Incursions of Life: From Prison to Freedom
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A conversation with novelist, essayist, and intellectual Massimo Baraldi about his book "Sconfinamenti", which collects 22 stories of inmates at the Casa di Reclusione in Eboli

Lo scrittore Massimo Baraldi (Photo Courtesy)
Di Primavera Fisogni
Intellettuale, scrittore, autore dallo sguardo acuto e sensibile al mondo della vita. Massimo Baraldi è un autore, giornalista culturale e collaboratore della Casa della Poesia di Baronissi, in provincia di Salerno, originario di Mirandola e residente in provincia di Como. Nella sua carriera ha pubblicato romanzi, antologie dedicate all'infanzia e raccolte di interviste biografiche. Recentemente è stato tra i protagonisti del TEDxBattipaglia. Tra le sue opere letterarie, l'ultima è Sconfinamenti (2025), basata sulle testimonianze di ventidue detenuti della Casa di Reclusione di Eboli. È inoltre attivo nella divulgazione culturale attraverso radio, podcast, progetti scolastici e rassegne letterarie.
Signor Baraldi, dopo un libro sui bambini di 40 Paesi del mondo – un simbolo di innocenza e speranza, troppo spesso vittime delle brutalità – lei ha deciso di esplorare la quotidianità dei detenuti. C’è una continuità tra questi progetti editoriali?
Quelli pubblicati dalla Multimedia Edizioni della salernitana Casa della poesia di Baronissi sono i miei “libri degli esercizi”. Con il primo, “Tre giorni nella vita”, di gratitudine per alcuni degli eroi che mi hanno aiutato a crescere – da Nino Benvenuti a Luciana Savignano, da Philippe Daverio a Letizia Battaglia – ai quali ho chiesto di raccontarsi attraverso un giorno bello, uno brutto e uno così-così. Con il secondo, “Il giro del mondo in 80 bambini – 40 bambine e altrettanti bambini”, di stupore grazie ai piccoli Ambasciatori di luoghi più o meno lontani – dalla Groenlandia all’Isola di Pasqua, dall’Iran alla Mongolia – che mi hanno descritto il loro cielo. “Sconfinamenti – storie dal carcere in libertà” è invece un esercizio di fiducia nel futuro e nella capacità dell’uomo di superare le difficoltà. Amo dare voce alle persone, adulte o bambine che siano. Queste, incidentalmente, sono recluse.
Chi sono le persone che lei ha incontrato?
Ho trascorso cinque giorni all’interno dell’Istituto e raccolto le testimonianze di ventidue detenuti, intervenuti su base volontaria. Ecco il primo “sconfinamento”: si sono raccontati non attraverso i reati ma ritrovando il ragazzino e l’adulto problematico del passato, ora proiettato verso un futuro possibile. A ognuno di loro ho chiesto poi di insegnarmi qualcosa. Nulla di specifico, purché fosse utile per la vita – mia o di altri. E lì hanno dato il meglio di sé: l’importanza della gentilezza, del non tenerci dentro i problemi, delle piccole cose che diamo per scontate – ma che scontate non sono mai. Un inno alla vita.
Il dialogo con i detenuti com’è stato possibile? C’è stato, immagino, un iter burocratico complesso…
Nulla che la buona volontà sia incapace di superare! Il libro è il risultato di un grande progetto al quale in molti hanno creduto – a partire dalla direttrice Concetta Felaco, dalla responsabile dell’area educativa Monica Faiella e dal comandante Cristian Gasparro, che si sono preoccupati dei permessi e delle relazioni con il Ministero.
“Cristo si è fermato a Eboli”, il titolo del capolavoro di Carlo Levi. Da Eboli partono gli “Sconfinamenti” del suo libro. La scelta del carcere di Eboli da cosa dipende? Che luogo è?
Casa della poesia di Baronissi collabora con l’Istituto già da tempo, organizzando lì incontri con autori e letture. Nel mio caso abbiamo costruito un percorso, sostenuto da Banca Campania Centro e il Club Kairos Giovani Soci: prima la presentazione di “Il giro del mondo in 80 bambini”, poi di “Tre giorni nella vita” – scelti per la positività dei contenuti e lo spirito inclusivo che li caratterizza. Al termine del secondo appuntamento, l’intervento di uno dei detenuti: “Anche noi avremmo storie da raccontare, perché non ci ascolti?”. Ho accettato l’invito.
Il carcere è un luogo di restrizione. Com’è possibile rimanere umani e non “implodere”?
Grazie ai sentimenti, alle famiglie, agli affetti. Alcuni detenuti stanno imparando oggi a essere padri, mariti, figli – parole prima più o meno vuote che ora si riempiono di significato. Ecco perché ho dedicato il libro alle madri, le sorelle, le figlie, le compagne, le spose: con la loro forza rinnovano e promuovono il senso della vita.
Oltre ai suicidi, un dato drammatico dal mondo carcerario italiano, è il consumo di psicofarmaci da parte dei detenuti. Eboli fa eccezione?
L’ICATT di Eboli, Istituto a Custodia Attenuata per il Trattamento delle Tossicodipendenze e/o Alcol dipendenze, è un’eccellenza del nostro sistema carcerario. Situato nel castello medievale che domina la città, accoglie circa cinquanta detenuti: grazie al numero limitato, gli ospiti vengono seguiti con un’attenzione che altrove sarebbe impensabile – ma anche stimolati con programmi culturali e formativi. Le carceri restano comunque luoghi permeati da una grande sofferenza condivisa – lo dico pensando ai detenuti, ma anche al personale civile e agli agenti della Polizia Penitenziaria. Oltre i cancelli nessuno ne è immune, credo.
Troppi giovani sono protagonisti di violenze e criminalità. Quelli che lei ha conosciuto e intervistato in carcere com’erano caduti nella deriva criminale?
A ognuno di loro corrisponde una storia diversa, accomunate inizialmente dalla dipendenza da sostanze stupefacenti. Alcuni hanno ceduto al fascino della vita di strada e all’inganno dei soldi facili, altri a un dolore o al desiderio di sentirsi accettati. Un esempio è quello di Danilo: “L’errore mio è stato che per non sembrare diverso dai miei amici ho fatto la canna insieme a loro. Oggi, a trentasei anni, quando guardo indietro, dico: erano loro, quelli sbagliati, non io.”
Ci sono momenti di leggerezza anche nella vita in carcere? Quali ha registrato?
La musica, lo sport, il gioco – tutti momenti di condivisione. In palestra basta chiudere gli occhi per ritrovarsi sul ring! Oppure nel piazzale canti una canzone e le parole scritte da chissà chi diventano le tue – perché ti ci ritrovi e sembrano scritte proprio per te. Gioie minime, che ti portano comunque avanti.
Lettura, istruzione, pensiero. In che modo la cultura può favorire gli “sconfinamenti” anche di chi, pur non essendo detenuto, si sente prigioniero della vita?
“C’è una felicità, una gioia nell’anima / che è stata sepolta viva in ciascuno di noi / e dimenticata”: sono versi del poeta Jack Hirschman, anche autore della copertina del libro, che per me è stato un riferimento importante – un amico e un mentore. Le parole possono riconnetterci con la parte più vera e intima di noi stessi, forse addirittura liberarci.

