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Letter from a Teacher About AI

  • 2 days ago
  • 3 min read

Scholars generally agree that GenAI has several consequences that affect the educational process, such as 'metacognitive laziness'. But what is the real situation outside the academic realm? A professor with 40 years of teaching experience does not hide her concern about the conflicting relationship between GenAI and education


CTeacher Cristiana Fisogni (courtesy)
CTeacher Cristiana Fisogni (courtesy)

di Cristiana Fisogni


Insegno da quasi quarant’anni nei licei e, osservando l’evoluzione del quinquennio dove svolgo la mia attività, avverto con chiarezza come la trasmissione dei contenuti si sia drasticamente ridotta. Il nodo centrale è la fatica crescente degli studenti nell'acquisire un’autonomia nello studio, una carenza che impedisce alla programmazione di procedere con il ritmo necessario. Ricordo bene come, solo quindici anni fa, l’assegnazione di un capitolo da approfondire in modo indipendente fosse un passaggio naturale e accettato; oggi, invece, questa fase autonoma risulta poco efficace. Mi rendo conto che i ragazzi la percepiscono come un peso eccessivo, un impegno che richiederebbe ore di applicazione pomeridiana, al posto di quell’attività libera e “social” alla quale non sono più in grado di rinunciare.

Per il giovane d’oggi, anche per chi frequenta un liceo, una volta suonata la campanella si apre una fase in cui lo studio deve essere compresso a vantaggio di altre opzioni, prima fra tutte l’immersione totale nei social media come TikTok, Telegram o Instagram. I dati che ho raccolto lo scorso anno in un'indagine svolta in due mie classi seconde sono sconcertanti: i ragazzi utilizzano i social dalle due alle cinque ore ogni giorno. Siamo di fronte a una vera "distrazione di massa" che né noi insegnanti né i genitori riusciamo più ad arginare, e la cui conseguenza diretta è una globale impreparazione. Lo studio pomeridiano è fondamentale per rinsaldare quanto introdotto durante l’attività della mattina; se questo lavoro di rinforzo non è immediato, il tempo necessario per ottenere gli stessi risultati nei giorni successivi aumenta esponenzialmente, innescando un senso di frustrazione.

Questa percezione di non essere pronti genera negli studenti un perenne stato d’ansia, un malessere che finisce per condizionare pesantemente anche i genitori. Questi ultimi, anziché stimolare il rigore, reagiscono chiedendo percorsi di verifica facilitati o interrogazioni programmate per proteggere i figli dallo stress. È un atteggiamento che mi preoccupa profondamente, perché non fa altro che accreditare l'uso smodato dei social e sdoganare una preparazione "a spot", frammentaria e priva di quella continuità che è l'unico vero motore del successo educativo.

Sembra che l’autonomia dello studente, prima della quinta superiore, non possa essere raggiunta. Vorrei sottolineare ancora più chiaramente le dinamiche che vengono a crearsi quando, nelle ore dopo la scuola, uno studente si trova a svolgere esercizi o analisi:

- la tendenza è di andare sui chatbot, delegando alla macchina, in parte o totalmente, la soluzione;

- c’è continua interazione con i pari, con settorializzazione dei compiti: uno studente fa latino, uno scienze, uno chimica e ci si scambia i risultati, così da ridurre al minimo il tempo dello studio individuale;

- in sede di verifica, se l’interrogazione è programmata, lo studente si prepara e, in linea di massima, dimostra di avere appreso, cioè di essersi applicato. Ma, una volta conclusa questa fase, lo studente si “mette in pausa” per quella materia.

Naturalmente non mancano le eccezioni: studenti che approfondiscono in autonomia, studiano con regolarità, interagiscono in classe, ci sono. Vengono considerati eccellenze, se paragonati alla risposta della media dei compagni. Meno male che ci sono.


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