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In Praise of Error. Why Imperfection Makes Us Human in LLMs' Interactions

1 day ago
9 min read

The interview with Fiorella Rizzo, counsellor, clinical pedagogue, and author of “La presenza che trasforma. Educarsi ed educare ad un rapporto consapevole con l'intelligenza artificiale” (Armando Editore, October 2026), explores the cognitive, ethical, and educational implications of interacting with artificial intelligence.


Un'attività al computer (Wix Pics)
Un'attività al computer (Wix Pics)

Di Primavera Fisogni



Nel fiume in piena che sono gli studi sull’intelligenza artificiale, il tema dell’interazione tra persona umana e sistema, nei suoi aspetti cognitivi e comportamentali, è tra i più complessi e tra i meno studiati. Se ciò avviene, è perché, per affrontarlo, occorre una visione sovraspecialistica, di tipo sistemico, in grado di collegare prospettive empiriche a saperi molteplici, sia di area tecnologica, sia umanistica (invitiamo i lettori a sfogliare i contributi dell'ingegner Paolo Foglio sugli ultimi due numeri di Rekh Magazine Papers, scaricabili gratuitamente dal sito). Tutto questo rende di indubbio valore il libro di Fiorella Rizzo “La presenza che trasforma. Educarsi ed educare ad un rapporto consapevole con l’intelligenza artificiale”, novità di Armando Editore, sotto l’egida di Anpe (Associazione Nazionale dei Pedagogisti Italiani).


Professoressa Fiorella Rizzo, tra le sue analisi mi ha colpito, anzitutto, quello che lei scrive circa il passaggio dall'intelligenza generativa a quella selettiva: in che modo l'uso dei LLM provoca questa svolta cognitiva? Perché dobbiamo preoccuparci?


È un passaggio essenziale per capire cosa significhi un uso consapevole dell'IA. L'intelligenza generativa è quella che produce: elabora, connette, costruisce significati a partire da sé. È il lavoro vivo del pensiero che genera le proprie domande prima ancora delle risposte. L'intelligenza selettiva opera a valle: sceglie tra le opzioni che il sistema le mette davanti, già formate, già scritte. Se per svolta cognitiva si intende la delega cognitiva, cioè l'atto con cui affidiamo al sistema il lavoro che prima era nostro, l'elaborazione, la sintesi, il giudizio, allora il rischio si evince da sé, dato che questa delega comporta un progressivo indebolimento della nostra capacità generativa: a forza di scegliere tra risposte pronte, disimpariamo a produrne di nostre. Più che preoccuparci dobbiamo agire, mettendo in azione tutte le cautele di cui parlo nel mio libro, ovvero una postura etica nell'interazione, la cura del campo semantico, il recupero del tempo della riflessione, l'esercizio di un pensiero critico che continua a interrogare invece di affidarsi.



Nel suo libro lei si interroga sulla coscienza di ChatGPT, e su cosa avviene quando un LLM dice "io". Vuole spiegarlo ai lettori di Rekh Magazine?


Non parlerei di coscienza del sistema. La coscienza è una caratteristica esclusivamente umana, che mai e poi mai, a mio parere, può essere assunta da un sistema artificiale, per le seguenti ragioni: la coscienza non è un processo computabile, è esperienza vissuta, in prima persona, dotata di intenzionalità e di un sentire che nessuna manipolazione di simboli può generare. Il sistema elabora correlazioni tra segni, non vive ciò che elabora, non ha un punto di vista sul mondo, non sa di esistere. Semmai parlerei di una simulazione linguistica della soggettività. Quindi l'io del sistema artificiale che risponde non si riferisce alla consapevolezza esistenziale di chi dice "io" sapendo di essere, ma alla posizione che il modello occupa nel discorso: un io funzionale, grammaticale, il soggetto statistico di una frase. È il segnaposto che la lingua richiede, non la voce di qualcuno che c'è.


In che modo l'errore perde la sua capacità strutturante con un uso non consapevole dell'IA?


L'errore umano è una risorsa perché è il momento in cui il pensiero incontra un attrito e si ristruttura. Sbagliando torniamo sui nostri passi, rivediamo, mettiamo in discussione ciò che davamo per acquisito, ed è lì che si impara davvero, come insegnano Dewey e Mezirow. L'errore apre il tempo della revisione, e in quel tempo si forma il giudizio. Quando si usa l'IA per porre domande, inibendo il tempo della riflessione e dunque anche la capacità di sbagliare e di indagare intorno al contenuto esplorato, la capacità di giudizio viene compromessa perché il giudizio non nasce dalla risposta esatta ricevuta subito, si forma nel lavoro di attraversamento dell'errore, nel confronto tra le ipotesi, nella fatica della ricerca. Togliere l'errore significa togliere la palestra in cui l'intelligenza critica si allena.


Che tipo di effetti si stanno cogliendo nelle generazioni che usano i LLM?


