top of page

The "Sinnerian Moment" in Contemporary Tennis

  • 1 day ago
  • 17 min read

The shocking images of the Italian outstanding champion Jannik Sinner being defeated by the heat yesterday during a match at the Roland Garros tournament in Paris are inevitably part of his extraordinary career. Professor Carlo Magnani is interviewed here about the evolution of tennis as a global sport and is asked to highlight its anthropological traits. On the occasion of Wimbledon, REKH MAGAZINE will publish a hybrid book, digital and printed, dedicated to the METAPHYSICS OF TENNIS. Tomorrow, a conversation with Gerald Marzorati, the former editor-in-chief of the NEW YORK TIMES MAGAZINE, on how tennis has changed his life.



Pallina da tennis (Wix Pics)
Pallina da tennis (Wix Pics)

Di Primavera Fisogni


Buttare la pallina al di là della rete non è soltanto uno sport. Il tennis si dà a vedere come uno strumento per leggere la realtà, una sorta di lente attraverso la quale interpretare anzitutto il fenomeno che noi siamo, cioè la condizione umana. Troppo per una pratica sportiva diventata, almeno in Italia, così popolare negli ultimi anni grazie ai successi di Jannik Sinner? No, al contrario. Ne parliamo con il professor Carlo Magnani, docente universitario e scrittore, autore di due best seller "Filosofia del tennis" (2011) e "Il genio, il pirata, il ribelle. La filosofia del tennis globale di Federer, Nadal e Djokovic" (2022), entrambi editi da Mimesis.


Gentile professor Magnani, lei si è occupato di Federer, Nadal, Djokovic, mostrando come il loro tennis abbia innovato questo sport nella nuova epoca della globalizzazione. Adesso ci sono Sinner e Alcaraz: si apre un nuovo capitolo?


Si può delineare una scansione temporale della storia del tennis. Il tennis moderno è quello che prende le mosse all'inizio degli anni ‘70, con l'avvento dell'era Open e tutto sommato giunge sino agli anni ‘90. Borg, Panatta, Nastase, McEnroe, Lendl, Connors e tanti altri sono i protagonisti di questa fase moderna del tennis caratterizzata da una grande varietà di stili di gioco e di impostazioni tecniche. Sono i fortunatissimi anni in cui l’antico e il moderno si incrociano: i gesti bianchi condividono la scena con i racchettoni metallici. Borg realizza la grande riforma del top spin, ma la conduce confrontandosi con stili di gioco ancora classici, basta pensare al gioco di Panatta, che lo svedese non a caso soffriva parecchio.

McEnroe è colui che potrebbe arrestare questa riforma del top spin, in cui iniziano a dominare gli attaccanti da fondo campo, però il suo tentativo non riesce, si infrange contro la regolarità di Lendl, che è il vero erede di Borg. Infatti, Borg vince il suo ultimo Grande Slam a Parigi nel 1981 e in finale batte proprio il giovane Ivan Lendl.

Ecco, procedendo veloci, negli anni ‘90 con Sampras e Agassi si intensifica e si perfeziona il modo di gioco che definiamo attacco da fondo campo e si riducono ancor di più i margini per gli affezionati della rete: sono però anche gli anni in cui Edberg e Boris Becker regalano al pubblico grandi soddisfazioni estetiche, mostrando un tennis diverso. Gli anni di inizio secolo sono un periodo di transizione, vari personaggi si alternano alla guida della classifica, senza però lasciare il segno.

