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The Hidden Kids of Seasonal Workers in Switzerland

2 days ago
7 min read

Nicola Sapio authored the book that narrates the phenomenon of the "children in the closet": an estimated 50,000 young children who spent their childhoods confined inside tiny apartments, forced into absolute silence to avoid detection by neighbors and immigration police


Immagine simbolica di bambino impaurito, rifugiatosi in un armadio (Realizzata con l'intelligenza artificiale)
Immagine simbolica di bambino impaurito, rifugiatosi in un armadio (Realizzata con l'intelligenza artificiale)

Di Primavera Fisogni


Quando guardiamo un adulto migrante, intuendone magari l’irregolarità, domandiamoci se ha figli. Probabilmente in molti casi, sì. Dopo aver affrontato gli enormi disagi della traversata su una carretta del mare o lungo il confine orientale, questi bambini vivono, con le famiglie, in un regime di precarietà. Spesso abitano la povertà più assoluta.

Ecco, a quel punto, proviamo a pensare che a migliaia di migranti italiani è andata anche peggio. Tra il 1945 e il 2002 per i lavoratori a tempo determinato, il ricongiungimento familiare non era possibile. Di più: era fuorilegge. Poi le cose sono cambiate. Ma ricordare anche questa pagina di storia recente appare doveroso. Nascosta per necessità e poi per vergogna, la vicenda di tanti bambini italiani “segregati” al di là del confine, viene raccontata da Nicolino Sapio nel libro “Nino. Il bambino nascosto” (Töpffer, 254 pag., 18 euro), in libreria dal 13 ottobre.

Rekh Magazine ha intervistato l’autore di questo romanzo ispirato alla cronaca, nell’ambito di una serie di approfondimenti sull’indifferenza morale, aperta dall’articolo del Professor Gianluigi Segalerba (5 ottobre).


Sei milioni di lavoratori stagionali sono venuti a lavorare in Svizzera tra il 1945 e il 2002. Si calcola che 15 mila, almeno, furono i “bambini nell’armadio”. Lei racconta una di queste storie. Qual è la genesi del libro, anzitutto?


Vivo in Svizzera dal 1986, eppure anch'io ignoravo questa storia. L'ho scoperta guardando su Rai 3 il documentario Non far rumore di Alessandra Rossi, con la regia di Mario Maellaro.

Dopo averlo visto, ho contattato alcuni dei protagonisti e con loro ho realizzato un progetto fotografico, poi esposto a Zurigo. Ma più li ascoltavo, più capivo che la fotografia, per quanto potente, non bastava a rendere giustizia a tutti quei bambini. Serviva il tempo lungo della narrazione, la possibilità di entrare nella testa di un bambino costretto al silenzio. Così è nato Nino.Vorrei aggiungere una precisazione sui numeri: le stime più recenti, frutto di uno studio del Fondo nazionale svizzero diretto dallo storico Toni Ricciardi, parlano di circa 50.000 bambini nascosti, più del triplo di quanto si pensasse fino a pochi anni fa.


La copertina del romanzo di Natalino Sapio
La copertina del romanzo di Natalino Sapio

Quali motivazioni inducevano le famiglie a portare con sé i figli, confinandoli come fantasmi in microabitazioni?


Perché i genitori non volevano che la famiglia si separasse, come succede anche nel libro alla madre di Nino. Chi aveva la possibilità lasciava i figli ai nonni, ma non tutti potevano farlo. In quegli anni moltissimi bambini hanno passato l'infanzia con i nonni, che sono diventati i loro nuovi genitori. Si calcola che, contando anche quelli rimasti in Italia, i bambini separati dai genitori a causa di questa legge siano stati circa mezzo milione. Chi invece non aveva nessuno a cui affidarli doveva scegliere: metterli in un collegio, spesso vicino al confine, oppure portarli con sé e tenerli nascosti.


La privazione della scuola, dei giochi all’aperto con gli altri bambini, la paura di essere scoperti: in che modo i piccoli e le famiglie degli “stagionali” riuscivano ad affrontare queste situazioni-limite?


Con regole semplici e tanta paura. Ai bambini si ripeteva sempre la stessa cosa: "non ridere, non piangere, non fare rumore, stai lontano dalla finestra". Il pericolo più grande erano i vicini: bastava una denuncia e arrivava la polizia, e il bambino veniva rimandato in Italia o finiva in un collegio alla frontiera. Nel romanzo c'è un'intervista a Catia Porri, realizzata dal mio amico scrittore Joshua Evangelista. Catia è stata una "bambina proibita": a dodici anni ha dovuto nascondersi in più appartamenti, senza poter uscire dalla stanza e nemmeno camminare. Racconta che le denunce forse non erano così tante, ma la paura di essere scoperti era enorme, perché per quelle famiglie significava perdere tutto e tornare nella miseria. Le famiglie non erano del tutto sole. Catia ricorda gli svizzeri che si occupavano dei bambini mentre i genitori lavoravano, chi faceva scuola di nascosto e gli insegnanti che si rifiutavano di dare i nomi alla polizia. Ma per la maggior parte di quei bambini l'infanzia è stata passare le giornate chiusi in casa, ad aspettare. E le ferite, come dice lei, molti se le portano dietro ancora oggi.


La popolazione svizzera sapeva, sicuramente. C’erano episodi di solidarietà, in quel clima di segregazione?