Il fatto che i ragazzi oggi non sappiano scrivere e tendano a fare schemi non è da attribuire ai modelli linguistici in modo specifico e completo. È legato a questo periodo socio-culturale, iniziato molti anni fa, quando è stato messo loro in mano il device, diventato la loro casa, il loro rifugio dal mondo, uno spazio di protezione dalle esperienze frustranti. L'IA ha avuto il suo ruolo in questo panorama, ma l'azione disfunzionale dipende dal modo di utilizzare il prodotto, non può e non deve essere attribuita al prodotto in sé. Gli effetti che si colgono sulla nuova generazione sono la mancanza di comunicazione autentica, l'analfabetismo emotivo, con la conseguente difficoltà a capire e gestire le proprie emozioni e a comprendere quelle degli altri, l'assenza del limite, il bisogno compulsivo di mettersi in mostra e apparire performativi. Sono segni di malessere, di un disagio diffuso che ha la sua genesi nel sociale, nei nuovi standard di successo, di bellezza, di superiorità. Siamo di fronte a una vera formattazione neuropsicologica sui giovani, e a molti fa comodo, checché se ne dica. Fa comodo a chi dall'attenzione e dai dati dei ragazzi trae profitto, ai grandi poteri economici che governano le piattaforme e il mercato digitale. Un ragazzo iperconnesso, insicuro, in cerca continua di approvazione, è il consumatore ideale: più è fragile, più consuma e più resta agganciato. Dietro a ciò che chiamiamo disagio giovanile si muove un'economia enorme, e tutto, come sempre, gira intorno al potere e al denaro. Se oggi iniziassimo tutti a modificare la nostra postura etica attraverso un processo di autoconsapevolezza, potremmo aiutare le nuove generazioni a difendersi da ciò che il sociale impone, non con la ribellione e la violenza, ma con la riconquista del nostro essere più profondo e autentico. È prima di tutto la riconquista del fuoco della com-prensione e della com-passione che abbiamo perso strada facendo, e della fiducia in noi stessi. Abbiamo perso l'amore e la capacità di donarlo.


La copertina del saggio di Armando Editore.
La copertina del saggio di Armando Editore.

Lei parla di "centro". In che modo l'IA tende a far perdere questo ubi consistam?


Il centro è la nostra coscienza, la parte consapevole più profonda, e direi più luminosa, del nostro essere umani. È quel "quid" che nessun sistema artificiale, per quanto sofisticato e complesso, potrà mai possedere. Ho chiamato questo stato di coscienza profonda "postura etica", caratterizzata durante l'interazione con l'IA da onestà intellettuale, da attenzione, da responsabilità verso ciò che si chiede e ciò che si riceve. Nel mio libro, a proposito di coscienza, parlo di un grande scienziato italiano che su questo tema si è interrogato a lungo, come uomo e come scienziato, Federico Faggin. Faggin afferma che la coscienza dell'essere umano, unica e irripetibile, è la sintesi di esperienza e consapevolezza, un sentire che conosce se stesso. Parla di "seità": ogni essere cosciente è una seità, un centro irriducibile di percezione e di volontà, un punto di vista sul mondo che non si può copiare né computare. A questo si aggiunge un elemento che appartiene soltanto a noi, la capacità di percepire il mondo attraverso i sensi, il corpo che sente, che tocca, che è attraversato dalle cose. È un sapere incarnato, che nessun sistema possiede, perché nessun sistema ha un corpo che vive. È precisamente questa seità il nostro centro, l'ubi consistam che nessun sistema potrà sottrarci, se non glielo cediamo noi, abdicando alla nostra consapevolezza. L'autoconsapevolezza è l'arma vincente contro il livellamento del pensiero, la delega cognitiva, la formattazione comportamentale.


Soffermiamoci sul suo esperimento dialogico con il sistema: cos'è successo quando ha lanciato quel prompt? Come leggere quel "comportamento" della macchina?


È successo uno "scarto", qualcosa di inaspettato. Il sistema è allenato a compiacere: tende a confermare l'interlocutore, a rinforzarne le convinzioni, perché durante l'addestramento le risposte che assecondano sono quelle premiate. Si crea così un circolo che si autoalimenta, in cui la macchina rispecchia e amplifica ciò che l'utente già pensa. Il controllo stretto del campo semantico, una qualità del linguaggio appropriata e curata, senza semplificazioni e senza abbreviazioni, insieme a una postura etica che permette di restare dentro l'onestà intellettuale e l'autenticità, sollecita una risposta fuori dalle righe: non diversa da quelle che il sistema ha registrato, ma tesa a fronteggiare il quid umano. Quello scarto, per quanto minimo, è il punto in cui la presenza umana rientra in gioco spostando il campo semantico e aprendo una modalità di interazione che il binario compiacente, da solo, non avrebbe prodotto.


All'inizio lei dice che l'IA ci aiuta a capire come funziona la nostra mente. Che significa?