La comparsa di Roger Federer rappresenta qualcosa di quasi miracoloso, nel momento in cui la tecnica e la volontà di potenza stanno prendendo il sopravvento, lo svizzero appare come l'ultimo lampo di sacralità e di spiritualità che il tennis si può dare. È come se la classicità si fosse ripresa lo spazio che la secolarizzazione tecnica le aveva sottratto con l'avvento del tennis postmoderno. Quindi con Federer siamo sicuramente di fronte a un grande Evento nella storia del tennis. Ma a questa, di per sé già grande eccezionalità, se ne aggiungono presto altre due. Il regno di Federer è molto illuminato e non dispotico, lascia ampi spazi soprattutto nella contea di Parigi dove la terra rossa si rivela un elemento su cui il nostro poeta del tennis non si trova sempre a suo agio. E proprio sulla terra sbarca questo pirata che viene dalle isole spagnole, da Manacor, che con la sua ciurma (il clan familiare) inizia piano piano a insidiare il regno del genio Federer. Finché si tratta di un governo regionale sulla terra, Federer non ne soffre poi tanto. Il punto è che lo spodestamento vero e proprio si verifica a Wimbledon, sede regale del tennis, dove Nadal, al secondo tentativo riesce a sottrarre lo scettro a Roger. Vi sono tutti gli elementi di una diarchia affascinante, avvincente e drammatica, dove si vede spesso il buon re sconfitto dal più giovane e più forzuto antagonista: sembra di rivivere a volte la tragedia greca di Achille ed Ettore. Ebbene, come se non bastasse questo racconto, come se non fosse già a sufficienza carico di richiami epici e simbolici, spunta tra i due il terzo antagonista, il “terzo uomo” come si direbbe saccheggiando malamente le categorie aristoteliche, l'uomo che sta in mezzo al soggetto ideale Federer e a quello terreno pratico Nadal. Questa figura nuova è appunto Novak Djokovic. La sovranità nell'era globale è compartita e condivisa e quindi i tre si adattano bene a questa nuova situazione, attutendo i conflitti, eliminando le asprezze, addomesticando le rivalità nel nome di una stabilità del diritto internazionale. Il tennis dell'epoca globale vive così la sua Epifania, tre grandi protagonisti, tre potenze che si alternano e danno forza spirituale a un gioco che invece tende sempre più ad appiattirsi. Non c'è molto spazio per i giovani, i vari Del Potro, Tsitsipas e poi Thiem, invecchiano in fretta, sfioriscono subito: sono delle comparse che riescono ad imporsi ma non sino al punto da insidiare la governance globale del tennis.

Il cambio vero di paradigma si ha solo con l'avvento di Sinner e Alcaraz. Anche il tennis, seguendo le vicende della crisi del globalismo sembra entrato in una fase nuova. Si può forse parlare di “momento sinneriano”. Come le relazioni internazionali sembrano ormai strutturate attorno ha due grandi Stati quali gli Stati Uniti e la Cina, similmente anche il tennis sembra uscito dalla fase retorica della globalizzazione per riscoprire le virtù del dominio, della forza, della decisione politica. L'enorme differenza che si è instaurata fra i due grandi campioni del momento e tutti gli altri contendenti è davvero straordinaria e inedita per il tennis. Anche nel passato si sono conosciute stagioni felici, in cui un unico campione poteva perdere al massimo cinque o sei incontri, ma questo stato di grazia non è mai giunto a consolidarsi per più di un anno. La diarchia attuale presenta profili meno retorici e buonisti rispetto al passato. Credo che rispetto alle figure dei tre grandi quella che abbia lasciato maggiormente il segno sia quella di Djokovic. Sinner sembra infatti un compimento del modello di giocatore che è stato Nole, molto attento al profilo mentale, molto elastico nei movimenti, sempre alla ricerca del massimo da se stesso. Certo, rispetto a Djokovic, Jannik Sinner non ha la vocazione del soldato e tantomeno quella del ribelle. Inoltre, raccogliere l'eredità di Federer è praticamente impossibile, occorrerà attendere chissà quanto tempo prima che qualcuno possa replicare l’efficace eleganza dello svizzero. Invece Sinner riprende l'idea di giocatore che noi abbiamo visto con Djokovic, dotato cioè di una straordinaria solidità, concentrazione, e di una potenza assolutamente fuori dal comune. Forse in Sinner la potenza è ancora più importante e più acuta che non in Nole. Alcaraz, invece, esprime un'idea un tanto diversa rispetto da quella di Sinner, lo spagnolo sembra più gentile, meno potente e più delicato: la palla corta, la volée, il rovescio tagliato. Il “momento sinneriano”, con Alacraz infortunato mentre scriviamo, si appresta forse a raggiungere il suo apice, venendo meno quel freno drammatico rappresentato dalla tendenza di Sinner a soccombere nei confronti diretti con lo spagnolo.



