Claudia Mahler, a Story of Fashion, Art, and Social Commitment
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The conversation with the Swiss-Italian entrepreneur is included in FEMMINILE, PLURALE, the book that collects interviews with ten remarkable women. The digital text, attached below, can be freely downloaded

Di Primavera Fisogni
Poliglotta, a proprio agio nel mondo come pochi, per la formazione internazionale e la passione di conoscere, che le arde dentro fin da bambina, Claudia Mahler1 è un’imprenditrice capace di plasmare “ad arte” la propria vita. Spicca, nel suo profilo, la speciale dedizione agli altri, che si esprime in progetti dalle ricadute importanti, specialmente per donne altrimenti ai margini.
Gentile dottoressa Mahler, il suo percorso merita di essere conosciuto, per le sue molteplici sfaccettature. Iniziamo da Parigi. Qui è iniziato tutto, o la sua vocazione per la moda ha una storia diversa?
Tutto è cominciato all'età di 14 anni, e non in un'accademia, ma con una Singer a pedali tra le mani. È lì che ho cominciato a confezionare i miei primi abiti, tagliando e cucendo tessuti in modo istintivo. Quella scintilla creativa è stata plasmata dalla figura di mia nonna, una donna elegante, rigorosa, determinata e sempre alla moda, che definirei l'artefice del mio destino. Questa passione precoce divenne una scelta definitiva dopo la maturità: mi trasferii a Parigi per seguire corsi di stilismo e modellismo, vivendo quello che definisco ancora oggi un "sogno" in una scuola altamente competitiva, tra "saloni dorati, stoffe e disegni".
Lei ha un Dna internazionale. Le sue origini sono svizzere, anche se ha girato il mondo e oggi vive a Milano…
Sebbene molte cose, oggi, mi portino a Milano, le mie radici affondano in un contesto culturale internazionale: le mie origini sono svizzere. Vivere in un paese piccolo dove convivono tre culture e tre lingue ha favorito una mentalità aperta, trasformando il viaggio in qualcosa di quasi "naturale". Questa apertura si è tradotta in una preparazione linguistica mirata: ho studiato ben cinque lingue, con l'obiettivo esplicito di viaggiare e farmi capire in ogni angolo, spinta da una profonda curiosità per gli altri popoli.
Torniamo agli anni Ottanta-Novanta, quando lei è stata co-protagonista del successo internazionale del Made in Italy. Iniziamo con Fiorucci, dove lei ricopriva il ruolo di Chief Designer e poi di Product Manager. Che esperienza è stata?
Nonostante l'intenzione iniziale fosse quella di proseguire a Parigi, un ostacolo burocratico mi spinse a un approdo fortunato: Milano. L'incontro con Elio Fiorucci2 fu folgorante; aveva appena siglato un contratto con Jean-Paul Gaultier3 e subito mi inserì al suo fianco come Chief Designer e poi Product Manager, intuendo la mia attitudine tecnica, creativa e organizzativa. Questa posizione richiedeva una vera vocazione all'esplorazione: i tempi della ricerca imponevano viaggi in giro per il mondo per trovare ispirazioni, prototipi e tessuti. Verso la fine degli anni Ottanta, il mio raggio d'azione si estese al Giappone, dove Elio mi inviava spesso come ambasciatrice del marchio per supervisionare come i vari licenziatari avessero interpretato i disegni inviati da Milano. Questo ciclo completo, dall'idea al disegno, dal tessuto al prototipo fino a creare una vera sfilata, sono stati anni di grande lavoro, successo, estremamente formativi ma anche molto divertenti.
A volte mi chiedo che contributo avrebbe dato, ancora, Franco Moschino, se non fosse morto così giovane. Lei forse può rispondere, perché ha lavorato al suo fianco…
A proposito di Franco Moschino4, scomparso prematuramente, la sua presenza è ancora vivida nella memoria. Il suo estro irriverente e la sua concretezza furono un elemento chiave di grande creatività e innovazione e, se fosse rimasto, avrebbe senza dubbio scritto pagine ancora più rivoluzionarie della moda italiana, come nessun altro avrebbe potuto fare.
Con la nascita dei suoi figli, negli anni Novanta, decide di fondare un proprio brand di lusso artigianale. Com’è andata?
