazione in cui ci si trovi, lo sforzo individuale costituirà sempre un elemento imprescindibile. In altri termini, la presa di coscienza, da parte dell’individuo, della propria condizione nel mondo è indispensabile: per arrivare a questa presa di coscienza, la volontà di arrivare a questa presa di coscienza è indispensabile. Il primo passo per il raggiungimento della consapevolezza dell’esistenza del bene e del male spetta all’individuo e non può che spettare all’individuo.
La consapevolezza e la cognizione dell’esistenza del male e del peccato conferiscono l’orientamento fondamentale per quanto attiene alla conoscenza che l’individuo raggiunge della propria dimensione. Sia la consapevolezza, sia la cognizione di questa esistenza non vengono apprese dall’individuo in una volta sola: come ogni presa di coscienza e come ogni processo di cognizione, la presa di coscienza ed il processo di cognizione richiedono tempo e maturazione. L’individuo percorre un processo di acquisizione della consapevolezza della presenza del male nel mondo e della esistenza del peccato. L’individuo porta a consapevolezza la propria dimensione di peccatore. Si tratta di processi di progressiva acquisizione: essi non vengono compiuti in tempi brevi; ricadute non sono escluse; periodi di interruzione del percorso possono sussistere.
L’acquisizione della cognizione dell’esistenza del peccato porta l’individuo a comprendere la possibilità di cadere, la possibilità di commettere il male: gli pongono di fronte la propria fallibilità con tutte le conseguenze di detta fallibilità. Tutto questo processo non è immediatamente dato: la riflessione sulla costituzione della realtà, sulla propria soggettività, sulla propria dimensione è necessaria onde comprendere che cosa l’individuo sia. Anche attraverso la cognizione dell’esistenza del male, anche attraverso la consapevolezza del proprio essere un’entità che può cadere, l’individuo può comprendere la propria dimensione.
Per quanto questo possa apparire sorprendente, è proprio la cognizione del proprio essere un’entità fallibile, un’entità che moralmente può cadere, il fattore che responsabilizza l’individuo: se so di poter cadere, mi sento chiamato a ricercare una via che mi indichi come io possa non cadere o come, se non altro, io possa diventare meno labile e meno esposto alla caduta. Per quanto la cognizione dell’esistenza del male, in generale, e della mia capacità di fare il male, in particolare, costituisca un’esperienza spiacevole, è proprio questa esperienza che mi conduce ad organizzarmi, che mi porta a mirare al raggiungimento di una solidità interna.
Non va negato che la consapevolezza del proprio essere fallibile costituisca un’esperienza psicologica non semplice; essa, tuttavia, secondo me è necessaria. Se il mio anelito è diretto a limitare le possibilità di caduta, la buona volontà è indispensabile, ma non è purtroppo sufficiente. È necessario tutto un percorso di continua organizzazione della propria personalità. Detto percorso non è semplice: il conseguimento di una solidità interiore è l’obiettivo del percorso di organizzazione. Questo obiettivo, tuttavia, non può mai dirsi acquisito una volta per tutte.
Uno degli aspetti connessi alla nozione di peccato è che il peccato non è un concetto isolato: esso implica la nozione del male, è connesso alla nozione di bene, è collegato alla dimensione dell’individuo che, oltre ad altre letture possibili dell’individuo medesimo, è leggibile come peccatore. La nozione di peccato implica la visione di un individuo nella dimensione di relazione con gli altri individui: l’individuo si trova in una dimensione di relazione nella quale l’individuo può essere fattore di bene e può essere fattore di male. La nozione di peccato è legata alla consapevolezza che si possa cadere, che si possa fare il male, che si sia esposti al male: l’individuo è un essere costitutivamente esposto al male.
L’individuo, in quanto può essere artefice del male, ha limiti precisi: in quanto l’individuo può cadere nel male, l’individuo è un essere limitato. La cognizione dell’esistenza del male, la consapevolezza di potere cadere, implica la presa di coscienza riguardante i propri limiti. Sapersi peccatore, riconoscersi come peccatore significa riconoscersi come essere limitato: l’individuo, comprendendo sé stesso come peccatore, riconosce la propria limitatezza (abbandonando con ciò stesso qualunque pretesa di costituire un assoluto, un essere onnipotente, un principio supremo, e via dicendo). Attraverso questa cognizione l’individuo apprende tutta una serie di nozioni collegate: la cognizione del peccato porta l’individuo alla cognizione della necessità di un continuo esame di sé stesso, della propria condotta, della propria formazione, delle proprie idee. La consapevolezza di essere costitutivamente peccatore porta l’individuo ad analizzare sé stesso. La nozione che si può essere colpevoli nei confronti altrui invita a prudenza nel comportamento e ad esame del proprio comportamento nei confronti delle altre persone.
La nozione di male, di peccato, di bene aprono all’individuo la prospettiva della relazione con gli altri: il fatto che le azioni dell’individuo possano essere connotate da bene e da male nei confronti degli altri individui conduce alla consapevolezza che la dimensione dell’individuo sia quella di un’entità assoluta; la dimensione dell’individuo è quella di un’entità in relazione con gli altri. Nessun individuo è un assoluto, anche ove l’individuo pretenda di vedersi come un assoluto. Ogni individuo è un’entità in relazione con gli altri.
