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The Form and the Matter: Back to the Future with Aristotle

  • Dec 2, 2022
  • 10 min read

Updated: 17 hours ago

On the occasion of the launch of THINGS THAT MATTER, the second issue of Rekh Magazine Papers, dedicated to clarifying the very idea of matter/materials between the real and the digital, an interview with metaphysician Professor Gianluigi Segalerba, who authors the first essay of the magazine


La copertina del quadrimestrale
La copertina del quadrimestrale

By Primavera Fisogni


Da oggi è disponibile online - scaricabile qui sotto - il secondo numero del quadrimestrale Rekh Magazine Papers, intitolato Things that Matter - Materials in the onlife world. Il primo, prestigioso contributo del lavoro collettaneo, porta i lettori alla Metafisica di Aristotele. Lo firma il professor Gianluigi Segalerba, filosofo protagonista in tanti contesti internazionali, formatosi alla Scuola Normale di Pisa e collaboratore / ispiratore di Rekh Magazine fin

dagli inizi, nel 2022. Segalerba prende in esame i concetti di materia e forma, evidenziando l’intuizione sistemica di Aristotele.


Gentile professor Segalerba, Aristotele ha ancora molto da dire, per leggere la realtà che viviamo, tra reale e virtuale. È così?


Senza dubbio. La filosofia aristotelica investe la nostra attenzione, per dir così, con una serie di concetti quali atto, potenza, forma, materia, sostanza, e via dicendo. Aristotele ci trasferisce immediatamente in una dimensione di analisi della realtà quale non siamo immediatamente abituati, non almeno sulla base dell’esperienza propria della vita di tutti i giorni. La ricerca dei fondamenti della realtà, nella quale Aristotele programmaticamente impegna la propria attenzione durante l’analisi dell’essere in quanto essere, ci allontana e ci affranca dal flusso dell’abitudine. Immergersi nei concetti aristotelici significa esperire, in noi stessi, una cesura rispetto alla vita di tutti i giorni; ci costringe ad adottare una prospettiva sulla realtà che è differente rispetto a quella abituale.

L’analisi di concetti quali sostanza, forma, materia, atto, potenza interrompe in noi il flusso normale dell’esistenza: l’attività meditativa sospende la vita comune. La dimensione che otteniamo meditando sui concetti introdotti da Aristotele è la dimensione dei fondamenti. Attraverso questa meditazione, possiamo vedere che la realtà non si esaurisce nei concetti immediatamente noti; esperiamo che vi è una base precedente alla dimensione abituale; osserviamo che detta base fonda la nostra dimensione abituale (ancorché noi ne siamo consapevoli); apprendiamo – modificando in tal modo la nostra attitudine e la nostra disposizione nei confronti della realtà – come vi siano strutture portanti nella realtà la cui presenza non sempre siamo in grado di notare (non almeno immediatamente): conseguentemente, siamo costretti a riconoscere che la realtà è spesso assai più complessa di come essa possa apparire a prima vista. Il primo portato della meditazione è che, una volta entrati nella dimensione meditativa, non accetteremo più la realtà a noi immediatamente data come l’unica realtà, né accetteremo che i concetti della realtà di tutti i giorni siano per noi gli unici concetti ammissibili.


Non deve stupire che, in tutte le mie risposte, ritorni costantemente la connessione con termini e concetti quali “costrizione”, “fatica”, “imposizione”, e via dicendo: l’uso di tali termini sta a significare che il lavoro interpretativo, l’assunzione di nuove dimensioni nella mente, l’estensione dei concetti, il riconoscimento e la consapevolezza della complessità della realtà, costano un grande impegno da parte dell’individuo: essi non costituiscono regali, per dir così.

L’individuo che riesca ad assumere una nuova prospettiva sulla realtà – ciò che io ritengo essere il primo effetto dello studio filosofico – dovrà purtroppo (o forse dovremmo dire “per fortuna”) – conquistare questa nuova prospettiva.