Direi che “caso, empatia e fortuna” mi hanno tenuta per mano in questo salto azzardato, avendo da poco anche due bambini piccoli da gestire. Tuttavia, il desiderio di creare per me stessa era così forte ed attraente che la sfida andava colta: era il momento perfetto per una svolta da imprenditrice. Con mio marito, acquistammo quindi la storica casa “Henry Beguelin”, focalizzata sul lusso artigianale. L'idea era chiara: unire il fascino dell'artigianato puro e fatto a mano – concentrandomi inizialmente su borse, calzature e arredamento – per poi sviluppare anche abbigliamento, con la capacità e la volontà di raggiungere un mercato globale.
Come siete riusciti ad aprire venti boutique da New York a Tokyo, dalla Russia alla Corea?
La sfida di espandersi era immensa e l'unicità del prodotto si rivelarono vincenti. Ben presto quattro vetrine da Barneys a New York ci hanno lanciato nel mondo. Le nostre capacità, sia creative che strategiche, erano evidenti e poco dopo ci hanno bussato alla porta varie persone per iniziare una partnership. Dapprima in America, poi in Giappone e così via. Con loro siamo diventati una vera grande famiglia e ci si incontrava nelle città più affascinanti del globo dove strategicamente fosse interessante aprire una boutique. Passo dopo passo siamo arrivati a 25 monomarca, il primo di tutti fu ad Aspen nel 1995: un vero sogno!
Diventare imprenditrice, quali nuove qualità ha richiesto?
Diventare imprenditrice mi richiese un salto di qualità significativo rispetto al solo ruolo di designer e manager. Dapprima, ho dovuto imparare a comprendere i vari mercati tra America e Asia, con tendenze e gusti ben diversi tra loro, il che ha richiesto collezioni più mirate e ampie. Inoltre, la gestione completa, dall’acquisto dei materiali alla prototipazione, dalla gestione del personale alla vendita, dalla produzione alla logistica, hanno richiesto una completa immersione nel business. Questo mi ha permesso di comprendere il ciclo vitale di un prodotto di lusso dalla A alla Z. Ma, come detto prima, lavorare per se stessi non ha prezzo!
Oggi qual è il suo sguardo sulla moda? Intendo dire: lei che ha visto affermarsi il Made in Italy degli stilisti, come guarda alle Maison che si avvalgono di designer chiamati, al massimo, a interpretare linee guida del marchio? Un po’ dei mercenari, insomma.
Avendo vissuto l'apice del Made in Italy degli stilisti, il mio sguardo sulla moda contemporanea è critico e informato. Osservo con una certa distanza le Maison che oggi si affidano a designer chiamati spesso ad interpretare linee guida predefinite o a sconvolgere completamente lo stile pur di incrementare fatturato. Questa tendenza mi porta a riflettere sull'essenza della creatività, quasi vedendo in questi interpreti una forma di "mercenariato" stilistico, dove l'anima del marchio rischia di perdersi nell'esecuzione di direttive esterne.
Nel 2010 lei, Claudia, decide di cedere al marito la guida dell’azienda. Cambia rotta. Punta all’arte? Dove ha trovato le idee e le energie?
Musei e mostre rappresentavano passioni già da adolescente, per cui non è stata una scelta, ma una evoluzione naturale. Comprendere l'evoluzione di un artista, riconoscerlo nel suo tratto, necessita tempo, dedizione e umiltà. L'attrazione verso la creatività altrui sopperiva al mio bisogno di fare altrettanto, ma in modo non prevedibile. Ho accettato un progetto ambizioso che dal nulla ha generato una mostra di Street art per la Biennale di Venezia. Sono stati due anni di grande crescita personale, dove la creatività ha dimostrato di avere un linguaggio universale.
Quali eventi d’arte a cui ha partecipato le stanno più a cuore?
Documenta, Biennali d'arte e le personali di giovani artisti sono quelli che mi toccano maggiormente.
Come valuta la fiber art, sempre più rilevante nel panorama contemporaneo?
Avendo creato tessili, stampe e ricami in passato, la fiber art mi è molto vicina dato che applica un diverso utilizzo dei materiali; non per abiti venduti in serie, ma per un pezzo unico e irripetibile, esattamente l'opposto del meccanismo moda. Ne sono affascinata ed attratta soprattutto quando investe lo spazio dando una tridimensionalità all'opera.
