Gianluigi Segalerba on "Magnifica Humanitas"
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The Italian philosopher examines the main chapters of the recent Encyclical Letter by Pope Leo, unveiling the theoretical 'strategy' of the document: the discourse about AI cannot be understood outside the theological frame, nor can it be considered apart from the anthropology of transcendence. Artificial Intelligence is not a neutral issue. Reading the encyclical, then, means to take a position about life and our being in the world

Di Gianluigi Segalerba
Vorrei iniziare le mie note concernenti la Lettera Enciclica “Magnifica Humanitas” con la citazione del seguente passo:
“La magnifica umanità creata da Dio si trova oggi di fronte ad una scelta decisiva: innalzare una nuova torre di Babele o edificare la città dove Dio e l’umanità abitano insieme.” (Introduzione, paragrafo 1, p. 3)
Il passo citato della Lettera Enciclica confronta le lettrici ed i lettori con un’alternativa: l’umanità si trova di fronte ad un bivio: o lo sviamento rappresentato dall’immagine di Babele, o la costruzione di un ambiente a fondazione del quale stia la relazione tra Dio e l’umanità.
L’umanità si trova di fronte ad un momento difficile, nel quale vengono richieste scelte fondazionali. L’appello che è sotteso al contenuto del passo è rivolto sia ad una presa di coscienza della situazione presente, vale a dire, ad essere consapevoli che le questioni da affrontare sono serie, difficili, complesse, sia ad un’assunzione di responsabilità nei confronti della situazione presente. Il testo invita pertanto a non ignorare la questione del progresso tecnologico, riducendola ad una questione tra le tante questioni, dato che, nella situazione attuale, il progresso tecnologico non rappresenta una questione tra le tante. A ben vedere, il progresso tecnologico non è soltanto progresso tecnologico: esso implica tutta una serie di presupposti e di possibili cambiamenti nella società, nell’economia, nella stessa civiltà che ne fanno un tema per così dire onnicomprensivo.
Nei propri presupposti, il testo della Lettera Enciclica “Magnifica Humanitas” riprende la Lettera Enciclica “Rerum Novarum” sia per quanto riguarda il riferimento che il testo esprime durante la propria esposizione nei confronti di tutta la tradizione della dottrina sociale della Chiesa, sia per quanto attiene alla delineazione di una precisa analogia con la Rerum Novarum: come infatti la Rerum Novarum si confrontava con le novità emergenti nel campo sociale, così la Lettera Enciclica “Magnifica Humanitas” si confronta con le novità emergenti nel campo tecnologico (l’intelligenza artificiale costituisce l’esempio più significativo dell’innovazione tecnologica).
Nonostante il tono tranquillo dell’analisi, necessario, secondo me, ad assorbire la concentrazione del lettore evitando ogni forma di tensione, di esagerazione, di mancanza di equilibrio, il testo della Lettera Enciclica rivela la complessità del tema affrontato attraverso il ricorso a temi fondamentali: vale a dire, la rilevanza del tema discusso si manifesta sulla base degli strumenti e dei riferimenti sui quali la Lettera Enciclica si fonda. Il testo della Lettera Enciclica fa riferimento, infatti, a tutta l’elaborazione della dottrina sociale della Chiesa in modo da elaborare un quadro concernente la legittimità dell’uso dell’intelligenza artificiale, da un lato, e la compatibilità dell’uso dell’intelligenza artificiale con la dottrina sociale medesima dall’altro lato. In altri termini, la grande complessità del problema posto dall’intelligenza artificiale richiede il riferimento a tutta la tradizione della dottrina sociale: a tema complesso corrisponde una meditazione complessiva circa tutta la dottrina sociale; le difficoltà connesse all’intelligenza artificiale richiedono un tipo di meditazione che prenda in esame diversi testi della dottrina sociale e ne estragga possibili risposte.
