Risks of the 'Sweetened' Suicide
- Primavera Fisogni
- 3 days ago
- 7 min read
"I never judge those who take their own lives. Never. Behind every suicide, there is a mystery, a pain, a story that only asks to be heard. But as a priest and a psychologist, I feel the duty to state that: Suicide is rarely a completely free act. It is not a gesture that bestows dignity; if anything, it testifies to a wounded dignity. Its media aestheticization is a sign of cultural and spiritual poverty". An interview with priest don Cosimo Schena, based on a recent case history

di Primavera Fisogni
Un recente fatto di cronaca - la decisione di morire insieme di due sorelle tedesche, icone della tv italiana degli anni Sessanta / Settanta - Ellen e Alice Kessler, 89 anni - ha suscitato profonda emozione. Le gemelle, a quanto si è appreso, si sono avvalse del suicidio assistito. Nella narrativa prevalente dell'evento è prevalsa l'enfasi sul legame - tutto da discutere - tra il suicidio e la dignità del vivere. Con il sacerdote don Cosimo Schena, filosofo e psicologo, cerchiamo di scavare un po' più a fondo sulle dinamiche dell'atto suicidario e sui rischi di interpretazioni per così dire "edulcorate" del fine vita.
Il suicidio è un atto libero?
Da sacerdote e psicologo, la risposta che la clinica mi consegna è chiara: raramente il suicidio è un atto pienamente libero. Non perché chi lo compie non scelga — sceglie, certo — ma perché quella scelta nasce quasi sempre da uno stato psichico alterato, da un dolore che riduce drasticamente la capacità di valutare alternative, futuro, speranza.
Molti pazienti che ho seguito mi hanno detto: «Io non volevo morire. Volevo solo che smettesse il dolore». Questo non è libertà piena: è una libertà condizionata, ferita, strozzata dall’angoscia. Si può parlare di libertà soltanto quando la persona è in grado di vedere più strade e sceglie una via tra molte. Chi sta per togliersi la vita, spesso vede una sola strada: la fine.E una scelta che nasce dalla disperazione non è mai totalmente libera.
Esiste davvero una “dignità” nel suicidio?
La dignità è un concetto morale altissimo. È ciò che afferma la bellezza e la sacralità della vita, anche quando si fa fragile. Il suicidio, invece, nasce quasi sempre dalla perdita di dignità percepita, non dal suo compimento. Non giudico mai chi lo compie — sarebbe una violenza. Ma non posso neppure dire che il suicidio “dona dignità”: la dignità non è un premio che ci diamo morendo, è una realtà che ci appartiene per nascita, e che dobbiamo custodire e proteggere. Il rischio, altrimenti, è spostare il peso della dignità sulla capacità di “decidere la propria fine”, cosa che può diventare un messaggio pericoloso per i più fragili. La dignità sta nel prendersi cura, nell’accompagnare, nel non lasciare solo chi soffre. Morire non restituisce dignità. L’amore sì.
Socrate, che decide di non fuggire alla condanna degli Ateniesi, bevendo la cicuta e la persona contemporanea che pianifica la propria morte: quali le differenze?
Sul piano storico-filosofico, sono due universi completamente diversi. Socrate non si è suicidato nel senso moderno del termine. Non ha scelto la morte: ha scelto di non rinnegare la verità che predicava. È morto per fedeltà a un principio, non per fuga dal dolore. La sua non è la scelta di porre fine alla vita, ma di non sottrarsi a un’ingiustizia subita attraverso un atto che sentiva contrario alla sua missione. Il suicidio contemporaneo, invece, anche quello assistito e “organizzato”, è quasi sempre una risposta esistenziale alla sofferenza, alla malattia, alla perdita di senso. È quindi psicologicamente e antropologicamente un’altra cosa. Socrate testimonia una verità. Chi oggi sceglie di morire tenta di sottrarsi a un dolore divenuto insopportabile. Sono due dinamiche interne completamente differenti.
Perché oggi il suicidio — soprattutto se assistito — genera consenso e viene raccontato come un’uscita “elegante”?
Viviamo in una società che fatica a stare davanti al dolore, alla fragilità, alla lentezza del morire. Siamo immersi in una cultura della performance che premia il controllo totale su tutto, anche sulla morte. Per questo, quando una figura pubblica “sceglie” un suicidio assistito, molte persone percepiscono una narrativa seducente: «Ha controllato la sua fine, che coraggio, che eleganza». Ma questa è una narrativa estetica, non etica. È una narrazione che semplifica — a volte banalizza — un dramma umano profondissimo. Le morti delle gemelle Kessler o di altre celebrities mostrano proprio questo: la sofferenza viene rimossa, e resta solo l’immagine di un’uscita pulita, quasi cinematografica. Io la spiego così: la società è così spaventata dalla morte da preferirne una versione “addolcita” e spettacolarizzata, piuttosto che guardare in faccia il buio che la genera. Ma ogni volta che idealizziamo un suicidio, senza volerlo, mandiamo un messaggio pericoloso ai più fragili: che quella potrebbe essere una via “accettabile”, “dignitosa”, “bella”. E questo, oggi, è un rischio culturale enorme.
In conclusione, don Cosimo...