Ogni sport, se ci pensiamo, ha una filosofia, una epistemologia, persino una metafisica. Nel caso del tennis, a grandi linee, quale teoresi possiamo tratteggiare?


Lo sport, cioè il gioco, come ha magistralmente indicato Johan Huizinga nella celebre e ormai classica opera Homo ludens, è un'attività umana che si differenzia da tutte le altre, persino dalla creazione artistica con la quale per certi versi condivide diversi elementi. Il gioco si compie in una area libera, ma dotata di regole, e non ha altra finalità che se stesso: il gioco non è immediatamente funzionale a nulla. La dimensione ludica, pertanto, ha tutte le caratteristiche per differenziarsi dalla condizione economica; la sfera del lavoro è ciò che forse si colloca più lontano rispetto al gioco, iniziando dalla serietà con la quale le intraprese che connotano i due rispettivi campi vengono condotte. La pratica tennistica ha ovviamente una sua autonomia dentro l'antropologia del gioco. Credo che già le origini di questo di questo svago, legate alla vita cortese, testimoniano il carattere individualistico e moderno di questo sport. Il tennis è il passatempo lieto del sovrano, e la sovranità è per sua natura unica e indivisibile. La solitudine e il silenzio nei quali è immerso chi pratica il tennis rimandano a un orizzonte cartesiano in cui la certezza della propria esistenza è sempre accompagnata da un dubbio. L'uomo del Rinascimento si scopre in una nuova posizione nell'universo e vuole valorizzare questa moderna centralità.


"Il cambio vero di paradigma si ha solo con l'avvento di Sinner e Alcaraz. Anche il tennis, seguendo le vicende della crisi del globalismo sembra entrato in una fase nuova. Si può forse parlare di “momento sinneriano”. Come le relazioni internazionali sembrano ormai strutturate attorno ha due grandi Stati quali gli Stati Uniti e la Cina, similmente anche il tennis sembra uscito dalla fase retorica della globalizzazione per riscoprire le virtù del dominio, della forza, della decisione politica. L'enorme differenza che si è instaurata fra i due grandi campioni del momento e tutti gli altri contendenti è davvero straordinaria e inedita per il tennis"

Chiaramente il gioco quando diventa competizione porta con sé anche la dimensione del conflitto, che in fondo è confronto fra due idee di umanità che si fronteggiano. Le grandi rivalità sportive, che non a caso si concretizzano in dualismi – da questo punto di vista il triumvirato del tennis del globalismo ha rappresentato l’eccezione –, ecco le grandi rivalità sportive diventano significative, quindi si trasformano in racconto, diventano epica, leggenda, quando mettono in relazione due idee distinte di umanità, due immagini dello sport e della vita: questa è la grandezza della pratica sportiva. Nel tennis lo specifico è che questo conflitto avviene in maniera molto mediata. Ad esempio, i contendenti non si toccano mai, non entrano mai in contatto fisico durante l'agonismo, così come l'espressione della loro forza avviene in maniera altrettanto mediata: la potenza deve unirsi con la maestria di saper utilizzare uno strumento, la racchetta, che di per sé non è un mezzo di offesa diretta, ma lo diventa solo in maniera rappresentativa mediante la capacità di colpire in una determinata maniera la palla. Quindi il dissidio tennistico è un conflitto molto sofisticato, perché presuppone doti strategiche ma anche tecniche che impongono la conquista del terreno avversario, dello spazio del contendente, senza però né toccarlo né poterlo invadere direttamente. Si tratta di una guerra mentale, simulata, dove la forza deve per forza accompagnarsi a elementi di grazia quali l’esecuzione tecnica di un gesto. Da questa angolazione, ad esempio, è molto interessante il colpo del rovescio nel tennis, perché è il colpo più innaturale, più difficile, il diritto tutto sommato viene spontaneo, è quasi uno schiaffo che viene dato alla sfera. Il rovescio invece funziona diversamente, occorre ruotare l'impugnatura della racchetta, è un gesto meno naturale, artistico, ed è per questo che è un colpo che quando è fatto con abilità attira sempre un giudizio estetico di ammirazione. Un rovescio ben eseguito ha un impatto estetico più profondo di un diritto vincente. Ma ormai, nell’epoca del “bi-manismo assoluto” stiamo parlando di poesia: “qualcuno ha detto Musetti?”.



