Manuela Moretti in Dialogue with María Zambrano
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An Italian philosopher authored the most complete investigation of the Spanish thinker's thought, in which the concept of "desnacer" (It: dis-nascere) is highlighted. The interview is collected in FEMMINILE, PLURALE, the newest title of Rekh Magazine Stories. Attached below is the digital edition, which can be freely downloaded. Otherwise, it can be found on Amazon (printed book)

di Primavera Fisogni
Quando un tema è molto popolare, gli scaffali delle librerie si riempiono di pubblicazioni. Così è successo per il pensiero della filosofa spagnola María Zambrano1, a partire dagli anni Duemila. Il fascino magnetico, e insieme avvolgente delle sue idee, non inquadrabile in una scuola, in un paradigma, in nessuna casella contemporanea, ne ha fatto fiorire le interpretazioni.
Suscita stupore che, dopo oltre 25 anni, sia arrivato uno studio monografico che non soltanto ci restituisce una Zambrano in carne e sangue, tutta intera, per così dire. Ma, finemente, grazie all’indagine di Manuela Moretti2, porta alla luce aspetti di un pensiero mai prima d’ora esplorato in modo così originale.
Dottoressa Moretti, lei ha dedicato anni gran parte delle sue risorse intellettuali allo studio di María Zambrano (traduzioni, saggi, conferenze, lezioni universitarie). Come ha incontrato questa pensatrice? Cosa l’ha convinta ad entrare così profondamente nelle pieghe della sua filosofia?
Ho conosciuto María Zambrano all’ultimo anno dei miei studi universitari per conseguire la laurea magistrale in Filosofia presso l’Università degli Studi di Milano. Dovevo scegliere un autore o un’autrice a cui dedicare la tesi. Ho iniziato a leggere i testi della filosofa spagnola in modo autonomo, poiché non l’avevo ancora incontrata in nessun piano di studi. Il primo libro che ho letto della pensatrice è stato Verso un sapere dell’anima.
È stato allora che ho scoperto che era possibile seguire una via differente da quella tracciata da un’intera tradizione di pensiero e ho desiderato esplorarla. Per la prima volta, dopo gli anni dedicati allo studio della storia del pensiero filosofico accademico che tanto mi affascinava ma che continuavo a sentire distante, come un semplice oggetto di studio, prendevo consapevolezza che quella tracciata non era l’unica via percorribile. Esisteva anche un pensiero femminile, che non aveva divorziato dalla vita stessa, e che riguardava anche me, il mio modo di pensare e di sentire, un pensiero in grado di unire filosofia, religione e poesia. Iniziai allora a leggere i vari saggi che le pensatrici, in maggior numero dei pensatori, avevano dedicato alla filosofa spagnola. È iniziato così il mio lavoro di tesi, che ho proseguito sotto la guida di Annarosa Buttarelli dell’Università di Verona, a cui ero stata affidata.
Nella sua monografia La filosofia della Nascita in María Zambrano, edita nel 2025, mi ha molto colpito l’analisi che lei fa del “dis-nascere” in María Zambrano. Mi è parso un concetto davvero innovativo, mai rinvenuto nella pur vasta pubblicistica sulla filosofa spagnola. Vuole brevemente spiegarlo?
Il disnascere, in spagnolo desnacer, è un neologismo coniato dall’autrice. Si tratta di una “via del negativo” più vicina al metodo della mistica che non a quello della filosofia razionalista, che rende possibile deshacer (‘disfare’) la realtà fino a riportare l’uomo a una condizione di originale purezza, sgomberando la strada da tutto ciò che può allontanarci da questo movimento trasformativo e generativo insieme. Si tratta di un cammino che consente di disfare tutto ciò che è precostituito, un cammino che richiede di trascendere sempre, nuovamente, se stessi, consentendo all’uomo di rinascere, sempre e nuovamente, sotto una nuova luce. Desidero precisare che il movimento negativo del deshacer è stato precedentemente studiato e approfondito da Annarosa Buttarelli3 nel suo Una filosofa innamorata (Mondadori 2004), mentre la relazione tra questo movimento negativo e la filosofia della Nascita è stata oggetto di studio da parte di Silvano Zucal, come testimonia la sua recente pubblicazione Storia della Filosofia della Nascita II. Dal Novecento all’età contemporanea (Morcelliana 2025) nel capitolo dedicato a María Zambrano. Nel mio lavoro, ho cercato invece di approfondire il significato di questo importante neologismo ponendolo in relazione al tema del femminile e del materno.
