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Cosmic Neighbours: A Conversation with Guidoni and Buceti

  • 1 hour ago
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The emotions experienced over the past few days while following Artemis II—the first crewed mission of the NASA program to return to the Moon—have reignited global attention toward space exploration. This provides even more reason to delve into the new book by Umberto Guidoni, astronaut, astrophysicist, and science communicator, co-authored with researcher Giuliano Buceti, a physicist at ENEA, titled"Vicini cosmici" (Mursia)


Di Primavera Fisogni


Le emozioni vissute nei giorni scorsi seguendo Artemis II, la prima missione con equipaggio del programma NASA per il ritorno sulla Luna, lanciata il 2 aprile 2026 e conclusasi con ammaraggio il 10 aprile, con quattro astronauti, hanno riacceso l'attenzione globale sulle avventure spaziali. Un motivo in più per avvicinarsi al nuovo, recente saggio di Umberto Guidoni, astronauta, astrofisico e divulgatore scientifico, con il ricercatore Giuliano Buceti, fisico dell'Enea. "Vicini cosmici" (Mursia, 264 pagine, 17 euro) ci riporta a uno dei capitoli più intensi dell'immaginario d'età contemporanea, con sguardo rigorosamente scientifico e una passione per lo Spazio che conquista. Abbiamo intervistato gli autori.


L’immaginario marziano ha alimentato film, fantascienza e una cultura popolare senza confini. Oggi abbiamo più conoscenze scientifiche. Che aspettative si aprono riguardo alla possibilità di vivere sul pianeta rosso?


GUIDONI E BUCETI - Marte è un test di straordinaria importanza: rappresenta il primo passo fuori dal nostro pianeta. Ciò che chiamiamo universo è un luogo di dimensioni sorprendentemente vaste e non sappiamo se saremo mai in grado di esplorarlo. A questo si aggiunge che lo spazio fuori dalla Terra è totalmente inospitale alla vita biologica.

C’è, quindi, davanti a noi un lungo percorso di lavoro e di costruzione di conoscenze scientifiche e tecnologiche. Marte sarà il nostro laboratorio, il “garage” nel quale inizieremo a costruire i pezzi che ci servono per esplorare la possibilità di vita extraterrestre.

Non è tanto una questione di aspettative o possibilità: Marte è una tappa ineludibile. È il pianeta più vicino e più simile al nostro; è il futuro dell’esplorazione spaziale, l’unico che oggi possiamo immaginare. Partiamo con Marte, poi si vedrà.


Perché sentiamo così profondamente il desiderio di incontrare altri esseri viventi dello spazio, e perché proprio i marziani ci intrigano così tanto?


GUIDONI E BUCETI - Non c’è nulla di nuovo nel desiderio di conoscere ciò che è diverso da noi. In ogni tempo abbiamo avuto una frontiera, e l'immaginavamo già superata, spinti dalla curiosità di scoprire cosa o chi vi fosse oltre. Noi siamo esploratori.

Da questo punto di vista, la Terra ormai ci va stretta: non esistono più frontiere, non c’è più un luogo oltre il quale inizi davvero l’ignoto, e difficilmente può nascere un nuovo Marco Polo o Cristoforo Colombo.

Marte, in particolare, ha sempre esercitato un fascino speciale. Un “astro rosso” che per millenni è stato segno di presagio e timore, ma anche fonte di irresistibile attrazione. Non sorprende che le civiltà antiche lo associassero al dio della guerra, simbolo di sangue e conflitto.

Se a questo aggiungiamo le osservazioni dei “canali” da parte di Giovanni Schiaparelli e l’interpretazione di Percival Lowell - che quei canali fossero la prova di una civilizzazione evoluta - era quasi inevitabile che la prima civiltà extraterrestre venisse identificata con i marziani.


Ingegner Guidoni, lei è un astronauta. Nei suoi sogni di bambino, i marziani chi erano?


Da ragazzo ero un accanito lettore di fumetti e libri che narravano le avventure di esploratori dello spazio. In molti di questi racconti di fantascienza, i marziani erano rappresentati come omini verdi con una grande testa e antenne flessibili.

Crescendo, mi sono reso conto di quanto fosse improbabile l’esistenza di abitanti su Marte, e ancor più che potessero avere le fattezze, un po’ caricaturali, di quelle narrazioni.

