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Creation Day and Personal Responsibility

  • 4 days ago
  • 8 min read

September 1 each year, the World Day of Prayer for the Care of Creation is celebrated. Pope Francis instituted it for the universal Catholic Church in 2015, following an older tradition in the Eastern Orthodox Church. Here are a couple of philosophical reflections on this urgent and cogent topic authored by Primavera Fisogni, PhD in Philosophy


Bambini al parco (Wix Pics)


Di Primavera Fisogni


“Salviamo il creato”. Chi non si sente di condividere questo enunciato? Il clima del pianeta si surriscalda, i poli si sgelano, intere regioni della Terra vengono erose dall’aridità: da alcuni anni, a fronte di fenomeni tanto preoccupanti, è nata una sensibilità globale – a volte solo di facciata, altre volte declinata ad autentico impegno politico – che, quantomeno, non lascia indifferenti. Perché, se riflettiamo, ad essere in gioco – nel destino del pianeta – è la continuità stessa del genere umano, animale, vegetale, cioè dei viventi, in senso lato.

Eppure espressioni come “salviamo il creato”, che di primo acchito risultano condivisibili, proprio per il grado di generalizzazione e l’appeal mediatico, richiedono di essere esaminate con scrupolo. Il compito della filosofia è proprio questo: fare problema ed assumere, o rigettare, criticamente, l’ovvietà del senso comune. Dunque, guardiamo da vicino l’enunciato e domandiamoci:


  • perché salvare il creato?

  • è davvero in nostro potere farlo?


Il ragionamento che svilupperemo porterà argomenti a favore dell’importanza relazionale che il mondo ha per gli esseri umani, sia che lo consideriamo come creato, sia che lo intendiamo come realtà data, senza postulare che esso sia il frutto di un’opera sovrannaturale.

In secondo luogo, mostreremo come nessuna delle due prospettive sia davvero in grado di fondare la possibilità di salvare il mondo, mentre entrambe giungono alla conclusione che la salvezza del mondo – come conservazione e fioritura di possibilità – non può prescindere dalla salvezza degli esseri viventi. Giungeremo a riformulare l’enunciato in questi termini: salviamo il mondo per salvare noi stessi.



Perché salvare il creato? Visione del mondo come realtà creata


L’appello alla salvezza del creato presuppone che esso sia qualcosa che vale e che dà consistenza al nostro essere nel mondo. Se ci collochiamo nella prospettiva creaturale tale pretesa appare più che mai fondata. Le creature, infatti, presuppongono un soggetto creatore con la C maiuscola, un soggetto in grado di volere, di agire, di pensare; dunque una persona soprannaturale al massimo grado di queste virtù cognitive-morali, ma anche una persona mossa da un sentimento gratuito, di generosità e di amore, tale da donare se stesso, da mettere in campo le sue stesse capacità per costituire qualcosa – il creato appunto – da consegnare ad altri, a soggetti che hanno la vita, la capacità di sentire, di volere, di agire, ma che non posseggono per sempre questi doni, essendo la morte un termine naturale della vita.

La visione del mondo come realtà creata presuppone un Creatore e delle creature che, oltre ad essere collocate nel mondo, ne sono anche parte attiva. Il Creatore è persona, in virtù delle capacità creatrici (volontà, intelligenza, sensibilità), dà la vita e dà l’essere in quanto è vita e in quanto essere; le creature hanno la vita e l’essere; alcune, gli uomini, si possono dire persone in senso analogico con la persona divina in quanto partecipano delle medesime capacità (volontà, intelligenza, sensibilità). Le persone, come gli altri viventi, nella prospettiva di un mondo creato, sono l’espressione della somma fonte effusiva di bene.

Ecco il punto nodale nella relazione tra le creature: poiché il bene è il tratto accomunante tra tutti i componenti del mondo, si dà uno slancio naturale alle cose e agli altri – san Tommaso d’Aquino lo indicò con il termine latino inclinatio o inclinazione – che è poi all’origine degli atti umani (cognitivi e morali), così come dell’istinto animale. Nella persona umana la conoscenza, ma anche l’amore, il fare il bene o il male, tutto si spiega, alla radice, con questo inesausto movimento da e per il mondo creato, filtrato dal consenso e dalla scelta, le componenti essenziali della volontà.