È stata anche nei luoghi di Zambrano. lei, oltretutto, parla anche spagnolo come lingua madre. Cosa ha significato avvicinarsi alla casa, ai documenti, ai contesti in cui la pensatrice ha costruito la propria identità?
Fare ricerca presso gli archivi della Fundación María Zambrano, nel meraviglioso Palacio de Beniel di Vélez-Málaga, è un’esperienza significativa per qualsiasi studioso, o studiosa della filosofa. In quel luogo, che ospita non solo i manoscritti originali della pensatrice, ma anche la sua personale biblioteca - oltre ad oggetti personali esposti in una mostra permanente - è possibile approfondire il pensiero della filosofa in un ambiente ospitale e accogliente, certamente proficuo per lo studio. Il merito è, inutile sottolinearlo, delle persone che lì vi lavorano.
A Vélez-Málaga troviamo anche la casa natale della pensatrice, dove una targa al suo esterno la ricorda con la frase: La pasión central de la vida es el amor. Sempre nel paese andaluso troviamo anche il cimitero dove lei riposa e dove è possibile leggere, all’ombra di un limone che ricorda quello della corte interna della sua casa natale, il testo del Cantico dei Cantici «Surge, amica mea, et veni», inciso dietro suo desiderio sulla sua lapide. Parole che, in un luogo di morte, aprono alla vita.
María Zambrano ha trascorso la sua vita in esilio. Che cosa ha significato questo sradicamento? Lei, Moretti, ne parla come “essere al margine”, che significa?
La pensatrice dà voce a un sapere a lungo rimasto ai margini, sul confine, su quel limite che lei stessa, nei suoi lunghi anni di esilio, ha dovuto imparare ad abitare. Il margine, solitamente concepito come spazio che separa e allontana dall’altro, indica qui, paradossalmente, una soglia, divenendo un invito ad abitare quelle zone oscure dell’esistenza per poter rinascere sotto una nuova luce. Quei saperi che sono rimasti al margine, nel silenzio, divengono allora paradigma di un sapere differente, in grado di dar voce a una logica che ha la sua radice nel sentire. Restando in attento ascolto della realtà è allora possibile portare alla luce una sapienza che trae linfa da quella stessa oscurità, lì dove abita la vita stessa.
Anche nel mio caso l’incontro Zambrano è stato, nel 2000, con il libro Verso un sapere dell’anima. Mi ha sorpreso immediatamente quel suo modo di filosofare non strettamente “concettuale”, ma molto più ampio, con risonanze letterarie, una forte carica esperienziale. Come inquadriamo questa pensatrice, nella filosofia contemporanea?
Il pensiero di María Zambrano sfugge a qualsiasi tentativo di categorizzazione. Ogni sforzo in questo senso non potrà che rivelarsi fallimentare. L’invito per accostarci al suo pensiero è proprio quella via del negativo anteriormente citata, che richiede, come l’esperienza della mistica insegna, di “farsi vuoto”, non per percorrere una via che ci porterebbe a uno sterile nulla nichilista, ma ricordando piuttosto come questo “vuoto” rimandi a uno spazio generativo e fecondo insieme. Possiamo allora qui richiamare la capacità materna di accogliere senza alcuna pretesa di possesso, di “fare spazio” lasciando che a manifestarsi sia l’inedito, ciò che può venire alla luce solo in fedeltà all’unicità del proprio essere. È emblematico ricordare allora, come la radice etimologica a cui la parola “concetto” rimanda - dal latino conceptus, participio passato di concipĕre, ‘concepire’ - si sia svuotato della sua matrice femminile, facendo prevalere invece l’idea astratta che il concetto sia qualcosa che è possibile afferrare per appropriarsene dall’esterno. In contrasto con questo orizzonte di pensiero, il filosofare zambraniano rimanda a una generatività che ha origine dalla vita stessa. Per addentrarci nel pensiero di Zambrano, dobbiamo allora abbandonare la rigidità del concetto e addentrarci all’interno di una logica differente, che non ha divorziato dal sentire. Si tratta di un pensiero poetizzante, che preferisce il linguaggio poetico a quello della filosofia di stampo razionalistico e che, ai suoi occhi, si rivela più adeguato per esprimere l’essere nella sua interezza. Poesia e filosofia si uniscono così marcando un vero e proprio cammino esperienziale, un “cammino di vita”.
