Suffering and Free Will in Question
- Primavera Fisogni
- 2 days ago
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In the discussion on suicide and assisted suicide (a cogent topic after the recent death of artists Alice and Ellen Kessler in Germany), writer Federica Rossi takes the floor. After examining the ideas of freedom, will and free will, she addresses the issue of DATs, literally Advance Treatment Directives, which allow a person, in anticipation of a future loss of capacity, to indicate whether, when and to what extent to accept or refuse medical treatment, including life-sustaining treatment

di Federica Rossi
Libertà e volontà sono concetti lontani? Assolutamente no, sono considerati strettamente connessi perché la volontà viene concepita come la facoltà di scegliere ed agire per ottenere obiettivi specifici, la libertà invece come la capacità di agire e pensare senza condizionamenti esterni.
Ancora una volta si deve tornare al passato alle scuole di pensiero filosofiche studiate sui libri di scuola, che considerano la libertà come un fondamento della volontà, altre la vedono come una conseguenza, altre ancora come due aspetti che in apparenza sono opposti, ma che invece sono legati e inseparabili (due facce della stessa medaglia).
Prospettive filosofiche
Sant’Agostino e San Tommaso d’Aquino consideravano la volontà come una capacità guidata dalla ragione e dall’intelletto, sostanzialmente la differenza tra il libero arbitrio e libertà emerge nella prima la capacità di poter scegliere internamente senza costrizioni e nella seconda la capacità di agire in base alla volontà individuale senza subire ostacoli esterni.
Immanuel Kant ritiene che la libertà abbia due aspetti, quella negativa che prevede l’indipendenza da impulsi sensibili e quella positiva che è la facoltà della ragione di essere utile a sé stessa. Molti altri filosofi si sono espressi in merito analizzando il loro rapporto, la volontà come strumento che permette l’azione e l’espressione della libertà, oppure libertà come radice da cui la volontà trae origine permettendo alla persona di autodeterminarsi. Dunque è lecito chiedersi se l’una sia subordinata all’altra. In maggioranza gli studiosi convergono considerando che la volontà sia la possibilità di agire, la libertà invece sia la possibilità di mettere in atto autonomamente e responsabilmente azioni rivolte al bene. Anche il concetto di libertà ha avuto un’evoluzione. È di sicuro una tematica attuale che ci porta a riflettere nuovamente su questo binomio a cui è attribuita universalmente importanza. Sono anni ormai che si tenta di rendere giuridicamente corretta la possibilità di esercitare la libertà nel porre fine alla vita, a fronte di sofferenze fisiche e psicologiche, documentate e certificate.
Un problema aperto
La facoltà di poter ricorrere al suicidio assistito divide nettamente l’umanità, mette in campo aspetti etici, morali, religiosi, giuridici. Ci si chiede fino a che punto un essere umano, seguendo la propria volontà, possa mettere in atto, senza incorrere in un reato, la parola fine alla propria sofferenza che dopo anni ha reso insopportabile vivere. In alcune nazioni è già possibile, in altre questo diritto viene decisamente negato. È sicuramente una tematica estremamente complessa, di certo volontà e libertà si disgiungono, perché la seconda non può essere esercitata in prima persona per quello che si ritiene il proprio bene, in quanto la legge non lo consente. Il veto, di certo, può essere in contrasto con quello che viene chiamato il libero arbitrio, considerato come atto decisionale non forzato, in cui una persona può scegliere autonomamente tra diverse opzioni possibili, senza essere vincolata da influenze esterne o imposizioni.
Pertanto, nella nozione di libero arbitrio, si riassume nella possibilità che un individuo possa liberamente scegliere di raggiungere le proprie mete, attuando le proprie azioni grazie alla sua volontà interiore. Tornando ai dibattimenti che dividono le persone sul fine vita, ancora oggi ci si chiede cosa significhi e se nella negazione di tale possibilità venga lesa la volontà o la libertà del richiedente. Occorrono ovviamente protocolli già stilati e leggi che possano rendere fattibile una tale richiesta, che prevede la volontà di un individuo di far concludere definitivamente le proprie sofferenze, in tal modo sarebbe concessa la libertà. Non verrebbe danneggiata la libertà, ma sarebbe reso lecito il diritto alla libertà di scelta, concedendo la possibilità di esercitare il diritto di decidere del proprio corpo.
