Riccardo Soliani Brivio on "Magnifica Humanitas"
- May 31
- 6 min read
Updated: Jun 1

By Primavera Fisogni
I do not think AI can or should be disarmed in the sense of being stopped. The technology is already too deeply integrated into modern society. The real challenge is governance. We need to disarm the harmful uses of AI rather than AI itself,” says Riccardo Soliani Brivio, Associate Director of Corporate Communications at IWC Schaffhausen (Switzerland). An internationally reputed professional in the luxury sector, Soliani Brivio joins the REKH MAGAZINE debate on the Encyclical Letter “Magnifica Humanitas.” His unique blend of a humanistic perspective and technical AI expertise provides readers with a comprehensive, critical framework for understanding Pope Leo XIV’s document.
Dr Soliani, do you believe that the Pope’s encyclical letter comes at the right time? And if so, why do we need it?
Yes, I believe it comes at exactly the right moment. Artificial intelligence is no longer a future topic; it is already shaping how we work, communicate, learn and make decisions. The speed of adoption has been extraordinary, while the ethical reflection around it has often struggled to keep pace. The encyclical reminds us that technological progress alone is not enough. We also need a shared reflection on what it means to remain fully human in an age increasingly influenced by machines. In that sense, the document is less about technology and more about responsibility.
Babel or Jerusalem are the icons of the encyclical letter: the linguistic confusion of technological pride versus the collective building of a project. Do you agree with the Pope’s view that the choice is not between technology itself, but between using it to dominate or to build community?
I do. History shows that technology is rarely good or bad in itself. Its impact depends on the values and intentions behind its use. The contrast between Babel and Jerusalem is particularly powerful because it shifts the debate away from the tools and toward the purpose. We should not ask whether AI exists, but what kind of society we want to build with it. Technology can concentrate power, manipulate behavior and deepen divisions, but it can also expand knowledge, improve healthcare, strengthen education and connect people across cultures. The real question is whether we place human dignity at the center of innovation.
In MAGNIFICA HUMANITAS there is a special focus on TRUTH as linked to JUSTICE. How can these principles be applied to the ‘human’ use of AI?
Truth and justice become increasingly important as AI systems gain influence over information and decision-making. Truth requires transparency, accountability and a commitment to accuracy. Justice requires that technology serves people fairly and does not reinforce discrimination or exclusion. In practical terms, this means understanding how AI systems are trained, ensuring that decisions can be explained, protecting individuals from manipulation and maintaining human oversight where rights and freedoms are involved. If truth is compromised, justice becomes difficult to achieve. The encyclical rightly reminds us that these principles cannot be delegated entirely to algorithms.
In your view, what are the factors that make this encyclical particularly divisive?
One reason is that it challenges assumptions held by different sides of the debate. Some see any criticism of technology as resistance to progress, while others believe technological development should be slowed dramatically. The encyclical does not fully align with either position. It acknowledges the opportunities created by AI while also questioning the cultural and ethical consequences of its widespread adoption. It also raises difficult questions about power, economic interests, human autonomy and responsibility. These are issues that naturally generate disagreement because they touch on competing visions of society and the future.
Do you believe the tech world will take the Pope’s reflections to heart, especially following court rulings that have highlighted the risk of addiction to social media and chatbots, particularly among young people?
Parts of the technology sector already recognize these concerns. There is growing awareness that engagement and growth cannot be the only measures of success. Recent legal cases and public debates have increased scrutiny around the impact of digital platforms on mental health, especially among younger users. Whether the entire industry will embrace the Pope’s reflections is another question. Commercial incentives remain powerful. However, voices that speak about ethics, responsibility and human dignity are becoming increasingly difficult to ignore. The encyclical contributes to that broader conversation and may help reinforce the idea that innovation and responsibility must advance together.
Can AI be ‘disarmed’, or is it too late?
I do not think AI can or should be disarmed in the sense of being stopped. The technology is already too deeply integrated into modern society. The real challenge is governance. We need to disarm the harmful uses of AI rather than AI itself. That means establishing safeguards, clear accountability, ethical standards and human control over critical decisions. The future will not be shaped by whether AI exists, but by whether we have the wisdom to guide its development in a way that serves humanity rather than the other way around.
Chi è l'intervistato
Riccardo Soliani Brivio è un professionista della comunicazione strategica con una forte passione per l’innovazione e il racconto dei brand. Da anni lavora all’intersezione tra tecnologia, media e storytelling, trasformando progetti complessi in narrazioni coinvolgenti per un pubblico internazionale. Appassionato di futuro, cultura e relazioni umane, crede nel potere delle idee di ispirare progresso e creare connessioni autentiche.
Testo italiano
A suo giudizio, il testo del Papa arriva al momento giusto? E se sì, perché ne abbiamo bisogno?