C’è stato un momento, nella formazione di Zambrano, in cui ha intuito che voleva dedicare la vita alla filosofia. Ha a che fare con un raggio di luce. La luce entra anche come chiarore, quale esperienza di pensiero. È così?
Sì, esattamente. Il riferimento qui è a quella “penombra toccata d’allegria” che ritroviamo proprio in Verso un sapere dell’anima. L’episodio fa riferimento a un momento di crisi della sua vocazione filosofica e descrive il momento in cui la pensatrice, all’epoca studentessa universitaria, si trovò tra due opposti all’apparenza inconciliabili che paralizzavano il suo pensiero. Nell’aula universitaria dove ascoltava le lezioni, così diverse, di José Ortega y Gasset4 e di Xavier Zubiri5, la giovane sente l’impossibilità di proseguire i suoi studi di filosofia: da un lato, c’era infatti l’eccessiva chiarezza orteghiana, che a quell’epoca spiegava Kant; dall’altro, l’oscurità delle parole di Zubiri. Entrambi i pensieri le venivano offerti con poca ʻpietàʼ. Lei si ritrovò, così, in uno stato di paralisi del pensiero, come tra due assoluti ugualmente impenetrabili. È stato allora che Zambrano si è soffermata a guardare la luce che, tenue, filtrava dalle tendine dell’aula. In un attimo si ritrovò, come lei stessa racconta, non tanto presa da una rivelazione folgorante, quanto piuttosto pervasa da qualcosa che si è rivelato più adatto al suo pensiero: la “penombra toccata d’allegria”. Il tema della luce ha qui un ruolo fondamentale. La pensatrice si fa guidare da quella luce che illuminerà tutta la sua opera, una luce tenue che scaturisce dall’oscurità del sentire.
Mi ha sempre commosso il legame di María con la sorella: se n’è fatta carico per tutta la vita. E, grazie alla sua monografia, mi sono avvicinata ancora di più alle radici femminili del suo mondo, al rapporto con la madre/Madre. Quanto hanno davvero contato, queste due donne, nel farsi del suo pensiero?
María Zambrano condivide con la sorella Araceli i lunghi anni dell’esilio fino alla sua morte, avvenuta nel 1972. Il profondo legame con la sorella non solo segna tutta la sua vita, ma lascia traccia anche nelle sue opere. Ricordiamo la dedica a La tomba di Antigone (1967), dove il legame di sorellanza emerge anche all’interno della riscrittura zambraniana della tragedia sofoclea, nell’unione tra Ismene e Antigone. La filosofa dedicherà alla sorella anche un’altra delle sue opere più significative, Chiari del bosco (1977), testo fondamentale per comprendere il metodo che Zambrano segue. Il legame con la Madre è altrettanto significativo. Alla Madre - il cui nome viene scritto, significativamente, sempre con la maiuscola - María Zambrano resterà sempre legata, anche dopo la sua morte, avvenuta nel 1946. È proprio da questo momento che Zambrano inizia a dar voce al linguaggio del delirio, come lei stessa ricorda nella sua autobiografia Delirio e destino, un linguaggio che è espressione dell’essere, intimamente legato con il femminile. Il legame con la Madre richiama, nella sua opera, una sapienza femminile che ritroviamo anche nei frammenti dedicati a Diotima di Mantinea, altra figura a cui María Zambrano dedica un significativo scritto.
Dottoressa Moretti, a fine 2025 lei ha curato l’adattamento di un progetto teatrale-musicale sull’Antigone di Zambrano. Ne vuole parlare? Verrà riproposto questo allestimento?
