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European Roots: A History of Renaissance

1 day ago
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While the Pope today in Metz has invited Europeans to rediscover their cultural heritage, including the Catholic millenary background, the phenomenon of conversions in France (and in other countries, as well) is under the spotlight. A question arises: Is there a link between this phenomenon and the rediscovery of classics? A paper by philosopher Primavera Fisogni, from the September issue of Exagere (www.exagere.it), the review of SIPP directed by Dr Gianfranco Brevetto


La bandiera dell'Europa (Wix Pics)
La bandiera dell'Europa (Wix Pics)


di Primavera Fisogni



Se nella vita di tutti i giorni, quando si riceve un’eredità, il primo pensiero è di spenderla, o di trarne profitto, mettendola in circolo per goderne i benefici, nel caso dell’eredità culturale avviene qualcosa di molto differente, se non addirittura opposto. Ciò che caratterizza un nucleo di tradizioni, consuetudini, credenze, esperienze per un determinato gruppo sociale o popolo, può avere funzione di baricentro soltanto quando non viene disperso in mille rivoli o dissipato in maniera irrispettosa. Tale contenuto, nel costituire l’aspetto più robusto di qualsiasi profilo identitario (l’eredità è memoria), deve da un lato poter continuare a vivere e, dall’altro, mantenersi dinamicamente saldo.

La connessione tra eredità ed identità culturale, dove per cultura si intende in senso lato quanto fa crescere e sviluppare un contenuto spirituale (dal latino cŏlo, is, colŭi, cultum, ĕre, coltivare), si sposano in una metafora assai ricorrente, quella delle radici. Come ben sa la fenomenologia, non c’è nulla di più difficile da spiegare di quanto appare ovvio o naturale, come questa relazione tanto sedimentata.

Questo riflessione intende esaminare il concetto di radicalità di un patrimonio immateriale, rivelando da subito un’apparente aporia, che è poi all’origine – si vedrà – della difficile persistenza dell’elemento spirituale con le molteplici dinamiche del vivere sociale, specialmente in tempi di forti cambiamenti geopolitici, migrazioni e innovazioni negli stili di vita.

Vengono tratteggiati due fenomeni che sembrano essere agli antipodi: il primo si riferisce al dissolvimento delle radici cattoliche dell’Europa, il secondo alla ricostituzione dell’eredità classica attraverso l’immaginario di un recente film di successo. In entrambi entra in gioco la metafora dell’eredità culturale come “radice”.


1. Quando le radici rinsecchiscono (e poi magari rinascono)


Un caso di studio di eredità che va perdendosi fa riferimento al tramonto della cultura cattolica e cristiana in Europa, per quasi due millenni un fattore di coesione di questa area del mondo.

Al di là della rarefazione delle comunità dei credenti, anche in quelle di antichissima tradizione – si pensi soltanto al nostro Paese – la crisi si esprime nello smantellamento dei baluardi dell’antropologia cattolica e personalistica, dal significato di agente morale, alla centralità della famiglia, alle tematiche della bioetica, spesso in aperto contrasto con i principi di salvaguardia della vita. Un tema, questo, sollevato con enfasi e puntualità critica da Joseph Ratzinger, in occasioni pubbliche, libri e catechesi, da cardinale e poi da papa, con il nome di Benedetto XVI (2005-2013).


“Quando la Chiesa ricorda le radici cristiane del l’Europa, non è alla ricerca di uno statuto privilegiato per se stessa. Essa vuole fare opera di memoria storica ricordando in primo luogo una verità – sempre più passata sotto silenzio – ossia l’ispirazione decisamente cristiana dei Padri fondatori dell’Unione Europea. A livello più profondo, essa desidera mostrare anche che la base dei valori proviene soprattutto dall’eredità cristiana che continua ancora oggi ad alimentarla. Questi valori comuni non costituiscono un aggregato anarchico o aleatorio, ma formano un insieme coerente che si ordina e si articola, storicamente, a partire da una visione antropologica precisa. Può l’Europa omettere il principio organico originale di questi valori che hanno rivelato all’uomo allo stesso tempo la sua eminente dignità e il fatto che la sua vocazione personale lo apre a tutti gli altri uomini con i quali è chiamato a costituire una sola famiglia? Lasciarsi andare a questo oblio, non significa esporsi al rischio di vedere questi grandi e bei valori entrare in concorrenza o in conflitto gli uni con gli altri?”. (Benedetto XVI, La Sapienza. Intelligenza del cuore, 2024, p. 130)


