The Man Who Listens to the Giant Sequoias
In California, the author, poet, and artisan Tiziano Fratus conceived "Homo Radix"—the idea of a person drawn to visit timeless, silent giant sequoias. These colossal trees draw visitors with their thick bark, massive upper branches, and immense scale. Reaching up to 100 meters in height with trunk circumferences exceeding 30 meters, their sheer size evokes a profound sense of natural immensity. Fratus will be at Orticolario, the festival of evolved gardening (October 1 to 4, www.orticolario.it) on Saturday, October 3, to discuss the language of plants with author Christophe Ségas and journalist Laura Putti

Di Primavera Fisogni
Piante che sussurrano a donne e uomini. Che dicono? Molte cose, ma non tutti e non sempre siamo disposti a metterci in ascolto del linguaggio arboricolo. Da non perdere, allora, la conferenza promossa sabato 3 ottobre (ore 11, Padiglione Centrale) da Orticolario, il festival di giardinaggio evoluto in programma dal 1 al 4 ottobre a Villa Erba di Cernobbio, sul lago di Como. Al confronto, dall'evocativo titolo di "Le voci degli alberi non lasciavano dormire" interverranno Christophe Ségas, scrittore, Tiziano Fratus, alberografo, poeta e fotografo, e Laura Putti, editrice. Rekh Magazine ha raggiunto Fratus per chiarire qualche curiosità sulla sua storia umana e naturalistica.
Gentile Tiziano Fratus, come nasce la sua vocazione ad ascoltare gli alberi e a scriverne storie?
Non so se sia stata una vocazione, di certo è un piacere. Nasce a più riprese, si consolida nel corso del tempo. Mio padre era un falegname e dunque col legno ho avuto fin da bambino un rapporto diretto, immediato. Mio padre, come molti artigiani e contadini lombardi, in autunno mi portava nei boschi per la raccolta dei funghi e delle castagne. E poi, da adulto, ho spesso "navigato" luoghi boscosi e incontrato grandi alberi, tra la California e le nostre aree alte e interne. Alcune dinamiche personali, quanto il piacere di scoprire le diverse specie e andare in visita, in pellegrinaggio, dai grandi alberi, hanno poi alimentato la mia scrittura in prosa e in versi.
Nel suo nomadismo arboricolo, quali messaggi ha captato in questa torrida estate? Che cosa ci dicono gli alberi?
Gli alberi non dicono niente, non hanno bisogno di parlare, anche se oramai la scienza sembra umanizzare costantemente ogni aspetto dell’esistenza di una pianta o di un albero. Certo sono in difficoltà, soprattutto coloro che si ritrovano in luoghi aridi per due o tre mesi di fila, nelle nostre torride città, luoghi dove prima di andare a deportare milioni di alberi per il nostro singolare e unico interesse, forse, dovremmo ragionare più a lungo… ad esempio quali specie, e come e dove, non basta ripetere come una litania più alberi e meno macchine, anche perché la realizzazione pratica di questa presunta rivoluzione è tutt’altro che facile e scontata. Ad ogni modo, le quote di assestamento delle diverse specie sta cambiando, i faggi ad esempio stanno risalendo fin su ai duemila metri, la mancanza di neve in inverno o la sua scarsa permanenza crea tutta una serie di problemi che non riguarda soltanto lo scioglimento dei ghiacciai o il disgregamento delle cime rocciose, già di per sé due problemi titanici che andranno, nei prossimi anni, a incidere consistentemente in una riduzione dei flussi turistici, oltre che a imporre divieti e contingentamenti; alimenta anche la presenza di insetti e patogeni attivi per molti più mesi all’anno con conseguenze nefaste per determinate conifere.
A Orticolario lei è protagonista dell’incontro con Ségas e Putti dedicato al linguaggio degli alberi. Ci spiega come si esprime questo linguaggio? Con quali codici?
Staremo ad ascoltare che cosa ci dice Ségas…

Stefano Mancuso, scienziato celebre per lo studio della neurofisiologia delle piante, ha indicato nelle radici l’organo cognitivo delle piante. La parola è forse nella chioma? Nel fruscìo alimentato dal vento? O dove?
Poeticamente si può spalancare tutto un immaginario che intercetta e interpreta ogni azione e ogni parte di un albero, andando a tratteggiare un mondo vasto, fatto di emozioni, sensazioni, coesistenze e nutrimento reciproco, tra noi e loro, e forse anche tra loro e noi. Ma è vero in poesia, o nella fantasia di certi scrittori più audaci. Che le radici siano organi attivi e capaci di strategia, comunicazione e organizzazione era già noto prima di Mancuso, ma con lui, e con altri autori e autrici dei nostri tempi, a noi contemporanei, ha assunto una dimensione maggiore e più ricca.
Ci dice qualcosa delle sequoie? A Orticolario parlerà della sua esperienza di ascolto di queste piante straordinariamente antiche e complesse, nelle quali si formano ecosistemi animali… In quale area di mondo le ha incontrate? Ci regala due aneddoti?