Dovrebbero dunque coesistere la Volontà, elemento essenziale per richiedere questo atto, la capacità di intendere e volere dell’interessato, la Libertà di autodeterminazione che permette di scegliere di sospendere trattamenti sanitari come previsto dall’articolo 32 della Costituzione (in materia di fine vita, legge 219/17).
L’ordinamento italiano, attraverso gli strumenti del rifiuto e della sospensione dolce dei trattamenti, tutela proprio questa libertà. In Italia “Il fine vita” è tuttora un problema complesso, che scatena infinite reazioni, si avverte che, ancora ad oggi, si debba fare molta strada in tale materia. Anche se più volte sollecitato, il legislatore non ha attualmente emanato una legge che preveda per le persone gravemente malate il diritto di autodeterminarsi nel rapporto di fine vita compresa la possibilità di accedere all’eutanasia. Sono state depositate proposte di legge volte a garantire tempi e procedure certe per chi, in presenza delle condizioni stabilite dalla sentenza 242/2019 della Corte costituzionale, chiede verifica delle proprie condizioni per accedere al cosiddetto “suicidio medicalmente assistito” in Italia.
Le Disposizioni Anticipate di Trattamento
Seppure in Italia il percorso appaia ancora lento in materia, un’apertura è arrivata nel 2017, con l’istituzione delle DAT, letteralmente Disposizioni Anticipate di Trattamento, che consentono alla persona, in previsione di una futura perdita di capacità, di indicare se, quando e in che misura accettare o rifiutare trattamenti sanitari, inclusi quelli di sostegno vitale. Uno strumento che, soprattutto per chi convive con malattie irreversibili e sofferenze giudicate intollerabili, rappresenta la possibilità concreta di chiedere che venga interrotto un percorso terapeutico non più ritenuto dignitoso o proporzionato. Le DAT, redatte da ogni maggiorenne capace di intendere e di volere e spesso accompagnate dalla nomina di un fiduciario, obbligano il medico a un confronto nuovo con il paziente e con i suoi desideri espressi per tempo. Non cancellano il principio di cura, ma lo ridefiniscono: al centro non c’è più solo la malattia, bensì la qualità della vita, la misura del dolore che una persona è disposta a sopportare, il significato stesso di “cura” quando la guarigione non è più possibile.
Parlare di fine vita significa interrogarsi su quanta libertà abbiamo e se ci si disponga a riconoscerla a chi soffre. Di fatto, le norme possono essere scritte in poche righe, ma la risposta a tale quesito riguarda tutti noi. E il vero banco di prova potrebbe essere proprio questo: non se la morte debba essere anticipata o ritardata, ma quanto spazio siamo disposti a dare alla libertà, quando coincide con il diritto e la volontà di dire “basta”.
Per approfondire sulle DAT:
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L'autrice
Federica Rossi nata a Como, ha vissuto a Genova, Pisa, Lucca e Trieste. In quest’ultima si è laureata in Pedagogia e ha mosso i suoi primi passi Iniziando a scrivere racconti brevi, articoli, recensioni e favole che lei stessa illustra come scrittrice. Alcune favole sono state lette e commentate dallo scrittore Giorgio Saviane nel programma Cantafavole di Radio1 della RAI, condotto da Elsa Digati. Tornata nella città natale collabora per la pagina della cultura come giornalista free lance prima col Corriere di Como e attualmente col quotidiano La Provincia di Como per la pagina di Stendhal. Oltre alla passione per la scrittura coltiva anche quella per la pittura realizzando quadri ad acquerello. Ha pubblicato “Il rumore dei colori” edito da GWMAX e “Quattro onde del lago” edito da ELPO. Ama la musica, l’arte e la danza e tutto quello che le regala una crescita interiore.
English text
Is freedom far removed from will? Absolutely not. They are considered strictly connected because will is conceived as the faculty to choose and act to achieve specific objectives. At the same time, freedom is the capacity to act and think without external constraints.
Once again, we must look to the past, to the philosophical schools of thought studied in schoolbooks. Some consider freedom as a foundation of will, others see it as a consequence, and still others view them as two apparently opposite but in fact linked and inseparable aspects (two sides of the same coin).