Sport individuale, il tennis è anzitutto il “tennis di qualcuno”. Il tennis di Sinner, ad esempio, porta al centro di tutto la dimensione mentale, prima ancora della pratica sportiva in sé. Come lo spiega?


Il profilo individuale, ma si può anche dire soggettivo, del tennis è sicuramente connesso alla sua radice moderna. Tuttavia, tale forma individuale non diventa mai solipsismo o individualismo spinto. Perché il tennis non è solo il tennis “di” qualcuno ma contemporaneamente è anche il tennis “con” qualcuno. Chi gioca sa benissimo che il tennis è profondamente relazionale, cioè che l'esito della prestazione non è mai determinato esclusivamente da uno solo dei due giocatori: perché è dalla relazione tra essi che si sviluppa la qualità del gioco. L'etica e l'estetica del tennis sono il risultato di una relazione, di un momento vissuto con qualcuno. L'esperienza di qualsiasi giocatore di circolo mostra quanto sia bello riuscire a trovare un compagno di gioco che sia del livello giusto, non troppo avanti rispetto al proprio standard ma neppure troppo indietro: competizioni sbilanciate sono del tutto noiose, non solo per chi osserva il gioco ma soprattutto per i protagonisti. Quindi nel tennis vi è una sfera personale assolutamente centrale, intendendo con ciò la dimensione della relazione con l’altro: relazione che ha sue proprie peculiarità perché concerne un rapporto tra due individualità. Poi, nel tennis, questa relazione è molto sviluppata dal punto di vista mentale, proprio per il carattere estremamente mediato e rappresentativo del conflitto. Quindi in questo senso è uno sport mentale, perché la capacità di prevalere, di organizzare il proprio sistema di gioco, passa prima dall'idea e poi dalla tecnica concreta. Anche qui però possiamo trovare giocatori in cui il profilo mentale è molto accentuato, ad esempio Sinner è uno di questi, sembra non perdere mai la concentrazione; mentre simili livelli sono spesso preclusi a tennisti pur dotati di grande talento, ma meno capaci di tenere la mente accesa per tutta la durata di un incontro. Sinner ricorda Borg, per la grande capacità di dare del tennis una rappresentazione di sostanza: ecco con Sinner come con Borg noi abbiamo il tennis che ci appare per quello che è. Diverso il discorso per campioni come McEnroe, Adriano Panatta o Nastase, dove invece il gesto tennistico non appare mai fine a se stesso ma ha la capacità di rimandare a qualcosa d’altro: per questo, paradossalmente, il loro tennis è forse più bello ma meno puro. Ecco perché il tennis moderno ha rappresentato la grande epopea, perché vi era appunto la possibilità di confrontare queste idee diverse, si vedevano all'opera personalità distinte. Oggi, e credo che tutti lo riconoscano, il globalismo ci sta offrendo un confronto fra stili e tecniche che un po’ si somigliano tutti. L’uniformità relazionale del mondo neoliberale.



Bertolucci, a proposito di Musetti, proprio nei giorni scorsi, ha fatto una considerazione: bravissimo a vincere il bronzo alle Olimpiadi, ma il tennis è uno sport non olimpico, quell’impresa non “accende”. Qual è l’essenza di questo sport?


Non ci si deve meravigliare troppo dell'estraneità del tennis alla logica dello spirito olimpico. È una condizione che riguarda anche gli altri sport popolari, basta pensare al calcio, nessuno - credo - ricorda imprese olimpiche eroiche delle nazionali di calcio. Nelle Olimpiadi troviamo il più antico spirito sportivo, quello più disinteressato al fattore economico, mentre lo sport nell'epoca moderna ha stretto, così come tutta la società, un patto sempre più forte con i valori del mercato. E gli sport olimpionici per eccellenza, del resto, sono quelli che mettono al centro la prestazione ginnica nelle discipline classiche della dell'atletica leggera, il tennis rappresenta una un'aggiunta in definitiva, ed anche gli sportivi sembrano viverla in questa maniera.



Il tennis e il calcio. Dal punto di vista ontologico, qual è la differenza fondamentale tra giocare in squadra e giocare in modo individuale?