Se San Tommaso, il filosofo che più seppe giustificare la naturalità della prospettiva creaturale del mondo, fosse oggi tra noi ritengo che promuoverebbe le ragioni di un’ecologia globale proprio sulla base di questo reciproco movimento di essere e di bene. Sottraendo mondo, riducendo la realtà o smantellandola – si pensi alla trasformazione di un paesaggio di alberi in una landa desolata a scopi industriali – inevitabilmente si toglie qualcosa alla visione, all’opportunità di entrare in relazione, di conoscere; si limita la possibilità di sentire, che è l’ingrediente fondamentale nella dinamica della volontà (consentire est simul sentire, dice sempre Tommaso, nella Quaestio 15 della Summa Theologiae). Per concludere questa succinta carrellata, possiamo concludere che la visione creaturale giustifica il valore del mondo per l’essere umano (e per tutti gli altri esseri viventi) per queste ragioni:


  1. il creato è un tessuto di relazioni, di diffusività di bene (ciò rende possibile un’esperienza ontologica, relativa all’essere delle cose, aperta a le creature viventi, non solo ai filosofi)

  2. il creato offre l’opportunità – all’uomo, soggetto dotato di autodeterminazione personale – di fare il bene, gli fa sentire che le cose valgono (entriamo nel campo del valore morale, relativo all’esercizio della condotta umana)

  3. il creato permette di muovere dal piano naturale a quello sovrannaturale, mediante un movimento di trascendenza (valore spirituale e contemplativo)


Perché salvare il creato? Visione del mondo come realtà data


Anche una visione del mondo che prescinda dall’ordine di un creatore porta argomenti forti a favore della salvaguardia della realtà. Se assumiamo la prospettiva fenomenologica – quella di uno sguardo candido e rigoroso alle cose, senza pre-giudizi – non possiamo dire che quanto si trova davanti a noi sia creato, ma solo che si tratta di qualcosa di dato.

Il primo principio di questa via filosofica, che ebbe in Husserl il suo maestro, per poi essere perfezionato anche da pensatori cristiani come Edith Stein (la quale si convertì proprio muovendo dalla fenomenologia), sostiene la fedeltà ai fenomeni. Dire che c’è qualcosa piuttosto che nulla, è già tributare attenzione e rispetto (da re-spicio, rispettare implica un certo modo di guardare) all’oggetto a cui ci si volge; tale attenzione è massimamente riguardosa perché il fenomeno fa intuire il senso e il valore della realtà: se guardo un film, come si è fatto stasera, faccio un’esperienza cognitiva, in quanto vedo, penso, sviluppo impliciti e sottintesi; accanto a questo, sento che interpella nel profondo, più o meno, mi piace oppure no.

La fedeltà ai fenomeni porta a riconoscere quanto le cose date siano costruttive, arricchenti per la fioritura personale, termine caro ai fenomenologi della persona, anche se molto di moda e un po’ abusato negli ultimi tempi. Ma andiamo oltre. Il secondo principio, che si collega strettamente al primo, è quello della riduzione: attraverso uno speciale esercizio di attenzione si può giungere ad afferrare qualcosa di non ulteriormente riducibile, in altre parole, il nocciolo duro o l’essenza dei fenomeni. Come si vede, l’esperienza metafisica non è solo una prerogativa della via creaturale, ma pure di un approccio puramente razionale e che prescinde da qualsivoglia idea di un Dio creatore.

Per concludere, anche la fenomenologia sostiene il valore del mondo per l’essere umano, infatti:

  1. le cose sono fonte di senso e valore (rendono possibile l’esperienza cognitiva e quella morale: percezione dei vari gradi di bene)

  2. il sentire (il valore) costruisce la maturazione dell’essere umano, ne guida la condotta (siamo nel campo dell’etica)

  3. è possibile, attraverso le cose, anche andare oltre ciò che è dato, fare cioè un’esperienza metafisica (aperta tanto alla pratica intellettuale che a quella religiosa-spirituale).



Impossibilità di salvare il creato nella visione creaturale


L’argomento a sostegno di questa tesi muove dalla condizione delle creature. Laddove si postuli un Creatore che ha l’essere in senso pieno, che può dare vita dal nulla a qualcosa – il creato ex nihilo fit – non si può che attribuire a questa eminente persona, e solo ad essa, la prerogativa di salvare quanto ha creato. Non a caso, sul piano teologico, il Dio creatore è anche Salvatore. Se c’è Qualcuno che può salvare l’uomo, questo – lo vediamo nel Cristianesimo – è solo Cristo, il figlio del Dio vivente, una delle persone della Trinità.