Non giudico mai chi si toglie la vita. Mai. Dietro ogni suicidio c’è un mistero, un dolore, una storia che chiede solo di essere ascoltata. Ma come sacerdote e come psicologo, sento il dovere di dire che:
il suicidio non è quasi mai un atto completamente libero
non è un gesto che dona dignità, semmai testimonia una dignità ferita
la sua estetizzazione mediatica è un segnale di povertà culturale e spirituale
La vera dignità sta nel restare, nell’accompagnare, nel creare reti che sostengano chi cammina sull’orlo del baratro. E la speranza, anche quando sembra impercettibile, è sempre più potente della disperazione.
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Chi è l'intervistato
Don Cosimo Schena è nato a Brindisi nel 1979, è sacerdote della diocesi di Brindisi-Ostuni. Laureato in filosofia e in psicologia clinica e dinamica, ha conseguito un dottorato di ricerca in filosofia presso la Pontificia Università Lateranense, dove ha approfondito il tema del totalitarismo e del misticismo in Simone Weil. Ha pubblicato diversi libri di poesie e saggi di filosofia. È il prete più seguito sui social network in Italia, dove condivide con i suoi follower riflessioni, rubriche, inviti all’amore, alla pace e di cura verso tutto il creato. Definito “il poeta dell’amore di Dio”, è anche specializzando nella scuola di psicoterapia di psicologia strategica breve, un approccio innovativo e efficace per il trattamento delle diverse forme di psicopatologia. Tra i suoi libri recenti: "Dio è il mio coach. Consigli evangelici su misura per te" (Piemme, 2024).
English text
A recent event - the decision of two German sisters, the icons of Italian television in the 1960s and 70s, Ellen and Alice Kessler, 89, to die together has provoked deep emotion. The twins, it was reported, availed themselves of assisted suicide. In the prevailing narrative of the event, emphasis has been placed on the connection between suicide and the dignity of living. With Father Cosimo Schena, a philosopher and psychologist, we seek to dig a little deeper into the dynamics of the suicidal act and the risks of what we might call "sugarcoated" interpretations of end-of-life choices.
Is suicide a free act?
As a priest and a psychologist, the answer clinical practice gives me is clear: suicide is rarely a fully free act. Not because the person who commits it doesn't choose—they do choose, certainly—but because that choice is almost always born from an altered psychological state, from a pain that drastically reduces the capacity to evaluate alternatives, the future, and hope. Many patients I have followed have told me, "I didn't want to die. I just wanted the pain to stop." This is not full freedom: it is a freedom that is conditional, wounded, and choked by anguish. One can speak of freedom only when a person can see multiple paths and choose one. Someone about to take her / his life often sees only one path: the end. And a choice born of desperation is never totally free.
Does "dignity" truly exist in suicide?
Dignity is a concept of the highest moral standing. It is what affirms the beauty and sacredness of life, even when it becomes fragile. Suicide, on the other hand, is almost always born from a perceived loss of dignity, not from its fulfilment. I never judge the person who commits it—that would be an act of violence. But neither can I say that suicide "bestows dignity": dignity is not a prize we give ourselves by dying, it is a reality that belongs to us by birth, and which we must safeguard and protect. The risk, otherwise, is to shift the weight of dignity onto the capacity to "decide one's own end," which can become a dangerous message for the most vulnerable. Dignity lies in caring, in accompanying, in not leaving the suffering person alone. Dying does not restore dignity. Love does.
Consider Socrates, who chose to drink hemlock rather than flee the Athenians’ prison, and the contemporary person who plans their own death. Do you see any differences between the two situations?
On a historical-philosophical level, these are two completely different universes. Socrates did not commit suicide in the modern sense of the term. He did not choose death: he chose not to renounce the truth he preached. He died for fidelity to a principle, not out of an escape from pain. His choice was not to end his life, but not to shirk an injustice suffered through an act he felt was contrary to his mission. Contemporary suicide, however, even the assisted and "organized" kind, is almost always an existential response to suffering, illness, or a loss of meaning. It is therefore psychologically and anthropologically a different matter. Socrates is a witness to a truth. The person who chooses to die today is attempting to escape a pain that has become unbearable. These are two completely different internal dynamics.
Why does suicide today, especially when assisted, generate consensus and get described as an "elegant" exit?
We live in a society that struggles to face pain, fragility, and the slow process of dying. We are immersed in a culture of performance that rewards total control over everything, including death. This is why, when a public figure "chooses" an assisted suicide, many people perceive a seductive narrative: "They controlled their end, what courage, what elegance." But this is an aesthetic narrative, not an ethical one. It is a narration that simplifies—sometimes trivializes—a profound human drama. The deaths of the Kessler twins or other celebrities demonstrate exactly this: the suffering is removed, and all that remains is the image of a clean, almost cinematic exit. I explain it this way: society is so scared of death that it prefers a "sweetened" and spectacularized version, rather than looking the darkness that generates it in the face. But every time we idealize a suicide, we unknowingly send a dangerous message to the most vulnerable: that this could be an "acceptable," "dignified," or "beautiful" path. And today, this is an enormous cultural risk.
To conclude...
I never judge those who take their own lives. Never. Behind every suicide, there is a mystery, a pain, a story that only asks to be heard. But as a priest and a psychologist, I feel the duty to state that:
Suicide is rarely a completely free act.
It is not a gesture that bestows dignity; if anything, it testifies to a wounded dignity.
Its media aestheticization is a sign of cultural and spiritual poverty.
True dignity lies in remaining, in accompanying, in creating networks that support those walking on the edge of the abyss. And hope, even when it seems imperceptible, is always more powerful than despair.



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