Il confronto fra il tennis e il calcio richiama subito la distinzione tra filosofie politiche individualiste e comunitariste. Se il tennis è lo sport della soggettività moderna, liberale e borghese, il calcio è invece il gioco per antonomasia popolare, aristotelico tomistico. Mai come nel calcio vale l'idea che l'uomo è un autentico animale sociale, e che l'insieme della società deve organizzarsi per provvedere e realizzare il bene comune. Il calcio è uno sport comunitario e presuppone anche una autorità di governo presente nella competizione: è la parte dell'allenatore, che dalla panchina, un po’ come un buon pastore, governa il proprio gregge. Nel tennis invece è chiaramente più accentuato il profilo della solitudine dell'agonista. Uno sport per certi versi intermedio è invece il ciclismo, dove ugualmente si corre in squadra ma il risultato è solamente individuale. Quindi mentre nel calcio il trionfo è appannaggio del gruppo, della comunità, la stessa cosa non avviene nel ciclismo dove il lavoro di squadra trova finalizzazione nella vittoria di uno solo. Il ciclismo mostra un lato eroico e aristocratico, nel quale si coniugano le vicende di una plebe lavoratrice - posta al servizio di un signore -, e quelle del condottiero che ha il compito di finalizzare una impresa nella quale possano riconoscersi tutti i componenti della comunità. Con una analogia molto spericolata si può dire che il tennis è uno sport liberale borghese; il calcio presenta invece profili socialdemocratici che variano a seconda del peso che il campione ha avuto nei risultati della squadra; infine, il ciclismo è uno sport plebeo-aristocratico, forse il più tradizionalista; anche le competizioni motoristiche assomigliano al ciclismo, con un impegno di squadra che si risolve però in un trionfo necessariamente individuale.

Detto ciò, mi pare già di ascoltare l'obiezione: e allora la Coppa Davis? Ecco, la Coppa Davis rappresenta una interessante curvatura del tennis verso la dimensione comunitaria. In questo caso sono le squadre nazionali che scendono in campo dando vita a competizioni che enfatizzano il ruolo del gruppo, del collettivo, che va a temperare e a moderare il peso della prestazione individuale. Si tratta di un efficace compromesso che però si è trasformato nel tempo, con le nuove regole della Coppa Davis. Abbiamo visto come quella che era una vera e propria guerra fra nazioni, con un preciso rituale: si giocava in alternanza in uno dei due Stati in competizione, le delegazioni venivano ricevute dando vita a un reciproco riconoscimento fra gli eserciti in terra straniera. Ecco tutto questo diritto della guerra è stato profondamente cambiato dalla globalizzazione economica, tanto che le competizioni di Davis ormai si svolgono in un paio di fine settimana in anonimi palazzetti dello sport di città di media grandezza, ridimensionando il fattore tecnico e agonistico: non ci sono più cinque punti in palio in partite sino al quinto set, ma tutto si risolve in tre partite che decretano un vincitore o uno sconfitto. Credo che il tempo totale che viene oggi dedicato a questi tre incontri venisse spesso addirittura superato da un solo incontro della vecchia formula tirato sino al quinto set.


Il doppio, nel tennis, non ha grande appeal. Anzi, viene derubricato come opzione per chi non ha la forza di competere nell’individuale. Come inquadrare questa disciplina?


Il doppio è sicuramente una modalità del tennis che non va tanto di moda, nel passato ha goduto sicuramente di fasti più importanti, ci sono state grandi coppie di grandi tennisti quali McEnore e Fleming, Panatta e Bertolucci, gli australiani, Pietrangeli e Sirola. Oggi il doppio è una disciplina un po’ decaduta. Si potrebbero ricercare ragioni meramente economiche per questo declino: gli impegni sono più numerosi, i tornei sono cresciuti, e quindi giocoforza si va incontro ad una specializzazione per cui un tennista può scegliere di intraprendere la carriera del doppio magari proprio come prima scelta. Del resto, l'impegno fisico che viene richiesto nel doppio è sicuramente inferiore rispetto al singolare e ciò consente anche ad atleti che hanno una certa età, pure prossimi alla quarantina, di continuare a competere a ottimi livelli ottenendo significativi risultati. E per il doppio vale ciò che è stato detto sopra per la Coppa Davis, e cioè che si tratta di una moderazione della logica individuale che comunque caratterizza il tennis. Il tennista è un individualista, non ama troppo il bene comune, lotta per ideali personali. Nel doppio gli viene chiesto uno sforzo relazionale in più, non solo riconoscere il proprio avversario ma anche condividere la propria parte del campo con un compagno d’armi. Quando tale condivisione, poi, giunge sino a rappresentare l’interesse nazionale – il doppio di Davis – ecco che il tennis tocca allora il punto lontano più estremo dalla sua origine individuale. E di più non si può proprio chiedere!


