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When We Become Prisoners of Ourselves

  • May 25
  • 5 min read

Sociologist Gianfranco Brevetto, the editor in chief of Exagere, the magazine of SIPP (Società italiana di Psicologia e Pedagogia), enters the debate about the condition of prisoners and the very idea of freedom, after the conversation with Massimo Baraldi


Immagine simbolica di chiusura in gabbia (Wix Pics)
Immagine simbolica di chiusura in gabbia (Wix Pics)

Di Gianfranco Brevetto



…la giustizia umana, o sia politica, non essendo che una relazione fra l’azione e lo stato vario della società, può variare a misura che diventa necessaria o utile alla società quell’azione.

C.Beccaria, Dei delitti e delle pene




L’inizio del racconto ha una data e un’ora. Non si sfugge. È il tredici gennaio del 1865 alle ore dodici e trenta. Fu in quel preciso minuto che che Elena Ivanovna, consorte di Ivan Matveic, decise di andare a vedere il coccodrillo esposto nel Passage.

Questo è l’incipit di Il coccodrillo di Fedor Dostoevskij, un racconto a prima vista bizzarro, apparentemente un fatterello in cui la cronaca sembrerebbe prevalere, eppure…

…esso è Il Racconto veritiero di come un signore di una certa età e di un certo aspetto fu inghiottito, vivo , tutto intero, dal coccodrillo del Passage, e di quanto ne conseguì.

Un lungo sottotitolo, quasi un catenaccio in termini giornalistici, ci apre ad una vicenda da non sottovalutare. In primo luogo perché, come si vede, Ivan Matveic nel coccodrillo ci resto vivo e recluso a tempo indeterminato (ma non lo si può affermare con certezza in quanto il racconto appare incompleto).

Tuttavia resto lì, diciamo per indifferenza generale, per complicità, perché sarebbe stato non economico uccidere il prezioso esemplare di bestia africana esposto, a pagamento, nel Passage.

Esistono in letteratura, numerosi esempi di reclusione, più o meno surreali, alternati a racconti di fughe anche queste più o meno fantasiose e oniriche.

Ricordiamo il biblico Giona, il più recente Pinocchio, il sonno centenario e collettivo della Bella addormentata, la bara di Biancaneve con conseguente bacio, ma si potrebbe continuare per molto tempo nelle citazioni di episodi simili più o meno famosi.

Si tratta di costrizioni e autocostrizioni che popolano la cultura dei miti di grandi e bambini.

Quando ero ragazzino, devo ammetterlo, ero abitato da molte paure e timori. Tra queste non posso tacere quella di restare chiuso in ascensore, cosa frequente all’epoca, poi la tecnologia è venuta in mio soccorso.

Paura poi esorcizzata, in quel periodo, anche grazie all'indimenticabile scena, con Alberto Sordi e Stefania Sandrelli, del film del trio di registi Luigi Comencini, Nanni Loy e Luigi Magni, Le strane occasioni.

Dunque non ero il solo, se anche il cimano ci aveva pensato.

In tutti i modi si trattava del timore, più o meno concreto, di restare prigioniero all’atto di uscire o rincasare. Proprio quando credevo di essere arrivato o finalmente libero.

È da qualche anno oramai che i circhi hanno quasi del tutto eliminato gli animali dalle loro esibizioni. Ricordo chiaramente che una volta, da ragazzino, chiesi in modo innocente, il motivo delle gabbie che contenevano le esibizioni di tigri e leoni. Mi fu risposto che servivano a proteggere le povere belve da noi umani. Mi resi conto della stupidità della mia domanda, ma non ho ancora dimenticato la risposta un po’ scherzosa che l’aveva ridicolizzata.

A ben pensarci si tratta di occasioni, quelle letterarie in quanto creatici di miti, e quelle personali, delle quali mi resta una latente claustrofobia, alla condizione di reclusione, di privazione di libertà.

Di una sofferenza, che non è conseguenza di una causa definibile, di una colpa qualsiasi. In qualche brano evangelico, viene ricordato come, all’epoca, la malattia, in cui si è prigionieri del proprio corpo a volte fino a esiti infausti, era considerata come effetto di qualche colpa commessa, dal sé o dai propri genitori.