Tuttavia, c’è un aspetto interessante in quella rappresentazione: il colore verde è quello più facilmente distinguibile nel paesaggio rosso ruggine del pianeta.


Si parla sempre di Intelligenza Artificiale. Ma come possiamo pensare alle Intelligenze Aliene?


GUIDONI E BUCETI - L’intelligenza è la risposta della vita alle sfide poste dall’ambiente, una risposta costruita per realizzare l’ontologica missione della vita: sopravvivere. La nostra intelligenza è il risultato delle specifiche condizioni che abbiamo incontrato sulla Terra.

Senza quelle sfide, probabilmente l’intelligenza non si sarebbe sviluppata o sarebbe stata completamente diversa. Come saranno, allora, eventuali intelligenze extraterrestri?

Poiché si saranno evolute in ambienti differenti da quello terrestre, saranno diverse e, quasi certamente, “aliene”. Anche immaginando forme di vita “carbon based”, cioè basate sul carbonio come la nostra, c’è da aspettarsi che abbiano sviluppato forme di intelligenza del tutto estranee, in risposta a contesti radicalmente diversi.

Potremo comunicare? Difficile dirlo. Condivideranno il nostro senso del tempo? Vedranno quello che vediamo noi? Probabilmente no.


L’emergere di strutture dissipative, complesse e auto-organizzanti, si legge nel libro, è probabile. Ma il processo che chiamiamo “vita” è qualcosa di ben più complesso. Perché?


GUIDONI E BUCETI - Nick Lane, nel suo libro “La questione vitale”, sottolinea un'asimmetria davvero interessante. L'origine della vita sarebbe stata relativamente rapida, quasi come se bastassero le condizioni minime e tutto accadesse in modo quasi inevitabile.

La vita unicellulare, però, è rimasta sostanzialmente invariata per miliardi di anni prima di compiere il salto verso forme multicellulari. Questo suggerisce che quella transizione rappresenti il passo veramente difficile e raro.

L'implicazione è quasi controintuitiva: l'origine stessa della vita potrebbe non essere il miracolo che crediamo. Con l'ambiente giusto, potrebbe accadere abbastanza facilmente, anche su molti altri pianeti.

Al contrario, la vita complessa - gli organismi multicellulari e, in ultima analisi, esseri come noi - potrebbero rappresentare il vero collo di bottiglia, il salto davvero improbabile.

Questo apre una riflessione affascinante: forse l'universo è pieno di vita microbica, ma la vita complessa è straordinariamente rara. Il che potrebbe spiegare perché non abbiamo ancora ricevuto alcun segnale da altre civiltà.


I conflitti che stiamo vivendo, con i rischi di distruzione della Terra, possono accelerare o stanno, di fatto, accelerando concreti programmi di trasferimento in orbita?


GUIDONI E BUCETI - I pericoli che oggi minacciano la sopravvivenza della specie umana - non del pianeta che sopravvivrebbe a qualunque nostro maldestro errore - avanzano più rapidamente della nostra capacità di trovare un rifugio fuori dalla Terra.

A ben vedere, i conflitti che stiamo vivendo richiamano alla mente la teoria del “Grande Filtro”, proposta dall'economista Robin Hanson negli anni '90. Secondo questa idea, lungo il percorso che conduce dai primi mattoni della vita alla colonizzazione della Galassia, esiste un ostacolo quasi insormontabile – il “Filtro” - che pochissime civiltà riescono a superare.

L’umanità ha già oltrepassato diversi passaggi evolutivi, ma uno sviluppo tecnologico senza limiti potrebbe trasformarsi in un fattore di regressione anziché di progresso. L’olocausto nucleare, un’intelligenza artificiale fuori controllo, il collasso climatico o l’esaurimento delle risorse sono tutte possibili cause di un annientamento della nostra civiltà.

Il silenzio cosmico potrebbe allora essere l’eco di un immenso “cimitero” di civiltà che non hanno superato l'esame della maturità tecnologica.

In conclusione, se l'universo è silenzioso perché la vita è rara, allora siamo speciali e portiamo una responsabilità immensa. Se, invece, è silenzioso perché la vita tende ad autodistruggersi, potremmo essere soltanto l'ennesima candela che sta per spegnersi.


La ricerca di manufatti extraterrestri sta dando qualche risultato? E i segnali elettromagnetici, che sembrano essere l’unica prova sicura di attività tecnologiche aliene, dove ci portano?