Sì, credo che arrivi esattamente al momento giusto. L’intelligenza artificiale non è più un tema del futuro: sta già influenzando il modo in cui lavoriamo, comunichiamo, apprendiamo e prendiamo decisioni. La velocità con cui queste tecnologie si stanno diffondendo è straordinaria, mentre la riflessione etica spesso fatica a tenere il passo. L’enciclica ci ricorda che il progresso tecnologico, da solo, non basta. Abbiamo bisogno anche di una riflessione condivisa su cosa significhi restare pienamente umani in un’epoca sempre più influenzata dalle macchine. In questo senso, il documento parla meno di tecnologia e più di responsabilità.
Babele o Gerusalemme: la confusione linguistica dell’orgoglio tecnologico contro la costruzione comunitaria di un progetto. Condivide l’idea del Papa che la scelta non sia tra tecnologia sì o no, ma tra usarla per dominare o per costruire comunità?
Sì, la condivido. La storia ci insegna che la tecnologia raramente è buona o cattiva in sé. Il suo impatto dipende dai valori e dalle intenzioni che ne guidano l’utilizzo. Il contrasto tra Babele e Gerusalemme è particolarmente efficace perché sposta il dibattito dagli strumenti agli scopi. Non dovremmo chiederci semplicemente se l’AI esista, ma quale tipo di società vogliamo costruire attraverso di essa. La tecnologia può concentrare il potere, manipolare comportamenti e amplificare divisioni, ma può anche diffondere conoscenza, migliorare la salute, rafforzare l’educazione e creare connessioni tra persone e culture diverse. La vera questione è se sapremo mettere la dignità umana al centro dell’innovazione.
C’è un focus speciale sulla VERITÀ come collegata alla GIUSTIZIA. Come riportare queste coordinate all’uso “umano” dell’AI?
Verità e giustizia diventano ancora più importanti man mano che i sistemi di AI acquisiscono un ruolo crescente nella gestione delle informazioni e nei processi decisionali. La verità richiede trasparenza, responsabilità e un impegno verso l’accuratezza. La giustizia richiede che la tecnologia serva le persone in modo equo, senza rafforzare discriminazioni o esclusioni. In termini concreti, significa comprendere come vengono addestrati gli algoritmi, garantire che le decisioni siano spiegabili, proteggere gli individui dalla manipolazione e mantenere una supervisione umana quando sono in gioco diritti e libertà fondamentali. Se la verità viene compromessa, anche la giustizia diventa difficile da realizzare.
A suo giudizio quali sono i fattori che rendono particolarmente divisiva questa enciclica?
Uno dei motivi è che mette in discussione convinzioni radicate su entrambi i fronti del dibattito. Da una parte c’è chi considera qualsiasi critica alla tecnologia come una forma di resistenza al progresso; dall’altra chi ritiene che lo sviluppo tecnologico debba essere drasticamente rallentato. L’enciclica non si colloca pienamente in nessuna di queste posizioni. Riconosce le opportunità offerte dall’AI, ma allo stesso tempo interroga le conseguenze culturali ed etiche della sua diffusione. Inoltre affronta temi come il potere, gli interessi economici, l’autonomia umana e la responsabilità, questioni che inevitabilmente generano visioni differenti sul futuro della società.
Ritiene che il mondo della tecnologia farà tesoro delle riflessioni del Papa, specialmente dopo sentenze in cui è stato messo in luce il rischio di dipendenza da social e chatbot, soprattutto tra i giovani?
Alcune parti del settore tecnologico stanno già mostrando una crescente consapevolezza di questi rischi. Sta emergendo l’idea che coinvolgimento degli utenti e crescita non possano essere gli unici parametri di successo. Le recenti sentenze e il dibattito pubblico hanno aumentato l’attenzione sugli effetti delle piattaforme digitali sulla salute mentale, in particolare dei più giovani. Non è scontato che l’intero settore accolga le riflessioni del Papa, perché gli incentivi economici restano molto forti. Tuttavia, le voci che richiamano l’attenzione su etica, responsabilità e dignità umana stanno diventando sempre più difficili da ignorare. L’enciclica contribuisce a rafforzare questa discussione.
A suo giudizio si può “disarmare” l’AI oppure è troppo tardi?
Non credo che l’AI possa, o debba, essere “disarmata” nel senso di essere fermata. La tecnologia è ormai troppo integrata nella nostra vita quotidiana. La vera sfida è governarla. Dobbiamo disarmare gli usi dannosi dell’intelligenza artificiale, non l’intelligenza artificiale in sé. Questo significa introdurre regole chiare, meccanismi di responsabilità, standard etici e un controllo umano sulle decisioni più critiche. Il futuro non dipenderà dal fatto che l’AI esista o meno, ma dalla nostra capacità di guidarne lo sviluppo in modo che rimanga al servizio dell’uomo e non il contrario. (Risposte in italiano a cura di Riccardo Soliani Brivio)



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