Come accennato, il testo non nasconde i pericoli insiti in ogni epoca, in generale, e nell’epoca attuale, in particolare:
“Ma su ogni epoca incombe il rischio di costruire un mondo disumano e più ingiusto.” (Introduzione, paragrafo 1, p. 3)
Il testo della Lettera Enciclica non nasconde il fatto che la possibilità ed il rischio della negatività siano presenti nella storia umana. Di conseguenza, i problemi vanno affrontati con tranquillità e senza esasperazione alcuna, tenendo presente, tuttavia, che la possibilità del male è, purtroppo, sempre presente. La possibilità della negatività non può essere esclusa; al contrario, tenere presente l’esistenza della negatività in modo costituisce di per sé stesso un passo avanti in modo che le lettrici ed i lettori possano raggiungere un adeguato livello di consapevolezza e di responsabilità. In generale, la conoscenza della possibilità della negatività aiuta ad acquisire una prospettiva di consapevolezza e di responsabilità. Lungi dal terrorizzare, il fatto che il male possa essere presente costituisce uno strumento nel percorso di un processo di maturazione.
La causa del titolo della Lettera Enciclica viene secondo me spiegato dal seguente capoverso, che esprime come l’essenza dell’umanità vada scoperta attraverso la riproposizione dell’umanità per come essa è donata e manifestata in Cristo; la tecnologia non può sostituire la Rivelazione:
“Nel tempo dell’intelligenza artificiale, in cui la dignità umana rischia di essere oscurata da nuove forme di disumanizzazione, abbiamo il dovere urgente di restare profondamente umani, custodendo con amore quella magnifica umanità che ci è stata donata e mostrata nella sua pienezza in Cristo, e che nessuna macchina potrà mai sostituire nel suo splendore.” (Introduzione, Paragrafo 15, p. 5)
La nozione stessa di magnifica umanità rappresenta la riproposizione della nozione dell’essenza umana e della sua immutabilità di fronte ai mutamenti dettati dalla tecnologia; rappresenta altresì la riaffermazione dell’esistenza della dignità umana in quanto manifestata dalla Rivelazione.
Potere della tecnologia e perdita di trascendenza
I mutamenti che la tecnologia è in grado di produrre potrebbero indurre a credere ed a confidare in un perfezionamento e miglioramento dell’essenza umana da attuarsi attraverso la tecnologia; di conseguenza, sarebbe la tecnologia a rappresentare la via di miglioramento dell’umanità. Questa prospettiva porterebbe con sé la perdita di ogni senso di trascendenza negli individui. In opposizione a questa prospettiva, il testo della Lettera Enciclica asserisce che l’essenza umana è stata già donata e manifestata con Cristo: la speranza va riposta, pertanto, non già nella fiducia in un cambiamento della natura umana da realizzarsi attraverso la tecnica, ma nella riscoperta della Rivelazione in Cristo.
La Lettera Enciclica manifesta la consapevolezza relativa al cambiamento che si è avuto negli ultimi anni: se infatti precedentemente il progresso tecnologico veniva promosso e diretto dagli Stati, nell’ultimo periodo sono state aziende private a guidare il progresso tecnologico: dette aziende private hanno una dimensione sovranazionale e dispongono di mezzi superiori a quelli di numerosi Stati. Il fatto che siano aziende private a guidare il progresso tecnologico accresce le difficoltà interpretative connesse al periodo attuale:
“Un tempo erano soprattutto gli Stati a guidare e indirizzare l’innovazione. Oggi, invece, i principali motori dello sviluppo sono attori privati, spesso transnazionali, dotati di risorse e capacità di intervento superiori a quelle di molti governi. Il potere tecnologico assume così un volto inedito, prevalentemente “privato”, e per questo ancora più difficile da discernere, governare e orientare al bene comune.” (Introduzione, Paragrafo 5, p.4)
L'esempio Neemia come l'alternativa a Babele
L’opposizione principale del testo, parzialmente descritta nella prima citazione di queste note, consiste nella diversità esistente tra l’operato di Neemia, da una parte, e dall’evento rappresentato dalla Torre di Babele, dall’altra. Il testo della Lettera Enciclica propone un’opposizione tra le immagini bibliche della costruzione della Torre di Babele (Genesi 11, 1-9), da una parte, e la ricostruzione delle mura di Gerusalemme (Neemia, 2-6)
L’esempio di Neemia serve a ritrarre una dimensione di collaborazione tra le persone e di coinvolgimento delle persone. L’esempio della Torre di Babele è funzionale alla rappresentazione di una dimensione di omologazione tra le persone, di negazione del senso del limite, di assolutizzazione di un aspetto della realtà, di eliminazione della costitutiva pluralità della realtà.