Per ricorrere ad un’immagine platonica, l’uscita della caverna è ardua, difficile, lunga, impegnativa: essa va conquistata dal soggetto; non è un dono porto al soggetto dall’esterno; è il soggetto che deve uscire dalla caverna, dove il percorso dell’uscita dalla caverna è compiuto in solitudine. Si tratta di un’esperienza che siamo chiamati a fare, senza per questo poterci nascondere le difficoltà ad essa connesse.


La materia è subordinata alla forma, in Aristotele, però la forma ha bisogno della materia. In ambito digitale come cambia, se cambia, questa dinamica?


Vedo analogie tra l’interpretazione che Aristotele dà della realtà con l’ausilio dei concetti di materia e forma, da una parte, ed il mondo digitale, dall’altra.

A ben vedere, nell’ambito dell’informatica, in generale, e della dimensione digitale, in particolare, la funzione della forma potrebbe essere assunta dal sistema che, di volta in volta, organizza il campo informatico particolare, mentre la funzione della materia potrebbe essere svolta dai contenuti che devono essere immessi nel campo informatico particolare.

Il sistema che, ad esempio, è in grado di organizzare l’immissione dei testi antichi nella piattaforma digitale Perseus (nomino Perseus dato che è la piattaforma che adopero con maggiore frequenza; se ne potrebbero nominare altre) potrebbe essere equiparato alla forma, mentre la serie dei testi dell’antichità, che tanto ha agevolato ed agevola il lavoro di interpretazione, potrebbe essere equiparato alla materia.

In generale, tutto ciò che costituisce il sistema nel quale un determinato, particolare contenuto trova la propria dimensione di esistenza è la forma, ossia la struttura, che permette l’esistenza di ogni contenuto particolare.

Non ho le prove, naturalmente, ma credo che Aristotele si troverebbe a proprio agio nella dimensione digitale, anche se parimenti credo che Aristotele ci ammonirebbe a non ritenere mai che il lavoro di meditazione possa essere sostituito: il lavoro di interpretazione è imprescindibile e, con esso, tutta la fatica legata a detto lavoro.


Mi è parso di leggere, nella sua analisi su Rekh Magazine Papers, un carattere sistemico nella relazione tra forma e materia…


È esatto. La connessione tra forma e materia, nella meditazione di Aristotele, è presente in differenti campi ontologici.

Secondo me, l’espressione più compiuta della connessione tra forma e materia si trova nel De Anima (ad esempio, nel capitolo De Anima II 1): parlo di espressione più compiuta dato che nel De Anima la connessione tra forma e materia viene inserita, da Aristotele, nella relazione tra atto e potenza.

In altri termini, i concetti di forma e di materia vengono essi stessi inseriti in un sistema generale: detto sistema prevede un’entità che, rappresentando la forma, svolge la funzione di fattore attualizzante rispetto ad un’altra entità che, rappresentando la materia, esercita la funzione di potenza.

La connessione tra forma e materia viene poi estesa da Aristotele alla dimensione degli artefatti, dove i medesimi artefatti, in quanto la forma viene posta nella loro materia da un fattore esterno, non possono essere equiparati alle entità biologiche nelle quali il fattore attualizzante, rappresentato dall’anima, opera dall’interno delle medesime entità.

In effetti, per quanto attiene alle entità biologiche, l’anima rappresenta l’essenza, la forma, ed il fattore attualizzante dell’entità medesima: l’essenza dell’entità è il programma attualizzante dell’entità, vale a dire, è il fattore che, dall’interno dell’entità, governa tutte le funzioni dell’entità e guida lo sviluppo dell’entità medesima. Essenza è, per quanto attiene alle entità biologiche, il programma attualizzante ed attualizzantesi insito nelle entità biologiche medesime.


Perché la filosofia è ancora tanto importante per comprendere la realtà “mista” nella quale siamo immersi?


La domanda è senz’altro molto impegnativa. Devo ammettere che sono arrivato ad una prima risposta da non molto tempo.

Secondo me, la filosofia è importante dato che – letteralmente – costringe a percepire, a notare, ad osservare temi ed aspetti della realtà che contrastano con l’interpretazione che, di detti temi ed aspetti, saremmo portati a dare basandoci sulla vita di tutti i giorni.

La filosofia costringe a fare una pausa nella vita di tutti i giorni, a sospendere il flusso dell’abitudine. La filosofia crea una sospensione nella vita individuale.