Nel 2015 ha curato Bridges of Graffiti a New York, un evento che le ha dato una fortissima visibilità. Non era scontato…
Si è trattato, ancora una volta, di coincidenze felici. Non avevo mai fatto mostre o curatele fino al giorno in cui quattro ventenni mi bussarono alla porta con l'ambizione di portare la Street Art a Venezia come evento collaterale della Biennale, creando una mostra che indagava la cultura dei graffiti riunendo dieci artisti di fama internazionale. Per tre settimane hanno dipinto giorno e notte le pareti di un intero Hangar! Adrenalina pura, linguaggi underground che si allineano, dripping o bombolette, ognuno col suo stile ma tutti insieme. Sono stati due anni di grande crescita personale dove il semplice segno ha dimostrato di avere un linguaggio universale.
L’impegno sociale mi sembra rappresenti il filo rosso che, oggi, collega i suoi molteplici talenti a iniziative per offrire opportunità a donne e bambini in contesti marginali. Iniziamo dal Brasile…
Malgrado adorassi ciò che facevo, il creare oggetti non di prima necessità mi portava spesso a dubitare dell’utilità del mio lavoro, e mi ripetevo silenziosamente che con una maglietta non si mangia, ma con un sostegno operativo in zone disagevoli si può migliorare la vita a molte persone. Questo desiderio di restituire è partito proprio dal Brasile, dove l'arte e la creatività sono state usate come strumento di riscatto; ho aperto con mia figlia una scuola di pittura per bambini e adolescenti ospiti della casa di accoglienza“ casa dos curumins”. Questo mio impegno sociale è il filo rosso che oggi connette le varie iniziative concrete fatte per donne e bambini che vivono in contesti marginali.
Ad Antananarivo, in Madagascar, lei ha riorganizzato l’azienda “Made for a Woman”, un progetto tutto al femminile dedicato alla creazione di borse in rafia. È riuscita a coinvolgere centinaia di donne. Ce ne parli…
L'impegno più profondo si è poi realizzato ad Antananarivo, in Madagascar, dove ho vissuto diversi mesi. Tanta povertà ma tanti sorrisi! Riorganizzare l'azienda "Made for a Woman" è stato un compito audace, tra complicanze linguistiche e tanta soggezione: ero una donna tra tante donne venuta ad aiutare, cosa per loro inconcepibile. Dignità, rispetto e comprensione sono stati i valori essenziali per condividere la realizzazione di questo progetto che implicava sia parte logistica che creativa. Non si è trattato solo di produzione, ma anche di riuscire nel coinvolgere e formare centinaia di donne, offrendo loro autonomia e dignità attraverso il lavoro delle loro mani.
Lei siede nel consiglio direttivo di Heritage Collective5, un’associazione guidata da un team al femminile. Quali progetti vi stanno dando le maggiori soddisfazioni?
Si tratta di un'associazione neonata, interdisciplinare e guidata da un team tutto al femminile. L'obiettivo primario di questa entità è quello di usare la creatività – moda, arte, artigianato e design – come forza rigenerativa e di espressione culturale capace di includere, connettere e valorizzare persone e comunità. Lavoriamo per trasformare le vulnerabilità in opportunità, creare spazi per l’apprendimento e generare filiere etiche. Le soddisfazioni maggiori giungono dai progetti che riescono a unire l'estetica di alta qualità alla missione sociale di base.
A una giovane donna che volesse fare impresa, anche no-profit, che consigli si sente di dare?
Non abbiate mai paura di sporcarvi le mani, seguite l'istinto e il cuore, non i soldi e l'arroganza. Che si tratti di trovare un tessuto esotico, di organizzare una complessa logistica per una sfilata o per un'azienda, o di formare una donna in un paese lontano, il successo risiede nella capacità di vedere il processo completo, dalla scintilla creativa alla sua realizzazione concreta. Sostenete la qualità artigianale, siate etiche nel pensiero e non dimenticate mai che il valore più grande è quello umano.
1 Nata a Lugano e formatasi come fashion designer alla Esmod di Parigi, ha consolidato la sua carriera a Milano collaborando per oltre dieci anni con Elio Fiorucci come Chief Designer e Product Manager. Ha lavorato al fianco di icone quali Jean-Paul Gaultier, Katharine Hamnett e Franco Moschino. Nel 1995 ha intrapreso la strada dell’imprenditorialità acquisendo con il marito il brand Henry Beguelin. Sotto la sua direzione creativa, il marchio è diventato un simbolo del lusso artigianale, espandendosi con venti boutique globali, da New York a Tokyo. Dal 2010 ha scelto di evolvere la propria visione creativa verso l’impegno sociale e l’arte no-profit. Tra i suoi progetti spiccano "Bridges of Graffiti" alla Biennale di Venezia (2015), il coordinamento di laboratori artistici nelle favelas di San Paolo in Brasile (2016) e il rilancio in Madagascar di "Made for a Woman" (2019), un progetto che oggi garantisce emancipazione e lavoro a oltre 300 donne vulnerabili. Attualmente siede nel consiglio direttivo di Heritage Collective, associazione interdisciplinare tutta al femminile che attiva percorsi partecipativi tra sartorie sociali e artisti.