Non possiamo non riconoscere l’origine cristiana dei “valori comuni” a cui fa cenno Ratzinger, pur ammettendo che le radici cristiane dell’Europa sono anche un “mito” recente, forgiatosi negli ultimi duecento anni (Sante Lesti, Il mito delle radici cristiane dell’Europa. Dalla Rivoluzione francese ai giorni nostri, Torino, Einaudi, 2024).

Ma com’è avvenuto che si perdessero i radicamenti identitari, quanto meno i tratti più costitutivi di questa grande eredità spirituale? A grandi linee, utilizzando uno sguardo senza pregiudizi, si possono individuare due movimenti; uno che parte dall’albero, per restare nella metafora e un secondo di tipo esterno, costituito da agenti che hanno via via smosso dal terreno originario la pianta. Nel primo caso, il focus va su un’antropologia dell’autosufficienza umana rispetto alla relazione con Dio e al valore dello spirituale, favorito dallo sviluppo della mentalità modernista e/o secolarizzata, a sua volta alimentata da un pensiero filosofico dualista che, da Cartesio in poi ha segnato lo sviluppo culturale europeo, con le sue molteplici ricadute sulla tecnica.

Le dinamiche esterne sono invece rintracciabili in altre religioni (ad esempio l’islam) o ideologie (l’utilitarismo, il comunismo, la new age tra le altre) a cui si deve la progressiva torsione della fede cattolica da perno della cultura occidentale europea ad espressione via via più marginalizzata, fino ad essere mal tollerata o al più percepita come un fardello teorico che limita l’apertura al mondo. Quest’ultimo fattore ha funzionato come una motosega per le radici culturali o riconosciute tali dell’Europa, con l’espressione più alta delle prerogative umane: un atto di libera autodeterminazione, attraverso un voto democratico, nelle aule comunitarie. Nel settembre 2003, durante la discussione del preambolo del Progetto di Trattato che istituisce una Costituzione per l’Europai è stato bocciato l’emendamento del Partito popolare europeo per inserire nel documento l’esplicito riconoscimento delle “radici cristiane” dell’Europa (283 voti contrari, 211 a favore e 15 astensioni). Non ha fatto breccia, tra i deputati comunitari, la riflessione del filosofo Benedetto Croce, per il quale il riconoscimento delle radici cristiane dell’Europa:


“(…) non è pia unzione né ipocrisia […] ma semplice osservazione della verità”. (Benedetto Croce, Non possiamo non dirci cristiani, in “La Critica”, 1942, fasc. VI, pp.289 sgg.)ii


Chi nasce in Europa non eredita più quella costellazione di valori e idee rimaste per oltre mille settecento anni direttrici della cultura, che hanno forgiato lo stile di vita, pensiero, struttura sociale a cui guardano le popolazioni che, nel lasciare il proprio Paese per sfuggire ai conflitti o alle crisi economiche o ambientali, anelano a diventare co-eredi dei beni spirituali e materiali del loro migrare. In fondo, anche l’Europa nasce sugli stessi presupposti di aggregazione e integrazione, sia pure con modalità violente – come, ad esempio, le invasioni dei popoli barbari dal culmine al tramonto dell’Impero Romani, dal II-III secolo della nostra era. In questa prospettiva, l’eredità culturale si presenta non come la radice di un unico, antichissimo albero, ma nella forma di continui innesti.