GUIDONI E BUCETI - Non abbiamo ancora individuato alcun manufatto extraterrestre: né sonde automatiche - come quelle che abbiamo inviato su Marte - né megastrutture stellari come le sfere di Dyson. Tuttavia, nella scala dei tempi cosmici, che si declina in miliardi di anni, la civiltà umana è poco più di un neonato che ha appena aperto gli occhi.

Il fatto che percepiamo l’universo come una metropoli buia e silenziosa non deve scoraggiarci, ma va interpretato nel giusto contesto tecnologico e temporale.

Per gran parte della sua storia, l'umanità è stata "sorda" al cosmo. L’uso delle onde radio risale a poco più di un secolo fa, e la ricerca sistematica di segnali extraterrestri è iniziata solo dal 1960, con il Progetto Ozma di Frank Drake. Prima della radioastronomia, ignoravamo persino che l’universo emettesse onde radio.

Se una civiltà avanzata avesse inviato un segnale potentissimo verso la Terra nel 1850, non avremmo avuto alcuno strumento per rilevarlo: il cielo sarebbe stato comunque "silenzioso".

Oggi, cerchiamo un ago in un pagliaio - ma il "pagliaio" non è solo lo spazio, è anche l’insieme delle frequenze. Su quale canale trasmettono? Radio, laser, neutrini, onde gravitazionali, ...? E lo stanno facendo proprio nella regione di spazio che stiamo osservando? Con una potenza sufficiente a coprire le distanze cosmiche?

Le variabili in gioco sono moltissime e l’incertezza riguarda sia cosa cercare sia come cercarlo.

Al momento, i segnali elettromagnetici rimangono la nostra scommessa migliore: viaggiano alla velocità della luce e sono relativamente economici da produrre. Tuttavia, civiltà più avanzate potrebbero utilizzare metodi che ancora non comprendiamo, basati sulla fisica quantistica o sulla manipolazione dello spazio-tempo.

In ogni caso, è ancora troppo presto per concludere che non esistano segnali. Siamo davvero solo all’inizio.


Le nostre attuali conoscenze del cosmo, come dialogano con l’esistenza di Dio, come creatore?


GUIDONI E BUCETI - Come lei sa bene, questo è un mosaico di difficile composizione. Il tempo e, soprattutto, le dimensioni dell’universo, così come sono definite dalle osservazioni scientifiche dello scorso secolo, lasciano stupefatti e suggeriscono molti interrogativi.

Quale è il posto del granello di sabbia che abitiamo, nell’immenso teatro degli eventi cosmologici? La fede può rappresentare una risposta, ma si tratta di un'intuizione che, come tale, percorre un binario parallelo rispetto alla ricerca scientifica, fondata sui dati sperimentali. La scienza accoglie volentieri nuove intuizioni, ma solo quando sono supportate da evidenze verificate.


Nelle dinamiche geopolitiche, la ricerca spaziale, quanto conta?


GUIDONI E BUCETI - La ricerca spaziale conta molto più di quanto possa sembrare a prima vista nelle dinamiche geopolitiche. Chi controlla lo spazio controlla molte informazioni sul pianeta.

Non è solo una questione scientifica: è potere, sicurezza, economia e prestigio. Lo spazio è anche un’estensione del dominio militare, poiché i satelliti consentono comunicazioni sicure, sorveglianza globale e la guida di missili e droni (tramite sistemi come il GPS). Senza lo spazio, gli eserciti moderni diventerebbero, di fatto, “ciechi”.

Inoltre, gran parte della nostra vita dipende dalle infrastrutture spaziali: navigazione (GPS), telecomunicazioni, previsioni meteo, finanza (grazie alla sincronizzazione temporale).

Questo significa che lo spazio è un'infrastruttura critica, come energia o internet.


Lo spazio è davvero di tutti?


GUIDONI E BUCETI - Credo che lei si riferisca al Trattato sullo Spazio Extra-atmosferico del 1967 - conosciuto anche come “Outer Space Treaty” ancora oggi valido e considerato la “Magna Carta” dello spazio.

Nel trattato è stabilito che lo spazio è "appannaggio dell'intera umanità" e deve essere accessibile a tutti per scopi scientifici. Più in generale, si afferma che lo spazio, Luna compresa, non è soggetto ad appropriazione nazionale, né per rivendicazione di sovranità, né per occupazione. In altre parole, non è possibile piantare una bandiera e dire "questo territorio è mio".