2Elio Fiorucci, imprenditore e creativo (1935-2015).
3Jean-Paul Gaultier, stilista, nato a Parigi nel 1952.
4Franco Moschino, stilista (1950-1994).
5 “This, HERitage Collective. exists to close the gap between ambition and access for Africa’s next generation of female leaders on the continent & in the diaspora”. https://www.linkedin.com/company/heritagecollective/
English text:
A cosmopolite person who moves through the world with rare ease, shaped by an international upbringing and a lifelong passion for discovery, Claudia Mahler is an entrepreneur capable of "artfully" molding her own life. Her profile is defined by a singular dedication to others, manifesting in high-impact projects—particularly for women living on the margins of society.
Dr. Mahler, your journey is multifaceted and deserves to be shared with the readers. Let’s start with Paris. Was that place the true beginning, or does your vocation for fashion have a different origin story?
It all began at the age of 14—not in an academy, but with a pedal-powered Singer sewing machine in my hands. That is where I started making my first clothes, cutting and sewing fabric by instinct. That creative spark was nurtured by my grandmother, an elegant, rigorous, and determined woman who was always fashionable; I’d describe her as the architect of my destiny. This early passion became a definitive career choice after high school: I moved to Paris to study fashion design and pattern making. I still remember it as a "dream" lived within a highly competitive school, surrounded by "gilded salons, fine fabrics, and sketches."
You have international DNA. Your roots are Swiss, yet you’ve travelled the world and now live in Milan…
While much of my life revolves around Milan today, my roots are deeply embedded in an international cultural context. Growing up in a small country where three cultures and three languages coexist fostered an open mindset, making travel feel almost "natural." This openness translated into a focused linguistic education: I studied five languages with the explicit goal of travelling and making myself understood anywhere, driven by a profound curiosity about other cultures.
Let’s go back to the 80s and 90s, when you were a key player in the international success of "Made in Italy." You started with Fiorucci as Chief Designer and later Product Manager. What was that experience like?
Although I originally intended to stay in Paris, a bureaucratic hurdle led me to a fortunate landing: Milan. Meeting Elio Fiorucci was electrifying. He had just signed a contract with Jean-Paul Gaultier and immediately placed me by his side. He sensed my technical, creative, and organizational aptitude. The role demanded a true vocation for exploration; research involved traveling the globe to find inspiration, prototypes, and textiles. By the late 80s, my reach extended to Japan, where Elio often sent me as a brand ambassador to oversee how various licensees interpreted the designs sent from Milan. Those were years of intense work and great success—deeply formative, but also immense fun.
I sometimes wonder what Franco Moschino would have contributed to the world had he not passed away so young. Perhaps you can answer that, having worked alongside him…
Regarding Franco Moschino, who left us far too soon, his presence remains vivid in my memory. His irreverent flair combined with a practical sense was a key driver of innovation. Had he stayed, he would undoubtedly have written even more revolutionary pages of Italian fashion in a way no one else could.
With the birth of your children in the 90s, you decided to found your own luxury brand. How did that unfold?
I’d say "chance, empathy, and luck" held my hand during that risky leap, especially while managing two small children. However, the desire to create for myself was so magnetic that the challenge had to be accepted. It was the perfect moment for an entrepreneurial pivot. My husband and I acquired the historic house of Henry Beguelin, focusing on artisanal luxury. The vision was clear: to combine the allure of pure, handmade craftsmanship—initially focusing on bags, footwear, and furniture—and eventually expanding into apparel with the ambition to reach a global market.
How did you manage to open twenty boutiques from New York to Tokyo, and from Russia to Korea?
The challenge of expansion was immense, but the uniqueness of the product proved to be the winning factor. Very quickly, four window displays at Barneys New York launched us onto the world stage. Our creative and strategic strengths were evident, and soon partners began knocking on our door—first in America, then Japan, and so on. We became a true "global family," meeting in the world’s most fascinating cities where it was strategically interesting to open a boutique. Step by step, we grew to 25 flagship stores. The very first was in Aspen in 1995; it was a dream come true.
What new qualities did becoming an entrepreneur require of you?