Cosa ho fatto io per meritarmi questo? Una volta mi muovevo liberamente. La vecchiaia è una reclusione reclusione che tiene insieme l’incedere anagrafico e le sue manifestazioni somatiche. Ora sono chiuso in casa, magari tra gente sconosciuta o indesiderata, e che, spesso, si occupa di me solo per pagare un mutuo e la scuola ai figli.

Ho assestato la tana e mimare riuscita bene. Dal di fuori, in verità, sei vede soltanto un gran buco che però non porta in nessun luogo.

In La Tana, Franz Kafka, è un animale-uomo che si costruisce la propria casa-trappola e come il nostro Ivan del Coccodrillo, in fondo non sente nessun bisogno di libertà, di respirare all’aria aperta.

Questi numerosi esempi di letteratura, ansie, timori, filmografie, claustrofobie possono essere il sintomo di un mondo di umani basato su relazioni che si basano sulla reclusione e la clausura.

La nazione-frontiera, la religione-barriera, la costrizione-detentiva, tutto ciò che non siamo va separato e distrutto. Ma ci è utile, come ammoniva Beccaria?

La morte si sconta vivendo, è il verso conclusivo di una celeberrima poesia di Giuseppe Ungaretti.

Pensiamo di condannare gli altri ma, l’atto del recludere, come la cieca legge ricordata da Paolo di Tarso nella lettera ai Romani, ci riporta solo al peccato senza darci la grazia.

Riflettiamo: e se il separare, l’internare, il rintanare e il rintanarci, fosse proprio la pena alla quale, kafkianamente, ci stiamo, lentamente e ciecamente, condannando?

Un gran buco che però non porta in nessun luogo


© Copyright Rekh Magazine


Abstract in English


The article authored by Gianfranco Brevetto, the editor-in-chief of Exagere magazine, explores the multi-faceted concept of reclusion, examining how physical, psychological, and institutional confinement shape human relationships and existential conditions. Dr Brevetto takes part to the discussion about the topic of being prisoners and the meaning of freedom.

Drawing on Cesare Beccaria’s premise that human justice and social utility are intrinsically linked, the author analyzes the shifting boundaries between voluntary and forced isolation. Through a comparative literary lens, Brevetto investigates Fyodor Dostoevsky’s The Crocodile and Franz Kafka’s The Burrow, illustrating how literary spaces of captivity transition from surreal, socially indifferent structures into self-inflicted psychological traps. These narratives are contextualized alongside cultural myths—such as Jonah and Pinocchio—and personal memory, bridging the gap between universal archetypes and individual fears, including claustrophobia and the somatic confinement of aging. The analysis demonstrates how modern societal structures mirror these literary motifs, transforming borders, defensive barriers, and exclusionary practices into systemic mechanisms of detentive constraint. Ultimately, referencing Giuseppe Ungaretti and Pauline theology, Dr Brevetto argues that the human impulse to separate, intern, and withdraw does not achieve security or justice. Instead, it functions as a self-imposed, Kafkaesque condemnation—an existential sentence that reduces human existence to a blind, circular confinement, creating an empty void that leads nowhere.


L'intervistato



Gianfranco Brevetto, laureato in sociologia, giornalista e narratore, ha ricoperto incarichi per attività didattiche presso le università di Napoli e Pisa. Ha al suo attivo numerose pubblicazioni. È stato ideatore e curatore dei volumi Albert Camus. Mediterraneo e conoscenza (2003) e Georges Brassens. Una cattiva reputazione (2007). Ha tradotto dal francese: Maurice Halbwachs, I quadri sociali della memoria (1997), Pascal Bruckner, La tentazione dell’innocenza (2001), Emmanuel Bove, La Coalizione (2011) ed Emmanuel Bove, Il Presentimento (2012). Ha curato la prefazione del volume di P. Fisogni, Into the Void. The experience of emptiness between the Real and the Digital (2020). Dirige, dal 2016, la rivista “Exagere” (www.exagere.it della SIPP Società Italiana di Pedagogia e Psicolog



 
 
 

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