La voce di Antigone – questo il titolo dell’opera che è andata in scena nel dicembre dello scorso anno a Trento, presso il Conservatorio “F.A. Bonporti” - nasce da Presenze/Assenze, un progetto di ricerca che unisce musica e creatività femminile a temi letterari, filosofici e spirituali. Al progetto, nato all’interno del Conservatorio “F.A. Bonporti”, è dedicata anche una serie della collana Tetragramma dell’editore Mimesis, dal titolo, appunto, Presenze/Assenze. L’intento di questa rappresentazione, che è una messa in musica dell’opera di María Zambrano La tomba di Antigone, è quello di dar voce alla fanciulla sofoclea che, nella riscrittura zambraniana dell’opera, è figura della coscienza assopita in ognuno di noi, di una sapienza femminile a lungo oscurata che, oggi più che mai, ha bisogno di venire alla luce. Propedeutico a questa iniziativa è stato inoltre il Convegno Musica e pensiero ai margini. L’Antigone di María Zambrano e altre figure dell’esilio, che si è tenuto a novembre 2025 presso il Dipartimento di Filosofia dell’Università di Trento, testimoniando così il valore interdisciplinare di questa iniziativa. Ci auguriamo di poter di portare La voce di Antigone anche al di fuori del contesto trentino, con nuove rappresentazioni.
Quando si studia un autore così profondamente, come fa lei, che ha anche firmato molte traduzioni e curatele di Zambrano, non c’è il rischio di sacrificare il proprio pensiero originale? E, in ogni caso, come si esprime l’originalità del suo pensiero in rapporto all’autrice spagnola?
Non credo che lo studio del pensiero di questa filosofa possa in alcun modo essere d’ostacolo per la ricerca. Al contrario, María Zambrano ci costringe a uscire dai limiti imposti da una certa tradizione di pensiero, ci invita a partire dall’esperienza, a unire pensiero e vita. Considero lo studio del pensiero di María Zambrano come propedeutico all’elaborazione di un pensiero originale. Consiglierei un approfondimento delle opere di questa pensatrice a chiunque desideri fare filosofia in modo autentico.
Lei è una giovane donna, sposata, con due figli adolescenti. Fare ricerca in filosofia ha significato qualche rinuncia, nella prospettiva della propria realizzazione?
Ho continuato a studiare anche dopo aver avuto i nostri due figli, prima traducendo testi di saggistica filosofica e scrivendo articoli - attività, queste, che implicano lo studio e che considero dunque ad esso assimilabili - poi frequentando un Master a Verona in Filosofia e successivamente con il dottorato di ricerca. Sì, queste scelte hanno certamente comportato sacrifici e rinunce. Ma anche la filosofia di Zambrano ci insegna che il sacrificio e la rinuncia sono imprescindibili per poter dare qualcosa alla luce, che è necessario attraversarli. L’esperienza stessa della maternità lo mostra in modo paradigmatico.
A Roma, alla Pontificia Università della Santa Croce, lei ha tenuto un seminario su Zambrano. Quale aspetto ha focalizzato?
A Roma ho presentato una parte della mia ricerca tenendo una conferenza dal titolo “Nascita e maternità di María Zambrano”. Ho cercato di concentrami sulla filosofia della Nascita in María Zambrano, sul tema della maternità e sulla mistica femminile. Il desiderio era quello di far conoscere il pensiero di questa filosofa, possibilità che mi è stata offerta anche mediante la creazione di una voce enciclopedia su María Zambrano su «Philosophica: Enciclopedia filosófica on line», portale promosso da professori della Facoltà di Filosofia dell’Università Pontificia della Santa Croce (https://www.philosophica.info/voces/zambrano/Zambrano.html).
Da Zambrano alla mistica femminile. La sua ricerca prosegue: verso quale orizzonte?
Mi interessa approfondire il tema della mistica femminile, ma anche il pensiero di altre pensatrici. Recentemente mi sto dedicando anche allo studio di un’altra pensatrice del Novecento, Simone Weil, che presenta non poche analogie con Zambrano, specialmente sul tema della mistica. Il pensiero femminile continua, in generale, ad affascinarmi, e sono convinta che in questo momento storico ci sia bisogno di riportare alla luce il pensiero delle filosofe dimenticate dalla tradizione. Oggi, più che mai, c’è bisogno di un sapere sapienziale di matrice femminile per uscire dalla profonda crisi che attraversa la nostra contemporaneità.