La dimensione di Neemia è dimensione che comprende la pluralità: la sinodalità può emergere esclusivamente in una dimensione nella quale la presenza e l’esistenza di una pluralità non siano interpretate come elementi negativi: sinodalità presuppone la pluralità e nega con ciò stesso l’omologazione. La Torre di Babele rappresenta l’assolutizzazione di un aspetto della realtà come se esso potesse dominare od annullare tutti gli altri aspetti. L’esempio di Neemia rappresenta l’ammissione e la considerazione della pluralità delle componenti della realtà senza che questo comporti il dominio di un aspetto della realtà su tutti gli altri aspetti. La Torre di Babele viene interpretata come il simbolo di un progetto volto all’omologazione e contro la comunione, mirante all’uniformità ed escludente la diversità. La Torre di viene interpretata come l’assolutizzazione della tecnica: attraverso questo processo la tecnica viene staccata da qualunque riferimento a Dio
Il testo della Lettera Enciclica si esprime nel modo seguente:
“Babele rivela così il limite di ogni costruzione che, pur grandiosa, sorge dall’assolutizzazione dell’umano e dalla sua pretesa di autosufficienza, sacrifica la dignità delle persone all’efficienza e ambisce a raggiungere il cielo senza la benedizione di Dio. (Introduzione, Paragrafo 7, pag. 4)
Di contro, il libro di Neemia costituisce l’immagine di un progetto nel quale le diverse persone vengono coinvolte (e non dominate dall’iniziativa di un’unica persona): il progetto mantiene sempre la presenza di Dio come orientamento di ogni elemento componente il progetto medesimo. Gerusalemme viene ricostruita in primo luogo attraverso la ricostruzione dei legami tra le persone; la ricostruzione della città è conseguenza dell’avvenuta ricostruzione dei legami interpersonali:
“L’antica Gerusalemme ritrova così una lingua comune, non quella dell’uniformità, ma quella della comunione: l’armonia che nasce quando ciascuno si assume la propria parte e tutto il popolo riconosce che la sua forza viene dal Signore.” (Introduzione, Paragrafo 8, p. 4)
La descrizione dell’opposizione conferisce un orientamento concernente i modelli positivi ed i modelli negativi, asserendo che, così come vi è la possibilità di edificare secondo modelli positivi, la possibilità che gli individui seguano modelli negativi non possa essere esclusa:
“La tecnologia può curare, connettere, educare, custodire la Casa comune; ma può anche dividere, scartare, generare nuove ingiustizie. In astratto, essa non è di per sé una soluzione ai problemi dell’umanità, come non è di per sé un male; ma, concretamente, non è neutrale, perché assume il volto di chi la pensa, la finanzia, la regola, la usa. Per questo la prima scelta non è tra un “sì” o un “no” alla tecnologia, ma tra edificare Babele o ricostruire Gerusalemme: tra un potere che pretende di dominare il cielo e un popolo che, alla presenza di Dio, si mette a lavorare unito per rialzare le mura della convivenza fraterna.” (Introduzione, Paragrafo 9, p. 4)
Perché scegliere Neemia come guida
Il testo della Lettera Enciclica esprime subito una valutazione circa il fatto che l’esempio di Babele vada evitato, laddove invece l’esempio di Neemia vada seguito:
“Evitiamo, dunque, la “sindrome di Babele”: l’idolatria del profitto che sacrifica i deboli, l’uniformità che appiattisce le differenze, la pretesa di un linguaggio unico – anche digitale – capace di tradurre tutto, persino il mistero della persona, in dati e prestazioni. Questo è il rischio della disumanizzazione – costruire il futuro escludendo Dio e riducendo l’altro a mezzo –, una tentazione antica e sempre nuova, che oggi assume anche un volto tecnico. Scegliamo, invece, la “via di Neemia”, che mette in risalto il valore del lavoro condiviso per rendere sicura la città di Dio per gli esuli ritornati. Ricostruire oggi significa riconoscere che, nella pluralità di voci e di visioni che talvolta ricorda la dispersione delle lingue, esiste comunque una possibilità luminosa: quella di edificare insieme, trasformando la diversità in una risorsa e facendo dell’ascolto e del dialogo il terreno comune su cui far crescere giustizia e fraternità.” (Introduzione, Paragrafo 10, p. 5)
L’intelligenza artificiale non può essere presa in modo avulso dal significato dell’esistenza. Il quadro di valori conferisce l’orientamento circa la fondazione della realtà, circa la direzione della storia, circa la positività e la negatività degli aspetti della realtà. Sia l’esempio di Neemia sia l’esempio della Torre di Babele sono funzionali a quanto possa avvenire ove si scelgano modelli positivi od ove si scelgano modelli negativi.