Impossibilità di salvare il mondo dato nella visione fenomenologica


Anche il mondo inteso come realtà data, come costellazione di fenomeni che pure risultano tanto interrelati con i viventi, non può essere salvato dall’uomo. O meglio, riformulata in chiave fenomenologica, l’espressione “salviamo i fenomeni” implica il rispetto per ciò che si vede e la considerazione della propria specificità. Ma ciò che è dato, di fatto, non ci appartiene interamente. Se non è in nostro potere del tutto, come possiamo pensare di poter avere l’ultima parola – benché in positivo – sul mondo?


Soluzione delle due aporie – Salvezza del creato/del mondo dato come salvezza delle relazioni


In entrambi i casi, sia che postuliamo un mondo creato sia che lo pensiamo come dato non si sa da chi, come e perché, ricaviamo da un lato l’inestricabilità della rete di relazioni che ci lega alle cose; dall’altra l’impossibilità di operare affinché siano scongiurate in via definitiva catastrofi tali da mettere a repentaglio la vita del pianeta. Che senso ha, allora, l’enunciato “salviamo il creato” o “salviamo il mondo (dato)”?

Per uscire da questo problema – un’aporia in termini strettamente filosofici – soffermiamoci brevemente su cosa significhi “salvare”, nell’ambito dell’uso comune del linguaggio, il più vicino all’esperienza di ciascuno. Può voler dire “trarre in salvo”, ma anche attivarsi per portare aiuto, si pensi alle espressioni: “ho salvato X che rischiava di annegare” o “arrivo, vengo a salvarti”. Se ci facciamo caso, il primo senso appartiene alla lettura che abbiamo dato finora dell’enunciato “salviamo il creato/il mondo dato”. L’idea di una salvezza per così dire definitiva, che toglie in modo decisivo dal pericolo, può appartenere solo a chi ha in suo potere le creature o le cose, quantomeno sul piano del ragionamento. Perché quello della fede offre altre risposte. Al contrario, l’atto di salvare nel senso di correre in aiuto è assolutamente possibile laddove vi sia capacità di ascolto, di azione, di intelligenza e di creatività per mettere in campo gli interventi più idonei.

Dunque, non solo questa via si presenta praticabile, ma anche e soprattutto a misura degli esseri umani, che queste prerogative posseggono in misura esclusiva (l’autodeterminazione) o eminente (l’intelligenza, la creatività). Correre in aiuto al mondo in difficoltà implica quindi prendere coscienza delle difficoltà, prima ancora di capire come si siano prodotte. Questo lavoro autoriflessivo consegna a chi lo fa la consapevolezza di avere una responsabilità nella conservazione del mondo, quale che sia il punto prospettico dal quale ci si pone.

Salvare il creato o il mondo, a questo punto, non differisce nella sostanza. Perché diventa la premessa che rivela la conseguenza, o la parte implicita dell’affermazione attorno a cui stiamo ragionando. Che possiamo riformulare in questi termini:


  • salviamo il creato (il mondo dato) per salvare noi stessi


  • come si vede, su questo piano del ragionamento l’opera salvifica non solo è giustificata – per la rete di relazioni che intreccia gli esseri viventi – ma anche perché l’uomo può avere voce in capitolo sulla propria conservazione e sulla propria fioritura.


© Copyright Rekh Magazine


English text


Primavera Fisogni, PhD in Philosophy, and editor-in-chief at Rekh Magazine, critically examines the expression “save creation,” questioning both why the world should be saved and whether such salvation is actually within human power. The argument develops through two complementary perspectives: the vision of the world as created reality and the phenomenological understanding of the world as given reality. From the first perspective, creation possesses value because it constitutes a relational order in which being and goodness are interconnected. Drawing on Thomas Aquinas, Fisogni emphasizes inclinatio, the natural movement of beings towards the good, through which human knowledge, moral action, and spiritual transcendence become possible. From the phenomenological perspective, particularly through the principle of fidelity to phenomena, the world is understood as a reality that gives rise to meaning, value, ethical maturation, and metaphysical experience.

Yet neither perspective permits human beings to “save” the world in an absolute sense. In the creatural vision, definitive salvation belongs to the Creator and, within Christianity, to Christ; in the phenomenological vision, the given world exceeds human possession and control. Fisogni therefore resolves this apparent aporia by redefining salvation as an act of assistance rather than definitive rescue. Human beings can listen, understand, act, and creatively respond to the world’s vulnerability. Because all living beings are bound within an inextricable network of relationships, protecting the world ultimately means protecting the conditions of human existence and flourishing. The original appeal is thus reformulated as: “We save the world in order to save ourselves.”

 
 
 

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