Solitamente, coloro che si occupano di filosofia vengono accusati di essere con la testa per aria: l’intenzione di questa accusa consiste nel mostrare che chi si occupa di filosofia ha perso il contatto con la realtà. Il contenuto in sé dell’accusa, a ben vedere, non è falso; il punto è che quello che è espresso come accusa per me rappresenta un pregio.

Rovesciando l’accusa medesima, direi che la filosofia ha proprio il compito di staccare la persona dalla realtà usuale, dal flusso dell’abitudine, dall’incatenamento alla vita di tutti i giorni. La meditazione filosofica rappresenta una sorta di liberazione da detto incatenamento.

Il primo passo verso la filosofia è proprio quello di creare, nella persona, una sospensione per quanto attiene alla vita comunemente accettata. La filosofia fa sì che i giorni non siano tutti uguali, detto in altri termini. Per fare un esempio, quando si prende in esame il Fedone, solitamente ci si sofferma sulle prove concernenti l’immortalità dell’anima (tema, senza ombra di dubbio, estremamente importante). Personalmente, tuttavia, nell’analisi del Fedone io partirei dall’osservazione che, nell’ambito del Fedone, per quanto attiene la vita del soggetto individuale, e per quanto attiene al suo esistere, il riconoscimento dell’esistenza delle idee è l’aspetto che interviene come una cesura fondamentale tra il periodo di vita nel quale il soggetto ancora non riconosceva l’esistenza delle idee, da una parte, ed il periodo di vita che segue al momento in cui l’individuo si rende conto dell’esistenza delle idee. L’individuo che divenga consapevole dell’esistenza delle idee non è più lo stesso individuo, e non sarà mai più lo stesso individuo dell’individuo che viveva all’oscuro di questa esistenza. L’individuo che riconosca l’esistenza delle idee è un individuo che sa che la realtà non si esaurisce nella dimensione sensibile e che sa che la realtà ha una dimensione che oltrepassa la sensibilità.

Le idee aprono una nuova prospettiva esistenziale nel senso che mostrano all’individuo come non tutto sia materiale, come non vi sia soltanto la realtà di tutti i giorni, come la realtà nel suo complesso abbia varie dimensioni. Il riconoscimento dell’esistenza delle idee rappresenta una cesura nella vita dell’individuo.

In generale, la filosofia, attraverso l’introduzione di concetti che non sempre sono usuali nella vita di tutti i giorni, costringe, per dir così, ad assumere nuove prospettive: la mente individuale diventa più complessa. Senza dubbio, dall’esterno chi si occupi di filosofia dà l’impressione di persona con la testa per aria, come si è detto. Questa disposizione, tuttavia, lungi dall’essere un segno negativo, è, secondo me, un segno positivo: sta infatti a significare che l’individuo non è più assorbito dalla routine di tutti i giorni; l’individuo diventa più lento, più distratto nella vita di tutti i giorni dato che sta camminando in una terra per lui ignota fino a quel momento. In altri termini, l’individuo non vede soltanto la dimensione abituale; comincia, se non altro, a scorgerne un’altra. Per questo, l’individuo medesimo appare distratto a tutti coloro che non siano consapevoli della nuova condizione dell’individuo.

In sintesi, direi che la filosofia sia essenziale nel far sì che la nostra mente esperisca nuove dimensioni cognitive e nuovi concetti, imponendoci, al modo di maestra inflessibile, un lavoro di meditazione ed una disposizione ispirata a riflessione e prudenza nella “nuova” vita di tutti i giorni: adopero il termine “nuova” vita di tutti i giorni dato che sono convinto che, dopo il contatto con la filosofia, la vita non sarà più la stessa di prima.


I giovani sono sempre più digitali. Cosa perdono, a suo giudizio, dell’esperienza della realtà?


Si tratta senza dubbio di un tema assai complesso. Da una parte, gli strumenti digitali hanno agevolato in misura considerevole determinati aspetti del lavoro. Per esempio, il mio lavoro di ricerca è stato assai facilitato dalla digitalizzazione di uno strumento quale il dizionario greco-inglese Liddell-Scotto, o dalla digitalizzazione di testi greci nel portale Perseus. Gli strumenti digitali riducono i tempi necessari per determinati ricerche, permettendo in tal modo che maggiore tempo possa essere dedicato alla riflessione sui testi.