Il suo percorso formativo, come ha ricordato, comprende anche un Master, a Verona, in consulenza filosofica, con la pensatrice Annarosa Buttarelli. Che esperienza è stata? Come riversa quella competenza nel suo lavoro di ricerca?
Il Master di Verona mi ha consentito di approfondire la fenomenologia e il pensiero della differenza sessuale. È stata un’esperienza che mi ha arricchita molto, e che continua a dare i suoi frutti. Una delle mie ex docenti al Master, Margherita Anselmi, musicista ma anche fine pensatrice, è una delle colonne portanti del nostro progetto di ricerca Presenze/Assenze. Ad Annarosa Buttarelli certamente va riconosciuto il merito della validità di questo percorso.
Nel corso della sua attività – filosofa, traduttrice, giornalista – quali ostacoli ha incontrato?
Ho trovato difficoltà in alcuni ambienti, come donna e come studiosa che si è occupata prevalentemente di pensiero femminile. Ho avuto tuttavia anche la fortuna di essere stata supportata, sia nella mia ricerca che nel mio lavoro, da persone molto valide, preparate e sensibili. Credo in ogni caso che ci sia ancora molto lavoro da fare, poiché il riconoscimento del pensiero femminile e la possibilità di dare spazio ad esso riguarda tutte, e tutti noi. Mi sembra che ancora manchi consapevolezza su questo punto.
Quanto contano i mentori sulla strada della realizzazione di sé? Parliamo di uomini e donne che l’hanno motivata, anche e soprattutto nei momenti difficili, a perseverare nel solco della ricerca filosofica.
Inizio ricordando qui alcuni di coloro che ho già nominato, e che hanno segnato il mio percorso: Annarosa Buttarelli, che per prima mi ha avvicinato al pensiero di María Zambrano; Silvano Zucal, uomo di grande preparazione e sensibilità, che ho ammirato prima grazie ai suoi libri, e che poi mi ha accompagnata supportandomi nel lavoro di stesura della mia tesi di dottorato; Margherita Anselmi, che mi ha sempre incoraggiata nelle difficoltà e, non in ultimo, Vera Fisogni che mi sta intervistando, con cui ho avuto il piacere di collaborare a lungo. A quest’ultima devo quella precisione nel linguaggio che è imprescindibile in qualsiasi lavoro di ricerca.
Credo sia importantissimo riconoscere, con gratitudine, l’importanza di coloro che, con i loro insegnamenti, hanno lasciato una traccia in noi, nel nostro lavoro e, ancor di più, nel nostro stesso essere. L’augurio, che estendo a tutti e tutte coloro che hanno avuto la fortuna di incontrare nel proprio cammino di vita dei veri “Maestri” - e delle vere “Maestre”, nel senso più alto del termine - è quello di riuscire a portare avanti il loro pensiero, e il loro lavoro, non per continuare il loro cammino, ma attraverso quell’autenticità che ci hanno insegnato, a partire da noi stesse/i.
Lei è madre di due ragazzi. In tempi come questi, così preoccupanti per la mancanza di rispetto per le donne, su quali valori ha impostato l’educazione?
L’educazione che stiamo cercando di offrire ai nostri due figli - entrambi maschi - si basa proprio sul rispetto. Nel difficile compito educativo abbiamo cercato di trasmettere loro quell’attenzione al linguaggio che è la base di ogni relazione rispettosa. Lo sforzo di precisione nella scelta delle parole, così come il rispetto, anche verbale, dell’altro, crediamo siano un buon presupposto su cui costruire una buona educazione che aiuti a instaurare una relazione rispettosa anche con le donne. Nell’infanzia non è un lavoro troppo arduo, poiché i bambini, grazie anche allo straordinario lavoro delle insegnanti, sono molto sensibili su questi aspetti. Ora, che si affacciano all’adolescenza, speriamo di poter proseguire senza troppe difficoltà in questa direzione.
TRA MEDICINA E HUMANITAS
1 María Zambrano (1904-1991), filosofa, è stata allieva di José Ortega y Gasset, visse gran parte della sua vita in esilio (tra Messico, Cuba, Porto Rico, Italia e Svizzera) dopo la guerra civile spagnola, un'esperienza che segnò indelebilmente il suo pensiero.