Abstract in English
It's a pure pleasure, for Rekh Magazine, to present Massimo Baraldi's latest book titled "Sconfinamenti – Storie dal carcere in libertà" (Eng. Encroachments / Incursions: Stories from Prison in Freedom), published by Multimedia Edizioni. Following previous works focused on cultural icons and children worldwide, Baraldi, in conversation with editor-in-chief Primavera Fisogni, describes this new project as an "exercise in trust" dedicated to giving a voice to marginalized persons.
The book is the result of a five-day stay at the ICATT (Attenuated Custody Institute for the Treatment of Drug and/or Alcohol Addiction) in Eboli, Italy. Located inside a medieval castle, this facility is recognized as a model of excellence in the Italian prison system due to its limited capacity (around fifty inmates) and supportive educational programs. The project emerged naturally after Baraldi visited the prison for cultural readings, where an inmate openly asked to have their stories heard.
In "Sconfinamenti", Baraldi interviewed twenty-two voluntary inmates. Rather than focusing on their past crimes or addictions, the dialogues centered on their childhoods, their personal struggles, and their aspirations for the future. Crucially, the author asked each participant to share a meaningful life lesson. The responses highlight the profound value of kindness, communication, and small everyday freedoms.
Ultimately, the book serves as a tribute to human resilience. It explores how prisoners maintain their humanity through family bonds, music, and sports amidst the shared suffering of prison life. Assisted by prison staff and local cultural networks, the project emphasizes how culture and literature can reconnect individuals with their inner selves, offering a sense of liberation even behind bars. (The Editor)



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