Le sequoie… che dire… sono creature straordinarie, immense, ai loro piedi siamo davvero delle formichine isteriche e quasi irrilevanti. Le prime che incontrai furono in California, laddove nacque il concetto-intuizione di Homo Radix: una persona attraversa il paesaggio e percepisce una forma di richiamo, di unione, di attrazione che lo conduce a visitare questi titani del tempo, questi giganti silenziosi. Fisicamente c’è qualcosa di irresistibile nelle loro cortecce spesse, nel colore dei tronchi, nelle ramificazioni superiori, talora grandi come certi tronchi di alberi nostrani maturi. E poi le dimensioni: 70, 80, 100 metri di altezza, e circonferenze dei tronchi pari a 30, 31 o 32 metri… immensità.

Da Homo Radix a oggi, qual è stato il percorso creativo di Tiziano Fratus?
Mi sento un artigiano, vivo il mio percorso come un qualsiasi falegname che disegna e costruisce manualmente i suoi progetti. Ogni tanto lavoro con le parole della prosa, ogni tanto con quelle della poesia, e ogni tanto con la fotografia.
Che pensa delle persone che abbracciano gli alberi? In Amazzonia ci sono significati antropologici non importabili alle nostre latitudini.
Fanno bene, se amano abbracciare gli alberi, che lo facciano. Io semmai li ringrazio, ogni tanto li disturbo meditandoci a fianco. L’Amazzonia è un mondo molto diverso dal nostro.
Qual è la giornata di Tiziano Fratus “Homo Radix”?
Varia molto a seconda della stagione e degli impegni che ho: in certi periodi di maggiore riposo la mattina vado a meditare, nell’orto o davanti a un laghetto a pochi km da casa mia, in altri varia appunto a seconda di dove mi trovi e di quel che ho da concludere.
L’esperienza più singolare che le è capitata nel suo nomadismo...
Dipende da cosa intende per singolare… alcuni cani mi hanno inseguito… una volta un tizio vestito tipo Man in Black mi ha puntato la pistola e mi ha detto che mi avrebbe fatto sparire la macchina fotografica… che tipo, quasi simpatico… ne sono successe molte.
Chi è l'intervistato
Tiziano Fratus, 51 anni, di Bergamo, ama definirsi un “nomade editoriale”. La sua ricerca si è tradotta in un ampio silvario poetico e narrativo, disseminato in oltre quaranta libri pubblicati da prestigiose case editrici come Mondadori, Einaudi, Feltrinelli, Bompiani, Aboca, Laterza, Gribaudo, Solferino e altri. Ha coniato concetti quali Homo Radix, Silva itinerans e Dendrosofia. Ha collaborato con quotidiani, radio, la Rai e tenuto mostre fotografiche. Le sue poesie sono state tradotte in 11 lingue e pubblicate in 20 paesi. Abita ai piedi delle alpi di fronte a un bosco.Tiziano Fratus / Bergamo / Studiohomoradix.com
Abstract in English
This interview, made by Primavera Fisogni (Rekh Magazine) with writer, tree biographer, poet, and photographer Tiziano Fratus provides an insightful perspective on humanity’s relationship with trees ahead of his panel discussion at the Orticolario festival in Villa Erba, Cernobbio. Fratus reflects on his personal path toward tree devotion, a calling rooted in his childhood as the son of a carpenter and nurtured through early autumn foraging trips in the woods of Lombardy. Over time, his deep engagement with ancient forests—from California to the high inland regions of Italy—formed the bedrock of his creative output across prose, poetry, and photography.
Fratus offers a pragmatic, unsentimental perspective on the status of trees today. Addressing the extreme summer heat and changing global climate, he challenges the modern tendency to humanize plants through metaphorical language. Instead, he highlights the stark ecological realities trees face: shifting habitats forcing species like beech trees to migrate higher up mountainsides, diminished winter snowfall encouraging pest infestations, and urban planting initiatives carried out without proper planning or species selection.
On the nature of communication, Fratus distinguishes scientific findings—such as root-system cognition popularised by researchers like Stefano Mancuso—from the poetic imagination that attributes voice or emotion to leafy canopies. He cautions against applying indigenous forest practices, such as Amazonian tree-hugging, out of context to Western settings, preferring silent meditation alongside trees over performative actions.
Reflecting on his encounter with California's giant redwoods—which birthed his concept of Homo Radix—Fratus describes the humbling experience of standing before 100-meter-tall organisms whose immense bark and canopy ecosystems dwarf human presence. Rather than viewing himself as a mystic, he defines his creative practice as that of an artisan, crafting work through the written word and imagery. Ultimately, the piece presents an invitation to move beyond mere rhetoric and cultivate a grounded, attentive presence alongside the natural world. (The Editor)



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