2 Manuela Moretti ha conseguito il Dottorato di Ricerca in “Culture d’Europa. Ambiente spazi, arti, storie, idee” (curriculum Discipline filosofiche) presso l’Università di Trento e in “Scienze Religiose” (curriculum Etica, filosofia, religioni) presso l’Università della Svizzera Italiana. Traduttrice della filosofa spagnola María Zambrano, ha al suo attivo diverse pubblicazioni accademiche. Segnaliamo qui la recente monografia La filosofia della nascita in María Zambrano, prefazione di Silvano Zucal, Collana «Studi e Ricerche», 31, Università di Trento (2024 edizione online; cartacea 2025; DOI: 10.15168/11572_440403). Collabora con Presenze /Assenze, gruppo di ricerca nato in seno al Conservatorio “F.A. Bonporti” di Trento che unisce musica e creatività femminile a temi letterari, filosofici e spirituali. Sposata, vive a Como con il marito e i due figli.
3 La professoressa Annarosa Buttarelli è filosofa, saggista e docente, ha insegnato Filosofia della Storia e Ermeneutica Filosofica all’Università di Verona. Dal 1988 fa parte della Comunità Filosofica Diotima che ha elaborato in Italia il pensiero della differenza sessuale. È Direttrice scientifica della Fondazione Scuola Alta Formazione Donne di Governo, che ha ideato. È Responsabile Scientifica del Fondo Carla Lonzi presso la Galleria Nazionale di Arte Moderna e Contemporanea di Roma. È nota per aver scritto, tra l’altro, Sovrane. L’autorità femminile al governo, il Saggiatore, 2013, in riedizione aggiornata e accresciuta nel 2017. Nel 2023 è uscito per Tlon ed. Bene e male sottosopra. La rivoluzione delle filosofe; nei primi mesi del 2024 è uscita la monografia Carla Lonzi. Una filosofia della trasformazione, Feltrinelli. Cura per La Tartaruga-La nave di Teseo le riedizioni delle opere di Carla Lonzi di cui sono usciti già tre titoli: Sputiamo su Hegel, Autoritratto, Taci, anzi parla. Diario di una femminista. Nel 2025 è uscito: Pensiero osceno. Lo scandalo delle donne che pensano, Tlon ed.
4José Ortega y Gasset (1883-1955).
5José Xavier Zubiri Apalategui (1898-1983).
English text:
When a topic becomes popular, bookstore shelves quickly fill with publications. This has been the case for the thought of Spanish philosopher María Zambrano since the early 2000s. The magnetic and enveloping charm of her ideas—which cannot be confined to a specific school, paradigm, or contemporary category—has led to a flourishing of interpretations.
It is surprising that, after more than 25 years, a monographic study has arrived that not only returns to us a "flesh and blood" Zambrano in her entirety but, through the fine investigation of Manuela Moretti, brings to light aspects of a philosophy never before explored with such originality.
Dr. Moretti, you have dedicated years and much of your intellectual energy to studying
María Zambrano through translations, essays, and university lectures. How did you first encounter her? What convinced you to delve so deeply into the layers of her philosophy?
I met María Zambrano during the final year of my Master’s degree in Philosophy at the University of Milan. I needed to choose an author for my thesis. I began reading her texts independently because she hadn’t appeared in any of my official curricula yet. The first book I read was Towards a Knowledge of the Soul.
It was then that I discovered it was possible to follow a path different from the one traced by the entire tradition of academic thought. For the first time, after years of studying history of philosophy—which fascinated me but felt distant, like a mere object of study—I realized that the established path wasn't the only one. There existed a "feminine thought" that had not divorced itself from life, one that concerned me and my way of feeling. It was a thought capable of uniting philosophy, religion, and poetry.
In your 2025 monograph, The Philosophy of Birth in María Zambrano, I was struck by your analysis of "desnacer". It seems like a truly innovative concept. Could you briefly explain it?
Dis-nascere (in Spanish, desnacer) is a neologism coined by Zambrano. It is a "way of the negative," closer to mystical methods than rationalist philosophy. It makes it possible to deshacer ("undo") reality to return a human being to a condition of original purity, clearing away everything that distances us from this transformative and generative movement.