Il trattato vieta inoltre il dispiegamento in orbita di armi di distruzione di massa e l’installazione di basi militari sui corpi celesti. Stabilisce anche il principio di responsabilità degli Stati: essi rispondono delle attività spaziali dei propri cittadini e delle proprie aziende, come SpaceX o Blue Origin.

Tuttavia, il contesto attuale è molto diverso da quello del 1967, dominato da due superpotenze. Lo scenario è popolato da attori privati e nazioni emergenti. Inoltre, il trattato fu redatto in un'epoca in cui l'estrazione mineraria sugli asteroidi o il turismo spaziale sembravano fantascienza.

Oggi compaiono nuove questioni: lo sfruttamento delle risorse, la gestione dei detriti spaziali e la militarizzazione “non nucleare”. Il trattato, infatti, non disciplina tecnologie come i laser, i cyberattacchi ai satelliti o le armi cinetiche (veicoli spaziali che si scontrano intenzionalmente con altri satelliti).

In sintesi, il Trattato del 1967 resta il fondamento giuridico, ma è sottoposto a uno “stress test". Senza di esso, lo spazio sarebbe un Far West senza regole; grazie a esso, disponiamo di una base etica che necessita, però, di aggiornamenti e nuovi protocolli.


Infine, una domanda più personale a Franco Guidoni: come ha lavorato con Giuliano Buceti? E, insieme, come avete organizzato la stesura del libro?


Con Giuliano ci conosciamo da decenni, fin dai tempi dell’università. Per questo non è stato necessario elaborare uno schema particolare per pianificare il lavoro.

Dopo che Mursia ha accettato il nostro progetto, è stato naturale valorizzare, da un lato, le mie competenze nel campo dell’esplorazione spaziale e, dall’altro, gli interessi che Giuliano coltiva da tempo sui temi dell’abiogenesi.

Ogni sezione del libro è comunque passata attraverso un vaglio reciproco: sia per approfondire alcuni aspetti, sia per rendere più scorrevoli determinati passaggi, ma soprattutto per analizzare le questioni meno scontate, quelle in cui il libro ambisce a offrire un contributo originale alla riflessione sulla ricerca di civiltà extraterrestri.


© Copyright Rekh Magazine



Umberto Guidoni (Roma, 1954) è astronauta, astrofisico e divulgatore scientifico. È stato il primo europeo a visitare, nel 2001, la Stazione Spaziale Internazionale e ha partecipato a due missioni NASA a bordo dello Space Shuttle. Con Mursia ha pubblicato il romanzo Wormhole insieme a Donato Altomare (2022) e Sfidare lo spazio (2024).






Giuliano Buceti (Gaeta, 1954) è un fisico, ricercatore nei laboratori ENEA di Frascati. Ha partecipato a esperimenti volti a studiare la fisica dei processi di fusione nucleare e si è occupato di produzione sostenibile di energia elettrica.




Abstract in English


The successful splashdown of Artemis II on April 10, 2026, has reignited a global passion for the cosmos, providing a timely backdrop for "Vicini cosmici" (Mursia). Co-authored by veteran astronaut Umberto Guidoni and physicist Giuliano Buceti, the essay bridges the gap between science fiction and rigorous astrophysics, reframing Mars not as a distant fantasy, but as an essential "technological garage" for the future of humanity.

The authors posit that while the universe may be teeming with microbial life, the leap to multicellular complexity represents a rare evolutionary bottleneck. This potential rarity places an immense responsibility on Earth. Through the lens of the "Great Filter" theory, Guidoni and Buceti warn that the current cosmic silence might be a graveyard of civilizations that failed to survive their own technological adolescence—succumbing to climate collapse, nuclear conflict, or runaway AI.

Beyond biology, the work dissects the shifting geopolitical landscape. As the 1967 Outer Space Treaty faces a "stress test" from private actors and modern militarization, space has become the ultimate high ground—a critical infrastructure for global security and economy. Ultimately, Vicini cosmici is a meditation on human curiosity and survival. It suggests that our journey to the "Red Planet" is the definitive test of our maturity: a necessary step to ensure that the light of human consciousness does not become just another extinguished candle in the silent vastness of the universe. (The Editor)


 
 
 

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