La verità rivelata costituisce, metaforicamente, la mappa con la quale dare una forma agli sviluppi ancora ignoti del futuro, ivi compresi, in particolare, gli sviluppi della tecnologia: attraverso questa mappa – una mappa che è insieme teoretica e pratica –, il Pontefice mira a rivelare il quadro di orientamento necessario nei confronti degli elementi ancora ignoti della tecnica, in generale, e dell’intelligenza artificiale, in particolare.
In altri termini, il contenuto della Rivelazione è ciò che permette alle persone di non camminare nel vuoto assoluto; il contenuto della Rivelazione è il fattore che altresì permette di comprendere, per così dire, le strade giuste e le strade sbagliate, vale a dire, quali sviluppi della tecnica siano accettabili e quali, invece, debbano essere rifiutati. La Rivelazione è la bussola.
Progresso alla luce della Rivelazione
Il progresso tecnologico va inserito nel contesto teorico e morale della Rivelazione: separare il progresso tecnologico dagli altri campi significherebbe assolutizzare il progresso tecnologico medesimo e ridurre gli individui alla mera dimensione tecnica; pertanto, il progresso tecnologico va inserito nel tessuto preesistente costituito dai concetti della Rivelazione e dell’interpretazione della Rivelazione. In questo modo, il concetto stesso di progresso tecnologico riceverà un senso ed una direzione.
La strategia della Lettera Enciclica consiste nel porre in primo luogo il quadro di valori nel quale inserire in un secondo tempo il dibattito concernente l’intelligenza artificiale. Esclusivamente attraverso la descrizione del quadro di valori si può avere un criterio di giudizio circa l’intelligenza artificiale nel suo complesso, circa gli obiettivi compatibili con il quadro di valori e circa gli obiettivi incompatibili con il quadro di valori medesimo. In altri termini, la determinazione del quadro di valori è necessaria onde avere un criterio di interpretazione, di giudizio e di valutazione dell’intelligenza artificiale, in particolare, e di tutte le innovazioni tecnologiche, in generale. Il quadro di valori è la luce che elimina le zone d’ombra: esclusivamente per mezzo del quadro di valori si potrà comprendere il fine da porre all’intelligenza artificiale. La strategia della Lettera Enciclica, pertanto, consiste nel dare una base di interpretazione per l’intelligenza artificiale: il presupposto è che l’intelligenza artificiale non va presa senza l’illuminazione conferita da un quadro di valori; l’intelligenza artificiale non può essere presa in modo isolato da qualunque altra considerazione di morale, di tradizione, di valore.
Il tema del progresso della tecnica viene discusso sulla base delle conoscenze e degli orientamenti donatici dalla Rivelazione. Il quadro interpretativo parte dal patrimonio di conoscenza che la Rivelazione ha donato. Da questo patrimonio, il Pontefice analizza le questioni della tecnica in generale e dei recenti progressi della tecnica in particolare. Viene con questo procedimento affermato che in primo luogo è indispensabile l’orientamento dato dalla Rivelazione: tenendo presente questo orientamento, proprio come una bussola spirituale, viene manifestato l’insieme di concetti necessari a dare l’interpretazione relativa all’intelligenza artificiale, vale a dire, a scoprire quanto vi sia di legittimamente morale nell’intelligenza artificiale e nel suo uso e quanto, per converso, dell’intelligenza artificiale vada rifiutato. La Lettera Enciclica asserisce che la tecnica in quanto tale non sia da condannare, sì piuttosto da inserire nel complesso delle libertà umane; la tecnica, tuttavia, non può essere esente da una valutazione concernente quegli aspetti della tecnica medesima che potrebbero portare a risultati moralmente negativi. L’esistenza della dignità umana e del bene comune costituiscono il quadro in cui la tecnica vada inserita (una tecnica che vada contro la dignità umana e contro il bene comune non è accettabile).