Donne e uomini. La “battaglia dei sessi” giocata da Kyrgios e Sabalenka lo scorso autunno ha mostrato un divario incolmabile, per ora, tra le performance dei generi. C’è un essere specifico del tennis femminile che va evolvendo e imponendosi?


In questi tempi è sempre abbastanza difficile affrontare il tema della differenza di genere, vista la presenza di uno spirito del tempo che tende a offrire una visione in cui tale differenza dovrebbe essere ridimensionata. La pratica sportiva, invece, offre proprio motivi per dimostrare le ragioni della differenza di genere. Ogni volta che un uomo e una donna si incontrano a tennis ci troviamo di fronte a prestazioni del tutto differenti: la più forte delle donne in genere soccombe contro tennisti dotati di una classifica ben oltre il centesimo posto. Si tratta di un problema? No, questo non è un problema. Il tennis femminile come tutto lo sport femminile ha delle peculiarità che vanno assolutamente salvaguardate. Quindi esiste una specificità del tennis femminile nella misura in cui esiste una specialità del genere femminile nella società, nella cultura, nella antropologia.


Il ruolo del team ha reso il tennis contemporaneo un “fenomeno sistemico”, dove i risultati sono una proprietà emergente: un esito della bravura del giocatore, ma sempre di più in relazione al gruppo interdisciplinare. Qual è il suo punto di vista?


Già negli anni ’30, quando concludeva la sua opera, Johan Huizinga metteva in guardia dal pericolo di una mutazione dello statuto antropologico dello sport: da momento libero, dotato di regole proprie, retto da una propria necessità interna, a pratica funzionale ad altri obiettivi. Lo sport contemporaneo ci ha proprio offerto questa progressiva funzionalizzazione del gioco ad altri obiettivi, quali il prestigio per la vittoria (e già si tratta comunque pur sempre di un elemento comprensibile) sino alla esasperazione del concetto di performance e di prestazione. Quindi chiedere sempre il massimo, estrarre dalla pratica agonistica il vertice della potenzialità espressiva dello sportivo. In questa maniera il gioco diventa appunto sistema, si converte in parte evidente, sporgente, di una influente macchina che si muove per ottenere il massimo con il minimo sforzo. Siamo concretamente dentro il trionfo di quella che viene denominata la “ragione calcolante”, applicata anche a una pratica, quale quella ludica, che pareva destinata in realtà a rimanere estranea ad ogni altro scopo che non fosse la propria auto-celebrazione. Viviamo in una contraddizione fondamentale dello sport contemporaneo, tra il culto della performance e la natura libera e senza scopi ultronei del gioco. Il globalismo economico neoliberale, inoltre, ha approfondito questa contraddizione perché sulla performance si è sovrapposto il momento economico cioè il mercato. Allora, quello spazio per il gioco, libero e sacro, separato dalla società che Huizinga già vedeva minacciato negli anni ‘30 oggi si è ancor più ristretto. Il tennis chiaramente non fa eccezione, così al posto di sportivi che giravano liberamente per i tornei dell’ATP, spesso in completa solitudine, sono spuntati delle vere e proprie squadre agonistiche. Che si tratti di clan familiari, come nel caso di Nadal, oppure di guru tecnico antropologici, come nel caso di Djokovic, il campione è sempre più circondato da soggetti che fanno funzionare la sua macchina, che preparano la sua prestazione, seguendo i dettami della ragione calcolante e degli interessi del mercato.