It is a path that allows us to undo the pre-established and requires us to constantly transcend ourselves, allowing us to be reborn under a new light. In my work, I sought to deepen the meaning of this neologism by relating it specifically to the themes of the feminine and the maternal.
You have also visited the places where Zambrano lived, and you speak Spanish as a native language. What did it mean to get close to her home, her documents, and the contexts where she built her identity?
Researching at the María Zambrano Foundation in the Palacio de Beniel (Vélez-Málaga) is a significant experience for any scholar. You can find her original manuscripts, her personal library, and a permanent exhibition of her belongings.
In Vélez-Málaga, you also find her birthplace and the cemetery where she rests. Behind her gravestone, shaded by a lemon tree, is an inscription from the Song of Songs: "Surge, amica mea, et veni" (Arise, my love, and come). These are words that, in a place of death, open a door to life.
María Zambrano spent her life in exile. You speak of this as "being at the margin." What does that mean?
Zambrano gives voice to a knowledge that remained on the margins for a long time—on that limit, she had to learn to inhabit during her years of exile. Usually, a margin is seen as a space that separates, but here it is a threshold. It is an invitation to inhabit the dark zones of existence to be reborn. This knowledge, rooted in "feeling," becomes a paradigm for a different kind of wisdom that draws life from the very darkness where life itself resides.
Zambrano’s way of philosophizing is not strictly "conceptual" but broader, with literary resonances and a strong experiential charge. How do we categorize her in contemporary philosophy?
Her thought escapes all attempts at categorization. To approach her, one must "become empty"—not to enter a sterile nihilism, but to create a generative space, much like the maternal capacity to "make room" for something new to come to light.
The word "concept" comes from the Latin conceptus (to conceive), but it has been emptied of its feminine matrix, becoming an abstract idea of "grasping" something from the outside. In contrast, Zambrano’s philosophizing stems from life itself. It is "poetic thought" (pensiero poetizzante) that prefers the language of poetry over rationalist philosophy to express the entirety of being.
There was a moment in Zambrano's education involving a "ray of light" that defined her vocation. Could you tell us about that?
Yes, she refers to it as the "dim light touched by joy" (penombra toccata d’allegria). As a student, she felt paralyzed between two extremes: the excessive clarity of her teacher Ortega y Gasset and the obscurity of Xavier Zubiri. Both seemed impenetrable.
While in class, she watched a faint light filtering through the curtains. It wasn't a blinding revelation, but a soft light that felt more suited to her thought. This theme of light—a faint light emerging from the darkness of feeling—guides her entire body of work.
Your research also touches on her relationship with her sister, Araceli, and her Mother. How much did these women influence her thought?
The bond with her sister was profound; they shared long years of exile. This "sisterhood" appears in her works, like The Tomb of Antigone. Her connection to her Mother (always written with a capital 'M') was equally vital. After her mother’s death in 1946, Zambrano began to give voice to the "language of delirium," which she saw as an expression of being intimately linked to the feminine.
You recently adapted a musical-theatrical project based on Zambrano's Antigone. Will this be performed again?
The Voice of Antigone premiered in December 2025 in Trento. It aims to give voice to the Sophoclean girl who, in Zambrano's version, represents the "sleeping consciousness" within all of us. We hope to bring this performance to other cities beyond Trento soon.
Is there a risk of sacrificing your own original thought when studying one author so deeply?
I don't believe so. On the contrary, Zambrano forces us to leave the limits of tradition and start from experience. I see the study of her work as a prerequisite for developing original thought.
You are a mother of two teenagers. Has pursuing research in philosophy required sacrifices in terms of your personal fulfillment?
I continued studying after having children—translating, writing, and completing my PhD. Yes, it involved sacrifices. But Zambrano teaches us that sacrifice and renunciation are essential to bringing something to light. The experience of motherhood shows this in a paradigmatic way.
In these times where respect for women is a major concern, what values have you focused on in your children's education?
The education we offer our two sons is based on respect and attention to language. We believe that precision in choosing words and verbal respect for others are the foundations for building healthy relationships, including those with women.



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