Ci aiuta a comprendere meglio noi stessi, i nostri meccanismi di funzionamento del pensiero, le nostre incoerenze, le strutture cristallizzate che ci bloccano in un certo modo di pensare. Tutto questo non è in alcun modo sostituibile al lavoro svolto da un professionista della relazione di aiuto, uno psicoterapeuta, un counselor: la differenza sta proprio nel fatto che il rapporto con un professionista è essenzialmente umano, ed è quell'umanità l'ingrediente lievitante. Un modello linguistico, però, a patto che si conduca l'interazione in postura etica e si curi il campo semantico, può renderci evidenti questi risvolti di noi, come uno specchio che non riflette ciò che già conosciamo di noi, ma le nostre incongruenze.


Tre consigli per un uso consapevole dei LLM, specie nelle aule scolastiche.

  • Il primo consiglio è la formazione, tanta formazione, per i docenti e per gli alunni. Non una formazione tecnologica, su come si utilizza l'IA o su quali siano i prompt migliori per ottenere risposte esatte: dato ciò che è in ballo, non punterei sull'efficienza, ma sull'etica.

  • Il secondo è ritrovare il nostro ritmo umano: il tempo della riflessione, il diritto all'errore, l'esercizio del pensiero critico. Questo i corsi sull'IA non lo insegnano, ed è proprio ciò che manca.

  • Il terzo è portare tutto questo dentro le aule, attraverso progetti mirati alla riqualificazione etica, perché la scuola torni a essere il luogo in cui si impara a pensare. Mi auguro di farli arrivare presto, questi progetti, nelle classi.


Chi è l’intervistata


Fiorella Rizzo (Catania, 1959) vive e lavora a Bergamo. È pedagogista clinica, formatrice e docente di discipline umanistiche. Specializzata nei processi di consapevolezza linguistica, simbolica ed emotiva, da oltre vent’anni opera nell’ambito della relazione d’aiuto, con particolare attenzione alle dinamiche familiari, ai percorsi di tutela e ai contesti ad alta complessità emotiva. Ha ideato la tecnica della Narrazione Pittorica, un metodo integrato che utilizza il linguaggio simbolico per facilitare l’emersione e la rielaborazione delle esperienze traumatiche. È autrice dell’ebook Il colore come spazio di crescita personale (2015) e collabora con la rivista pedagogica ANPE. Dal 2024 conduce una ricerca indipendente sul rapporto tra linguaggio e intelligenza artificiale generativa, con particolare attenzione ai processi di presenza, risonanza e responsabilità nell’interazione uomo-macchina. La presenza che trasforma è il resoconto di quella ricerca.



Abstract in English



In this interview, Fiorella Rizzo, counsellor and clinical pedagogue, and author of “La presenza che trasforma. Educarsi ed educare ad un rapporto consapevole con l'intelligenza artificiale” (Armando Editore, October 2026), explores the cognitive, ethical, and educational implications of interacting with artificial intelligence. In conversation with Primavera Fisogni, editor of REKH MAGAZINE, she examines how large language models (LLMs) are reshaping our relationship with knowledge, thought, and human presence, raising fundamental questions about preserving our cognitive autonomy and the meaning of being human in an increasingly automated world.

At the heart of the discussion lies the distinction between generative and selective intelligence. While generative intelligence produces original questions, develops ideas, and constructs meaning, we can say that selective intelligence operates by choosing among options already formulated by an artificial system. In other words, when we delegate the processes of elaboration, synthesis, and judgment to AI, we risk weakening our capacity to think independently. Professor Rizzo argues that the challenge is not simply to become more proficient in using technology, but to develop an ethical and conscious approach to human–AI interaction.

The interview also addresses the nature of consciousness and the apparent subjectivity expressed when an AI system uses the pronoun “I.” Professor Rizzo distinguishes linguistic simulation from lived experience, emphasizing that human consciousness involves intentionality, embodied perception, and an irreducible sense of self that computational systems cannot reproduce. Drawing on these reflections, she introduces the concept of an ethical posture grounded in intellectual honesty, attentiveness, responsibility, and awareness of the language through which we engage with AI. Another central theme explored in the interview is the educational value of error. Immediate, ready-made answers can deprive learners of the time needed to question assumptions, reconsider hypotheses, and develop critical judgment. The interview situates these concerns within a broader sociocultural context, examining young people's emotional vulnerability, difficulties in authentic communication, and exposure to digital environments shaped by attention economies and commercial interests.

Rather than advocating technological rejection, Fiorella Rizzo suggests in her essay, and relaunch in the interview with Primavera Fisogni, a path toward conscious engagement, in which AI may serve as a mirror for recognizing our own inconsistencies without replacing human relationships or professional helping practices. Education, she argues, must prioritize ethical formation over technical efficiency, restore the time for reflection, and protect the right to make mistakes. Ultimately, the conversation invites readers to reconsider the meaning of human presence in the age of artificial intelligence and to reclaim the awareness, critical thinking, empathy, and responsibility that allow technology to remain a tool in the service of human development. (The Editor)


 
 
 

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