Le superfici su cui si gioca cambiano il gioco, la velocità, la caduta della palla... Quanto l’ambiente entra nella performance?


Di sicuro i fattori materiali esterni hanno un'importanza notevole nel determinare le prestazioni di gioco. Il tennis come tutti gli sport si è trasformato notevolmente in relazione all'evoluzione tecnologica. Il passaggio dalla racchetta di legno di dimensioni standard a racchette con un ovale allargato costruite in materiali compositi e sintetici ha modificato notevolmente il modo di giocare. Questa innovazione ha proprio determinato il passaggio da quello che era il tennis moderno al tennis postmoderno. Accanto però ai fattori esterni devono anche essere considerati i fattori interni, cioè quelle attitudini spirituali e culturali che caratterizzano uno sport. Il tennis è molto interessante perché ha subito delle profonde riforme ispirate dalla tecnologia, prima e fra tutte quelle della racchetta, rimanendo però sostanzialmente fedele al proprio spirito e alla propria tradizione. Vi sono ambiti agonistici, come il calcio o gli sport motoristici, che sono stati letteralmente stravolti dalla globalizzazione economica. Per il tennis invece si può dire che le varie innovazioni non hanno affatto cancellato la tradizione e la rappresentazione che di questo sport si ha nella società. L'introduzione del tie-break, la riforma della Coppa Davis, l'uso dell'occhio di falco per i punti incerti, sino all’abolizione dei giudici di linea in favore di meccanismi impersonali ed automatizzati di decisione, sono tutti elementi che sono stati introdotti, senza destare alcun clamore, nei regolamenti di uno sport molto geloso della propria identità. In fondo, questa capacità di conservare la tradizione di fronte ai tempi che cambiano è la caratteristica delle cose sacre, che riescono ad integrare in sé ogni fattore esterno.


© Copyright Rekh Magazine


Chi è l'intervistato



Carlo Magnani, laureato in Giurisprudenza e Filosofia, è ricercatore di Istituzioni di diritto pubblico presso la facoltà di Sociologia dell’Università “Carlo Bo” di Urbino. Ha pubblicato diversi contributi e saggi di argomento giuridico e teorico-politico, tra cui, Dall’epoca dello Stato all’epoca della Costituzione (2002), Pluralismo, informazione e radiotelevisione (2014) e ha curato il volume Beni pubblici e servizi sociali in tempi di sussidiarietà (2007).



Abstract in English


The conversation with Professor Carlo Magnani, a scholar author of remarkable books on tennis and sport in general, provides an inquiry into the evolution of modern, postmodern, and contemporary tennis, conceptualizing the sport as a sophisticated cultural text that mirrors global institutional transformations. Grounded in Johan Huizinga’s seminal theory of Homo ludens, tennis is established as an autonomous, non-functional sphere radically distinct from economic life. Professor Magnani traces the historical trajectory of the sport from its aristocratic, courtly origins—which reflect a Cartesian framework of absolute, solitary sovereignty—to the highly mediated, non-physical warfare of the modern court.

The interview with Primavera Fisogni examines how tennis transitioned from the heterogenous playing styles of the Open Era to a "Globalist Epiphany" governed by the Big Three (Federer, Nadal, Djokovic), a tripartite regime that mirrored the multilateral stability of neoliberal international law. The paper then interrogates the current paradigm shift: the "Sinnerian Moment." Just as international relations have retreated from globalism into a colder, realist bipolarity structured around superpowers like the US and China, contemporary tennis has entered a bipartisan realism spearheaded by Jannik Sinner and Carlos Alcaraz. In this new era, the sport discovers the stark virtues of absolute dominance, mental resilience, and raw power.

Finally, the conversation addresses how the individualist ontology of tennis contrasts with the communitarian, social-democratic nature of team sports like football. It concludes by examining the systemic mutation of contemporary tennis, where the rise of specialized multidisciplinary teams, algorithmic officiating, and technological optimization threatens the sacred, purposeless essence of play by subordinating it to the dictates of calculative reason (ragione calcolante) and market performance. (The Editor)

 
 
 

Comments


Drop Me a Line, Let Me Know What You Think

Thanks for submitting!

© 2035 by Train of Thoughts. Powered and secured by Wix

bottom of page