Philosophical Perspectives
Saint Augustine and Saint Thomas Aquinas considered will as a capacity guided by reason and intellect. Essentially, the difference between free will and freedom emerges in the first as the capacity to choose internally without compulsion, and in the second as the capacity to act based on individual will without encountering external obstacles.
Immanuel Kant believed that freedom has two aspects: the negative one, which is independence from impulses, and the positive one, which is the faculty of reason to be useful to itself. Many other philosophers have expressed their views on their relationship, analyzing will as a tool that allows for action and the expression of freedom, or freedom as the root from which will originates, allowing the person to self-determine. Therefore, it is legitimate to ask if one is subordinate to the other. The majority of scholars converge on the view that will is the possibility of acting, while freedom is the possibility of autonomously and responsibly enacting actions directed towards the good. The concept of freedom has also evolved. It is certainly a current issue that leads us to reflect again on this universally important pairing. For years now, attempts have been made to legally correct the possibility of exercising freedom in ending one's life in the face of documented and certified physical and psychological suffering.
An Open Problem
The faculty to resort to assisted suicide sharply divides humanity, engaging ethical, moral, religious, and legal aspects. The question is how far a human being, acting on their own will, can act to put an end to their suffering—which, after years, has made life unbearable—without committing a crime. In some nations, it is already possible; in others, this right is definitively denied. It is certainly an extremely complex issue, and in this context, will and freedom become disjointed because the latter cannot be exercised personally for what one considers one's own good, as the law does not permit it. The veto can certainly be in contrast with what is called free will, an unforced decision-making act, which allows a person to autonomously choose between different possible options without being bound by external influences or impositions.
Therefore, the notion of free will is summarized in the possibility for an individual to freely choose to achieve their goals, enacting their actions thanks to their inner will. Returning to the debates that divide people on end-of-life, the question remains today: what does it mean, and in the denial of this possibility, is the applicant's will or freedom being violated? Obviously, established protocols and laws are needed to make such a request feasible—a request that involves the will of an individual to definitively conclude their suffering, thereby granting them freedom. Freedom would not be damaged, but the right to freedom of choice would be made lawful, granting the possibility to exercise the right to decide about one's own body.
Therefore, Will (the essential element for requesting this act, the capacity of the interested party to understand and want) and the Freedom of self-determination (which allows one to choose to suspend medical treatments as provided for by Article 32 of the Constitution and the end-of-life law 219/17) should coexist.
The Italian legal system, through the instruments of refusal and the gentle suspension of treatments, protects this very freedom. In Italy, "end-of-life" remains a tangled issue that sparks infinite reactions; it is felt that much progress still needs to be made in this area. Despite being repeatedly urged, the legislature has not currently enacted a law that provides seriously ill people with the right to self-determination in the end-of-life relationship, including the possibility of accessing euthanasia. Draft laws have been filed aimed at guaranteeing certain timelines and procedures for those who, under the conditions established by Constitutional Court judgment 242/2019, request verification of their conditions to access so-called "medically assisted suicide" in Italy.
Advance Treatment Directives (DAT)
Although the path in Italy still seems slow in this matter, an opening came in 2017 with the establishment of DAT, literally Disposizioni Anticipate di Trattamento (Advance Treatment Directives), which allow a person, in anticipation of a future loss of capacity, to indicate if, when, and to what extent they accept or refuse medical treatments, including life support. This is a tool that, especially for those living with irreversible diseases and suffering deemed intolerable, represents the concrete possibility of requesting the interruption of a therapeutic path no longer considered dignified or proportionate. The DAT, drawn up by any adult with the capacity to understand and will, and often accompanied by the appointment of a trustee, obliges the doctor to engage in a new dialogue with the patient, taking into account the desires expressed in advance. They do not abolish the principle of care but redefine it: the focus is no longer just on the illness, but on the quality of life, the measure of pain a person is willing to bear, and the very meaning of "care" when healing is no longer possible.
Talking about end-of-life means questioning how much freedom we have and whether we are willing to recognize it for those who suffer. In fact, rules can be written in a few lines, but the answer to this question concerns all of us. And the true test may be precisely this: not whether death should be hastened or delayed, but how much space we are willing to give to freedom when it coincides with the right and the will to say "enough."



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