La consapevolezza dell’esistenza del bene e del male aprono all’individuo la possibilità di trascendersi: il fatto che l’individuo si riconosca nella propria relazione con gli altri individui ed il fatto che l’individuo comprenda di potere commettere errori nella propria relazione con gli rendono possibile all’individuo la consapevolezza di non esistere esclusivamente per sé stesso. La consapevolezza di potere contrastare il male attraverso un processo di continua formazione consentono all’individuo di avere cognizione sia della propria responsabilità, sia della propria almeno relativa autonomia.
In conclusione, sono del parere che la cognizione dell’esistenza di bene e male costituisca un fondamento indispensabile nella formazione dell’individuo. Senza la consapevolezza dell’esistenza del bene e del male, l’individuo non potrà disporre della nozione fondamentale per la propria educazione morale. Attraverso la consapevolezza della propria fallibilità, l’individuo si conoscerà e riconoscerà nella propria dimensione di entità relazionata e relazionale; comprenderà contestualmente di non costituire un’entità assoluta; si vedrà nella propria finitezza; acquisirà la consapevolezza dei propri limiti. La cognizione del proprio essere costitutivamente un’entità che possa cadere, la consapevolezza di essere fallibile condurrà l’individuo all’analisi di sé stesso, della propria capacità di miglioramento, dei propri errori passati che in un primo tempo l’individuo, a causa dell’incompletezza della propria formazione, non era in grado di riconoscere come tali. L’analisi di sé stessi comporterà una rivisitazione continua di sé stessi. È comprensibile che detta rivisitazione costituisca un momento difficile per l’individuo: essa, tuttavia, consentirà l’acquisizione di sempre maggiori livelli di solidità interiore.
L’individuo possiede, a mio parere, la potenzialità di compiere questo processo: l’individuo è capace di compiere un percorso di presa di coscienza della propria dimensione, di verifica del proprio comportamento presente e passato, di re-interpretazione del proprio comportamento. Tuttavia, questo percorso di formazione sarà lungo e difficile: richiederà impegno costante da parte dell’individuo. Esso costituirà il principio informatore e regolatore della vita dell’individuo, e durerà, a ben vedere, per l’intera esistenza dell’individuo medesimo.
Chi è l'autore
Gianluigi Segalerba è nato a Genova il 24 giugno 1967. Si è laureato in Filosofia presso l'Università di Pisa nel 1991 e ha conseguito il dottorato di ricerca in Filosofia presso la stessa università nel 1998. È stato ricercatore ospite (visiting scholar) presso le Università di Tubinga, Berna e Vienna. Ha insegnato presso l'Istituto di Filosofia dell'Università di Vienna.

La sua prima pubblicazione è stata Note su Ousia (Pisa 2001). Successivamente è stato co-editor del volume Substantia – Sic et Non (Francoforte sul Meno 2008) ed è l'autore del libro Semantik und Ontologie: Drei Studien zu Aristoteles (Berna 2013). Attualmente vive e lavora a Vienna. Tra le pubblicazioni recenti, segnaliamo: Kochetkova, T. & Segalerba, G. (2024). Environmental Personhood: Philosophical Foundations in Tantric Ecology. In S. Kanojia (Ed.), Bridging Health, Environment, and Legalities: A Holistic Approach (pp. 1-24). IGI Global Scientific Publishing. Collabora a Rekh Magazine e al quadrimestrale Rekh Magazine Papers.
Abstract in English
In his contribution to Rekh Magazine, Professor Gianluigi Segalerba examines the significance of evil and sin in the formation of human moral subjectivity. Rather than treating sin as an isolated theological concept, he situates it within a broader philosophical reflection on the individual’s understanding of reality, moral fallibility, and responsibility. The recognition of good and evil, he argues, is neither immediate nor automatic; it requires a gradual process of awareness, reflection, and personal commitment. The individual must actively decide whether to interpret reality as a domain in which evil and sin are genuine and consequential dimensions of human existence.
This recognition marks a fundamental stage in moral development. By acknowledging the possibility of doing evil, individuals become aware of their own limitations and their susceptibility to moral failure. Such awareness, although psychologically demanding, constitutes a necessary condition for self-examination and ethical formation. The recognition of one’s fallibility does not lead inevitably to resignation; rather, it can generate the motivation to cultivate inner stability, reconsider past actions, and pursue continuous moral improvement. Good intentions alone are insufficient: the formation of moral character requires sustained effort throughout one’s life.
Segalerba also emphasises the relational dimension of sin. Human beings are not self-sufficient or absolute entities, but finite subjects whose actions can affect others for good or ill. Awareness of moral fallibility therefore encourages prudence, accountability, and a critical reassessment of one’s conduct in relation to other people. In this perspective, the recognition of sin becomes inseparable from an understanding of human limitation and interdependence. Ultimately, Segalerba presents moral formation as an open-ended process through which individuals develop greater self-knowledge, acknowledge their responsibility, and strive to resist evil. His analysis thus establishes the awareness of good, evil, and sin as a fundamental prerequisite for ethical maturity and the lifelong cultivation of a more coherent and responsible self. (The Editor)



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