It required a significant leap beyond being "just" a designer or manager. First, I had to learn to navigate diverse markets between America and Asia, where trends and tastes differ wildly; this demanded broader, more targeted collections. Furthermore, managing the entire cycle—from sourcing materials and prototyping to personnel management, sales, production, and logistics—required total immersion. It allowed me to understand the lifecycle of a luxury product from A to Z. But as I said before, working for yourself is priceless!
What is your view of fashion today? You witnessed the rise of Made in Italy; how do you view the modern Maisons that use designers to interpret brand guidelines? Almost like "mercenaries."
Having lived through the peak of the "Designer Era," my view of contemporary fashion is both critical and informed. I observe modern Maisons with a certain detachment; today, they often rely on designers tasked with following pre-defined guidelines or completely disrupting a style just to boost turnover. This trend makes me reflect on the essence of creativity. I do see a form of stylistic "mercenarism" in these roles, where the soul of a brand risks being lost in the execution of external directives.
In 2010, you decided to hand over the leadership of the company to your husband. You changed course toward the world of art. Where did you find the ideas and energy for this?
Museums and exhibitions have been passions of mine since I was a teenager, so it wasn't a choice so much as a natural evolution. Understanding an artist's evolution and recognizing their "hand" requires time, dedication, and humility. Being drawn to others' creativity satisfied my need to create, but in an unpredictable way. I accepted an ambitious project that generated a Street Art exhibition for the Venice Biennale from scratch. It was a period of great personal growth where creativity proved to have a universal language.
Which art events are closest to your heart?
Documenta, the various Biennales, and solo exhibitions by young artists are the ones that move me most.
How do you evaluate "Fiber Art," which is becoming increasingly relevant in the contemporary scene?
Having created textiles, prints, and embroideries in the past, Fiber Art feels very close to me. It applies a different use of materials; it’s not for mass-produced garments, but for unique, unrepeatable pieces—the exact opposite of the fashion machine. I am fascinated by it, especially when it occupies space and gives the work a three-dimensional quality.
In 2015, you curated Bridges of Graffiti in Venice, an event that gave you immense visibility. That wasn't a given…
Again, it was a matter of happy coincidences. I had never curated an exhibition until four twenty-somethings knocked on my door with the ambition of bringing Street Art to Venice as a collateral event of the Biennale. We created an exhibition investigating graffiti culture, bringing together ten international artists. For three weeks, they painted the walls of an entire hangar day and night! It was pure adrenaline—underground languages aligning, dripping paint and spray cans, each with their own style but all together.
Social commitment seems to be the "red thread" connecting your talents to initiatives that offer opportunities to women and children in marginalized contexts. Let’s start with Brazil…
Despite loving what I did, creating non-essential objects often made me doubt the utility of my work. I would tell myself that you can’t eat a T-shirt, but through operational support in disadvantaged areas, you can truly improve lives. This desire to give back started in Brazil, where art and creativity were used as tools for redemption. My daughter and I opened a painting school for children and adolescents at the "Casa dos Curumins" shelter.
In Antananarivo, Madagascar, you reorganized "Made for a Woman," a project dedicated to creating raffia bags. You managed to involve hundreds of women. Tell us about that.
My deepest commitment was realized in Madagascar, where I lived for several months. So much poverty, but so many smiles! Reorganizing "Made for a Woman" was an audacious task, fraught with language barriers and a sense of awe: I was a woman among many women who had come to help—a concept that was initially inconceivable to them. Dignity, respect, and understanding were the essential values in sharing this project. It wasn't just about production; it was about empowering and training hundreds of women, offering them autonomy and dignity through the work of their own hands.
You sit on the board of Heritage Collective, an association led by an all-female team. Which projects are giving you the most satisfaction?
It is a brand-new, interdisciplinary association. Our primary goal is to use creativity—fashion, art, craft, and design—as a regenerative force and a form of cultural expression that includes and values communities. We work to transform vulnerabilities into opportunities and generate ethical supply chains. The greatest satisfaction comes from projects that successfully marry high-quality aesthetics with a core social mission.
What advice would you give a young woman wanting to start a business, including a non-profit?
Never be afraid to get your hands dirty. Follow your instinct and your heart, not money or arrogance. Whether it’s finding an exotic fabric, organising complex logistics for a runway show, or training a woman in a distant country, success lies in the ability to see the entire process—from the creative spark to its concrete realisation. Support artisanal quality, be ethical in your thinking, and never forget that the greatest value is the human one. (The Editor)



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