La Lettera Enciclica, nel riprendere nozioni fondamentali della Rivelazione, asserisce come la dignità dell’individuo costituisca una dimensione essenziale dell’individuo medesimo: la dignità dell’individuo, essendo costitutiva dell’individuo medesimo, precede ogni altra caratteristica dell’individuo medesimo:
“Al centro della visione cristiana dell’essere umano sta la grande affermazione secondo cui uomo e donna sono creati a immagine e somiglianza del Dio trinitario (cfr. Gen 1,26-27). Costitutivamente fatta per la relazione, ogni persona è pensata e voluta da Dio per entrare in una storia di comunione con Lui, con gli altri e con il creato. La sua dignità non dipende dalle capacità che possiede, dalle ricchezze o dal ruolo che ricopre, dalle scelte giuste o sbagliate che compie, ma è un dono che la precede e la eccede, posto da Dio come espressione del suo amore che non viene mai meno.” (Capitolo 1, Paragrafo 50, p. 12)
Perché non siamo monadi
La dimensione essenziale dell’uomo consiste nel suo essere elemento della Creazione: la sua posizione è quella della relazione; pertanto, la posizione dell’individuo non può essere interpretata come quella dell’elemento isolato. La destinazione dell’individuo consiste nell’apertura della comunione con Dio, con i propri simili e con tutto il creato. Di conseguenza, interpretazioni dell’individuo come elemento isolato non sono accettabili; il fine dell’individuo è la relazione, non l’isolamento. La dimensione dell’individuo è la relazione, non già l’atomizzazione. Il testo della Lettera Enciclica ribadisce che il valore dell’individuo non sia un fattore da conquistare; il valore dell’individuo precede la particolare situazione dell’individuo medesimo. Il valore dell’individuo trascende le situazioni in cui l’individuo sia o venga a trovarsi. La dignità dell’individuo precede la particolare storia dell’individuo e costituisce il fondamento della particolare storia dell’individuo:
Il riferimento all’individuo come immagine del Dio Trinitario va inserita in questa prospettiva: qualunque valutazione dell’intelligenza artificiale non può prescindere dal fondamento della Rivelazione. Prima va esposto il quadro totale, in quanto orientamento, poi si potrà valutare l’intelligenza artificiale. La gerarchia esistente tra la Rivelazione come fondamento e fondazione insieme, da una parte, e qualunque fenomeno tecnologico particolare, dall’altra non può essere dimenticata o ignorata; al contrario, detta gerarchia va affermata e descritta nei suoi presupposti. Le corrette proporzioni esistenti tra le componenti della realtà vanno analizzate ed esposte.
La costituzione della realtà nel suo insieme va tenuta presente: non è pertanto legittima e non è pertanto accettabile qualunque assolutizzazione di un aspetto particolare, come è quello rappresentato dall’intelligenza artificiale. In altri termini, l’intelligenza artificiale non può essere o diventare la misura di sé stessa, non può venire isolata dalle altre componenti della realtà. Il valore dell’individuo non è sindacabile:
“Tra queste ideologie ritengo particolarmente insidiosa quella che lascia intendere che ogni persona debba guadagnarsi o giustificare il proprio valore, al punto da attribuire maggior pregio a coloro che sono più efficienti e performanti. In una simile prospettiva, la persona finisce per essere ridotta a mezzo per ottenere risultati, a risorsa da usare e sfruttare, e non viene più riconosciuta come fine in sé, mai strumentalizzabile. Ma il valore della persona non dipende da ciò che realizza o produce, ed esistono diritti che spettano a tutti per il solo fatto di essere persone.” (Capitolo Primo, Paragrafo 51, p. 12)
Questo passo espone contenuti fondamentali rispetto ad un orientamento economicista che ci comunica costantemente che tutto va meritato, niente è scontato, che non vi sono diritti, ma soltanto opportunità. Il passo della Lettera Enciclica esprime una tesi opposta alle asserzioni appena citate: vi sono valori e diritti precedenti ai risultati degli individui. Il valore dell’individuo non dipende dai successi o dagli insuccessi: il valore dell’individuo esiste prima dei risultati e prescinde dai risultati. Prima viene l’essenza dell’individuo, che ha un valore e diritti esistenti di per sé, a prescindere da quanto un individuo riesca a realizzare nella propria attività. In altri termini, un individuo non è riducibile al livello di successo o di insuccesso che egli raggiunga; un individuo non ha un valore dipendente da quanto l’individuo medesimo realizzi nella propria attività. Il valore dell’individuo preesiste a qualunque livello di successo. Il concetto di dignità assegnato all’individuo viene specificato come il concetto della dignità ontologica dell’individuo. La dignità ontologica che appartiene ad ogni individuo è quella dignità che appartiene all’individuo per il fatto di esistere:
“Quando parliamo di dignità non usiamo tale parola sempre allo stesso modo: talvolta ci riferiamo alla dignità morale, cioè al modo in cui una persona orienta le proprie scelte e il proprio agire; altre volte pensiamo alla dignità sociale, cioè alle condizioni di vita della persona e al rispetto concreto che le viene riconosciuto dalla società; in altri casi ancora indichiamo la dignità esistenziale, vale a dire il modo in cui una persona percepisce il valore di sé e della propria vita. Queste dimensioni della dignità possono crescere o diminuire. Oltre a questi significati, però, vi è un livello più profondo, il più importante, che consiste nella dignità ontologica. È la dignità che appartiene a ogni essere umano semplicemente per il fatto di esistere, di essere stato voluto, creato e amato da Dio: nessun peccato, nessun fallimento, nessuna umiliazione, nessuna esclusione può intaccare il valore profondo di una vita umana che Lui ha voluto e chiamato all’essere.” (Capitolo Primo, Paragrafo 52, p. 12)
La nozione dell’individuo in quanto inserito in una dimensione di Rivelazione, di creazione, di relazione con Dio e con gli individui rappresenta il quadro fondamentale entro il quale il progresso tecnologico va inserito. A seconda del quadro nel quale il progresso tecnologico verrà inserito, il progresso tecnologico medesimo porterà all’accrescimento della giustizia o all’accrescimento della disuguaglianza e dell’esclusione:
“Così inteso, lo sviluppo umano integrale è l’orizzonte entro cui leggere le trasformazioni del nostro tempo, incluse quelle della rivoluzione digitale. Le innovazioni tecnologiche – compresa l’intelligenza artificiale – non sono neutrali: possono accrescere partecipazione e giustizia, oppure ampliare disuguaglianze, controllo ed esclusione.” (Capitolo Primo, Paragrafo 85, p. 17)
Il testo della Lettera Enciclica asserisce che l’Intelligenza Artificiale non sia moralmente neutra: di conseguenza, il testo rifiuta che si possa affermare che la valutazione morale riferita all’Intelligenza Artificiale dipenda esclusivamente dall’uso che se ne fa. Inoltre, il testo della Lettera Enciclica afferma che la valutazione della moralità dell’Intelligenza Artificiale non possa essere condotta da un numero limitato di persone.
Il primo passo per raggiungere un livello di adeguatezza morale dell’intelligenza artificiale deve consistere nel disarmare l’Intelligenza Artificiale dall’assolutizzazione dell’Intelligenza Artificiale medesima:
“Disarmare non significa rinunciare alla tecnologia, ma impedirle di dominare l’umano. Significa sottrarla ai monopoli, renderla discutibile, contestabile, e quindi abitabile, restituendola alla pluralità delle culture umane e delle forme di vita. Il compito, oggi, non è solo etico o tecnico: è ecologico nel senso più radicale, perché chiama in causa una nuova dimensione della nostra Casa comune. L’IA è già ambiente in cui siamo immersi e potere con cui dobbiamo fare i conti. Per questo, non basta regolarla: va disarmata e resa ospitale.” (Capitolo Terzo, Paragrafo 110, p. 20)
Il testo asserisce che l’assolutizzazione di un aspetto della realtà costituisce sempre un errore:
“In realtà, assolutizzare una sola dimensione dell’essere umano è sempre sbagliato. Infatti, non è solo la mancanza a generare disordine. Anche ciò che cresce senza misura può diventare una forma di povertà. In un ecosistema, l’armonia si spezza quando una sola specie prolifera a scapito delle altre; nell’umano, accade lo stesso quando una facoltà pretende di farsi misura di tutto. Così l’intelligenza, se assolutizzata, finisce per oscurare altre dimensioni essenziali della vita: l’affetto, la volontà, la dedizione e la relazione. Il potere tecnico, se non viene bilanciato, non ci rende più capaci: ci rende più soli, e più esposti a logiche di dominio e di esclusione. Non si tratta certo di opporsi all’intelligenza, ma di ricordare che essa, quando si ripiega in se stessa, dimentica di essere fatta per servire la vita e la persona umana.” (Capitolo Terzo, Paragrafo 113, p. 21)
Contrapposizione rispetto all’assolutizzazione operata nell’ambito della società è l’affermazione dell’esistenza del bene comune rispetto alla nozione di bene individuale. Il riconoscimento dell’esistenza del bene comune è ciò che fa uscire dalla dimensione meramente individuale; il bene comune non rappresenta la mera somma dei beni individuali:
“In questo senso possiamo affermare che «il tutto è più delle parti» e che proprio per questo «la mera somma degli interessi individuali non è in grado di generare un mondo migliore per tutta l’umanità». È un’illusione pensare che basti cercare il proprio progresso per contribuire al bene di tutti, senza doversi realmente preoccupare degli altri. Questa visione ignora il valore proprio e specifico del bene comune: esso è frutto dell’«interdipendenza» che provoca una rete di bene sociale che si diffonde e si ripercuote sulle persone. Il bene comune è un plus, risultato dell’interazione e dell’influenza reciproca che collega diverse azioni, iniziative, sforzi e decisioni. Se si sommassero semplicemente i beni individuali, non si potrebbe spiegare l’esistenza di questo plus che li supera e allo stesso tempo li arricchisce.” (Capitolo Primo, Paragrafo 61, p. 13)
Il testo della Lettera Enciclica asserisce l’esistenza di un’interdipendenza tra le persone. Il bene comune non è semplice somma dei beni delle persone. La società è res publica, è popolo, non è mera somma di individui:
“È la ricerca del bene comune che dà vita a un popolo, inteso non come semplice somma di individui, ma come realtà viva in cui le persone imparano a riconoscersi legate le une alle altre e corresponsabili della res publica. In questo senso, ogni persona contribuisce a costruire il proprio popolo con «un lavoro lento e arduo che esige di volersi integrare e di imparare a farlo fino sviluppare una cultura dell’incontro in una pluriforme armonia». Lavorare insieme alla ricerca del bene di tutti significa avere un progetto condiviso. È evidente che tra le diverse persone ci sono molte differenze ideologiche e pragmatiche, ci sono interessi diversi e frequenti contrasti, ma ciò non vuol dire che sia impossibile un percorso di dialogo per configurare una base di consenso che permetta di costituire un progetto per tutti e di camminare insieme.” (Capitolo Secondo, Paragrafo 61, pp. 13– 14)
Il bene comune costituisce l’origine e la causa dell’esistenza di un popolo, intendendo con popolo non la somma degli individui, ma la comunità i cui componenti si riconoscono nel loro reciproco legame. Ad un abbinamento di bene individuale e somma di individui si contrappone pertanto la connessione tra bene comune e popolo.
Permanere nella dimensione del bene individuale significa permanere nella dimensione degli individui atomizzati; adottare la dimensione del bene comune significa riconoscere la connessione reciproca esistente tra gli individui: il riconoscimento dell’esistenza del bene comune comporta il riconoscimento dell’esistenza di una connessione reciproca tra gli individui.
Il testo della Lettera Enciclica insiste sul valore del lavoro. Il lavoro rappresenta un mezzo di coinvolgimento degli individui in una dimensione comunitaria, rappresenta l’inserimento degli individui in una dimensione sociale, li sottrae all’isolamento: il lavoro è di per sé stesso uno strumento di socializzazione degli individui. Il lavoro costituisce poi un’attività co-creatrice:
“Fin dalla nascita della Dottrina sociale, con la Rerum novarum, la Chiesa ha richiamato l’attenzione sulla tutela dei lavoratori e sulla necessità di contrastare ogni forma di sfruttamento. Ma, soprattutto, il Magistero ha riconosciuto nel lavoro «la chiave essenziale» per comprendere l’intera questione sociale, perché attraverso di esso la persona sviluppa molte dimensioni della propria esistenza. In questa prospettiva si comprende anche la grande intuizione di San Benedetto da Norcia, che ha unito preghiera e lavoro, indicando l’attività quotidiana come parte della risposta della persona alla chiamata di Dio. Creati a immagine del Creatore, mediante le nostre opere prolunghiamo in qualche modo la sua: contribuiamo al progresso della società e alla costruzione del bene comune, mettiamo a frutto le capacità ricevute, miglioriamo e abbelliamo il mondo, sosteniamo le nostre famiglie, entriamo in relazioni di cooperazione e impariamo a costruire insieme, nell’ascolto e nel dialogo, qualcosa che nessuno potrebbe realizzare da solo.” (Capitolo, Paragrafo 148, p. 26)
Il testo della Lettera Enciclica si rivela, pertanto, in primo luogo come una meditazione su alcuni fondamenti della Rivelazione: in questi fondamenti viene poi inserita una valutazione concernente il tema specifico dell’intelligenza artificiale.