Sì, molti sapevano. Qualcuno denunciava, ma tanti altri hanno scelto di aiutare, anche andando contro la legge. L'esempio più bello sono le scuole clandestine, spesso protette da parrocchie e comunità religiose. La prima classe per bambini clandestini fu aperta nel 1971 a Renens, nel Canton Vaud. Un anno dopo, a Neuchâtel, due amiche usarono le casse di una fabbrica di sigarette come banchi per una scuola improvvisata. A La Chaux-de-Fonds l'insegnante Denyse Reymond, nei primi anni Ottanta, fondò una scuola gratuita per tutti i bambini senza documenti. Quella scuola esiste ancora oggi. Poi c'erano le organizzazioni degli emigrati, come la Missione Cattolica Italiana e le Colonie Libere Italiane, che organizzavano istruzione e assistenza per i bambini. E nel 1974 nacque l'Iniziativa Mitenand, che chiedeva di integrare i figli degli stranieri. Fu respinta nel 1981 con l'83,8% di no, ma chi l'aveva promossa continuò a lavorare per anni.

Il cambiamento vero però è arrivato tardi: solo nel 1990 due cantoni stabilirono che il diritto all'istruzione viene prima delle regole sull'immigrazione, e solo nel 1991 si raccomandò di ammettere a scuola tutti i bambini che vivevano in Svizzera.


Alla tv svizzera RSI ho visto anni fa un documentario sui “bambini nell’armadio”. Che tipo di risposta ha prevalso, quando sono emerse queste storie di segregazione volontaria?


Per anni ha prevalso il silenzio. Queste storie si raccontavano a mezza voce, e spesso erano proprio gli ex bambini a non volerne parlare, per vergogna. Le cose hanno cominciato a muoversi solo di recente. Nel 2021 un gruppo di ex bambini nascosti ha fondato a Zurigo l'associazione Tesoro, che chiede alla Svizzera tre cose: scuse ufficiali, una ricerca storica seria e un risarcimento per le famiglie. Nel 2022 uno studio del Fondo nazionale svizzero ha finalmente dato un numero al fenomeno, circa 50.000 bambini.

La risposta della politica però non è arrivata. Come racconta Catia Porri nell'intervista che c'è nel libro, a Tesoro hanno detto che "non era il momento". Eppure un precedente esiste: per i bambini svizzeri dati in affidamento e sfruttati, i cosiddetti Verdingkinder, la Svizzera ha chiesto scusa nel 2013, con la consigliera federale Simonetta Sommaruga, e ha previsto un risarcimento. Per i figli degli stagionali questo non è mai successo. Catia ha una spiegazione amara: noi non producevamo profitto, eravamo solo un costo.


Il bambino Nino, che adulto è diventato, a fronte di un’infanzia segnata dall’esperienza limite della segregazione?


Nino è un bambino inventato, ma quello che è successo a lui è successo a migliaia di bambini veri. Oggi Nino sarebbe un adulto ferito, uno che preferisce non parlarne e soprattutto non ricordare. È quello che ho visto in tutte le persone che ho ascoltato: ne soffrono ancora. Anche Catia Porri, nell'intervista del libro, racconta che molti hanno cercato di nascondere quell'esperienza, qualcuno negando tutto, come se avesse tolto valore alla loro persona. E alcuni hanno addirittura tagliato i rapporti con i genitori.

Quella sensazione di abbandono c'è ancora e purtroppo rimarrà sempre nei loro cuori.


Ho letto il libro “Il bambino lucertola” di Todisco. Perché si sa così poco di vicende dolorose recenti, che riguardano l’infanzia?


Il libro di Todisco non l'ho ancora letto, anche se lo conosco come autore.

Credo che si sappia così poco perché i bambini non hanno voce. Ogni storia triste, dalla più piccola alle guerre più grandi, ha come prime vittime i bambini, ma il nostro sguardo è sempre rivolto altrove. In questo caso poi il silenzio faceva comodo a tutti: alla Svizzera, all'Italia, e a volte anche agli stessi ex bambini, che per vergogna hanno preferito non raccontare.

Eppure un bambino ferito, colpito nel profondo dell'anima, un giorno sarà un adulto che a sua volta potrà ferire. Per questo dobbiamo proteggere i bambini da tutto.

Spero che questo romanzo aiuti a capire che leggi fredde, fatte con un solo scopo, hanno creato traumi e notti insonni a migliaia di bambini. Nel libro Nino ha paura del macrumamau, l'uomo nero delle storie di sua madre. Ma il vero mostro era un altro. È ancora dentro di loro, e forse anche dentro di noi.



Abstract in English


Between 1945 and 2002, Switzerland welcomed roughly six million seasonal workers. The regulations of the time allowed immigrants entry for employment purposes, but strictly prohibited family reunification. For countless working families unable to leave their children with grandparents back in Italy or afford boarding schools near the border, the only remaining choice was to bring their offspring along illegally. This gave rise to the phenomenon of the "children in the closet": an estimated 50,000 young children who spent their childhoods confined inside tiny apartments, forced into absolute silence to avoid detection by neighbors and immigration police.   

In his book Nino. Il bambino nascosto, Nicolino Sapio gives voice to this chapter of recent history, long buried under layers of shame and silence. The author explains that the idea for the novel emerged after he watched the documentary Non far rumore and subsequently developed a photography project in Zurich. Storytelling ultimately proved to be the essential medium for conveying the inner life of a child living without access to schooling, unable to play outdoors, and constantly terrified of being reported.   

Alongside the trauma of isolation and the dread of police raids, the interview highlights acts of underground solidarity: covert schools set up by local parishes, migrant associations, and courageous teachers who refused to turn undocumented children over to the police. It was not until the early 1990s that the universal right to education was officially prioritized over immigration enforcement laws.   

Today, the Tesoro association, founded by adult survivors who lived as hidden children, is demanding an official state apology, formal historical research, and reparations. Yet Swiss political institutions continue to stall, deeming the issue low priority. As Sapio points out, the psychological scars from this enforced segregation endure well into adulthood. Remembering this history serves as a vital reminder to view the plight of children in modern global migration with genuine empathy and awareness.   (The Editor)

 
 
 

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