D’altra parte, almeno a volte la digitalizzazione suggerisce che i tempi di meditazione in sé possano essere abbreviati; sotto questo aspetto credo che, purtroppo – o forse sarebbe maggiormente appropriato dire per fortuna –, i tempi necessari alla meditazione, all’interpretazione, all’investigazione concettuale, non verranno abbreviati dalla digitalizzazione medesima. Sarà sempre indispensabile, almeno a mio avviso, il lavoro consistente nel foglio bianco (o a righe, o a quadretti, secondo le preferenze; io personalmente scrivo sempre su fogli completamente bianchi) e nella penna (o matita, anche qui secondo le preferenze).

La digitalizzazione abbrevia i tempi tecnici di reperimento e di consultazione di testi; per converso, il lavoro di meditazione sui testi, che segue alla consultazione dei testi, dovrà essere sempre presente: l’interpretazione non può essere sostituita. Ho l’impressione che, almeno talvolta, coloro che lodano la digitalizzazione, non prendano in esame – non, almeno, nella misura dovuta – il fatto che, quando ci troviamo ad interpretare, siamo “condannati” alla solitudine, al foglio, alla penna, alla sedia ed al tavolino da lavoro.

Le cose non sono poi cambiate in modo rilevante rispetto ai tempi di Platone o di Aristotele: si è soli di fronte al tema da interpretare, il che è, per dir così, croce e delizia nello stesso tempo.



Gianluigi Segalerba è nato a Genova il 24 giugno 1967. Allievo della Scuola Normale Superiore di Pisa, si è laureato in Filosofia presso l'Università di Pisa nel 1991 e ha conseguito il dottorato di ricerca in Filosofia presso la stessa università nel 1998. È stato ricercatore ospite (visiting scholar) presso le Università di Tubinga, Berna e Vienna. Ha insegnato presso l'Istituto di Filosofia dell'Università di Vienna. La sua prima pubblicazione è stata Note su Ousia (Pisa 2001). Successivamente è stato co-editor del volume Substantia – Sic et Non (Francoforte sul Meno 2008) ed è l'autore del libro Semantik und Ontologie: Drei Studien zu Aristoteles (Berna 2013). Attualmente vive e lavora a Vienna. Tra le pubblicazioni recenti, segnaliamo: Kochetkova, T. & Segalerba, G. (2024). Environmental Personhood: Philosophical Foundations in Tantric Ecology. In S. Kanojia (Ed.), Bridging Health, Environment, and Legalities: A Holistic Approach (pp. 1-24). IGI Global Scientific Publishing.



Abstract of the chapter authored by Professor G. Segalerba


Abstract




The philosophical paper authored by Professor Gianluigi Segalerba investigates the ontological relationship between matter (hyle) and form (morphe or eidos) in Aristotle’s metaphysics, arguing against their equivalence as components of composite entities. Through a detailed analysis of Metaphysics Books Zeta, Eta, and Theta, the author demonstrates that matter and form fulfill fundamentally different roles: matter serves as the potentiality (dynamis) and the substratum, while form acts as the organizing principle and actuality (entelecheia).

The analysis focuses on key passages, notably Zeta 17, where Aristotle defines form not as a mere element among others—comparable to a "heap"—but as the primary cause of being that structures material components into a unified whole, much like a syllable transcends its individual letters. The study further examines Zeta 7 to illustrate the tripartite structure of natural generation (matter, agent, and formal program) and Eta 3, which refutes the "summation model" by asserting that the essence of a composite entity cannot be reduced to the simple addition of its parts.

Finally, the paper addresses the priority of act over potency as discussed in Theta 8. Form is identified with actuality and substance, functioning as the driving force that directs the development of matter. By concluding that the connection between matter and form is a relationship of subordination—where form governs and actualizes the potential inherent in matter—the study clarifies the hierarchical structure of Aristotelian hylomorphism. (The Editor)


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