Chi è l'autore
Gianluigi Segalerba è nato a Genova il 24 giugno 1967. Si è laureato in Filosofia presso l'Università di Pisa nel 1991 e ha conseguito il dottorato di ricerca in Filosofia presso la stessa università nel 1998. È stato ricercatore ospite (visiting scholar) presso le Università di Tubinga, Berna e Vienna. Ha insegnato presso l'Istituto di Filosofia dell'Università di Vienna.
La sua prima pubblicazione è stata Note su Ousia (Pisa 2001). Successivamente è stato co-editor del volume Substantia – Sic et Non (Francoforte sul Meno 2008) ed è l'autore del libro Semantik und Ontologie: Drei Studien zu Aristoteles (Berna 2013). Attualmente vive e lavora a Vienna. Tra le pubblicazioni recenti, segnaliamo: Kochetkova, T. & Segalerba, G. (2024). Environmental Personhood: Philosophical Foundations in Tantric Ecology. In S. Kanojia (Ed.), Bridging Health, Environment, and Legalities: A Holistic Approach (pp. 1-24). IGI Global Scientific Publishing. https://doi.org/10.4018/979-8-3693-1178-3.ch001
© Rekh Magazine
Abstract in English
As Italian philosopher, Professor Gianluigi Segalerba underlines in his analytic investigation, the Encyclical Letter Magnifica Humanitas confronts contemporary civilization with an epochal, foundational dichotomy: the technological hybris represented by the neo-Babylonic impulses of artificial intelligence, or the architectural restoration of a relational, trans-human community modeled on the Nehemian reconstruction of Jerusalem. Positioned within the rich lineage of Catholic Social Teaching—directly mirroring Rerum Novarum’s historic confrontation with industrialization—this magisterial text, as Segalerba argues, provides a sophisticated theological and ontological framework to assess the rapid, predominantly privatized, and transnational advancement of digital technologies.
Rather than succumbing to techno-pessimistic alarmism or secular techno-utopianism, the Encyclical maintains a measured analytical composure, utilizing the structural tenets of Revelation as a conceptual compass. At its core, the text articulates a rigorous defense of the human subject against reductive, performance-driven economic ideologies that measure personal worth through the lens of algorithmic efficiency. By differentiating moral, social, and experiential dignity from fundamental ontological dignity, the document establishes that human value is an immutable, pre-existent gift manifested in Christ, completely transcending technological mutability, systemic failures, or structural exclusion.
Crucially, for Professor Segalerba, the recent Encyclical denounces the illusion of technological neutrality, asserting that AI inherently mirrors the ethical, financial, and regulatory frameworks of its creators.
Left unmediated by transcendent values, the absolutization of technical power atomizes the human experience, reducing the rich plurality of existence into monolithic datasets and fostering severe socio-economic disparities. To counteract this insidiously dishumanizing trajectory, the text introduces a radical ecological imperative to "disarm" artificial intelligence. This disarmament entails stripping technologies of monopolistic control, opening them to cross-cultural contestation, and embedding them within an authentic paradigm of integral human development.
Ultimately, the document champions the recovery of the common good—conceptualized not as a mere arithmetic summation of atomized individual interests, but as a generative, interdependent plus that coalesces diverse subjects into a living, unified civilization. Within this frame, human labor is re-consecrated as an essential, co-creative, and socializing vocation.
In a nutshell, Professor Segalerba discussion of the MAGNIFICA HUMANITAS takes us into this compelling conclusion: by subordinating technological innovation to the preservation of human dignity, the pursuit of fraternal coexistence, and the unchanging truths of Divine Revelation, the Encyclical Letter illuminates a path toward an authentic culture of encounter, ensuring that the digital architecture of tomorrow serves to elevate, rather than eclipse, the splendor of the human soul. (The Editor)



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