E qui entra in gioco proprio il concetto di cultura nell’accezione latina che ha generato la parola, cioè nei termini di una “coltivazione”. Gli innesti sono il frutto sapiente dell’attività agricola che, ottimizzando le colture, le ha plasmate ai propri gusti e bisogni. Dunque, va riconsiderato il catastrofismo dell’inaridimento del portato ereditario europeo, da leggersi piuttosto come il costante rimodellamento che l’agire umano apporta al mondo della vita. Lo stesso cardinale Ratzinger, e poi papa Bendetto XVI, spesso interpretato frettolosamente e senza un’autentica attenzione ai suoi scritti, evidenziava questa dinamica:


“Storicamente, l’umanesimo si è sviluppato in Europa grazie all’interazione feconda fra le varie culture dei suoi popoli e la fede cristiana. Oggi l’Europa deve tutelare la sua antica tradizione e riappropriarsene, se desidera restare fedele alla sua vocazione di culla dell’umanità”. (Benedetto XVI, La Sapienza. Intelligenza del cuore, 2024, p. 55)


L’eredità culturale non deve dunque essere vista nei termini della struttura – le radici – quanto piuttosto nell’elemento che le sostanzia, facendone qualcosa di più di un “aggancio” con il terreno. In questo senso si può accogliere la critica alla metafora arboricola (Maurizio Bettini, Radici. Tradizione, identità, memoria, il Mulino, Bologna, 2016.)

L’apparato radicale manifesta una intelligenza, come hanno insegnato studi di neurofisiologia vegetale di Stefano Mancuso (2020), che si esprime nell’adattarsi di continuo alle sollecitazioni del terreno, rispondendo anche agli input degli altri individui botanici. Nascono nuovi polloni, dalle radici recise nella ceppaia. La loro caratteristica non è mai di riproporre il vecchio albero tale e quale, quanto piuttosto di conformarsi alle mutate condizioni ambientali (insolazione più ampia o meno intensa, terreni più o meno accoglienti, presenza di animali o di insediamenti).

Un esempio di questa dinamica si coglie, a proposito del ritorno alla fede in nazioni di antica tradizione. La modalità è esattamente sovrapponibile, utilizzando il contesto botanico, alla rinascita pressoché spontanea, diffusa, con originale articolazione. Anche qui, il passato insegna. Come non riandare, in questo anniversario francescano, all’irrompere nella storia del giovane di Assisi, chiamato da Dio a “riparare” la sua Chiesa in senso spirituale, radicale?

L'Europa contemporanea vive una complessa metamorfosi religiosa. Nel suo saggio L’Europa è ancora cristiana?, il politologo Olivier Roy evidenzia come la secolarizzazione abbia rescisso il legame profondo tra cultura e fede: il cristianesimo non domina più come norma sociale o pratica comunitaria condivisa, ma sopravvive principalmente come eredità civile e matrice dei valori liberali. Tuttavia, avverte Roy, questa memoria culturale rischia spesso di ridursi a mera identità etno-nazionale, usata dalla politica populista in chiave difensiva e nostalgica contro la laicità e l'Islam.

Eppure, parallelamente a questo declino istituzionale, emerge un'inaspettata "vitalità carsica": un flusso di conversioni adulte che ridisegna la presenza cattolica nel Vecchio Continente. I dati degli ultimi due anni mostrano tendenze controtendenza estremamente significative. Nei Paesi Bassi, storico emblema di secolarizzazione, l'istituto Kaski ha registrato nel 2024 un aumento del 40% di ingressi adulti nella Chiesa cattolica (da 455 a 630). In Francia si assiste a una crescita spettacolare: nel 2026 i battesimi pasquali di adulti e adolescenti hanno raggiunto quota 21.386, con un incremento dei battesimi adulti di ben cinque volte in cinque anni (dai 4.895 del 2021 ai 17.788 del 2025). L'82% dei nuovi battezzati transalpini ha tra i 18 e i 40 anni, segno che la fede torna a interpellare prioritariamente i giovani.

Segnali di risveglio toccano anche altre nazioni: la Gran Bretagna (a Westminster i catecumeni adulti registrano un +60%), l'Irlanda (dove la frequenza festiva tra i giovani di 16-29 anni è salita dal 7% al 17%) e la Germania, con un lieve recupero della partecipazione liturgica. Sebbene i battesimi infantili rimangano in forte calo sistemico, queste adesioni mature testimoniano che, oltre la retorica identitaria analizzata da Roy, la fede si rigenera oggi come scelta interiore consapevole e non per mera convenzione sociale.iii


2. Le radici rigenerate dei classici



Il successo del film Odissey del regista inglese Christopher Nolan (2026) ci mette davanti a un altro fenomeno in cui identità e radici si intrecciano in modo inaspettatamente propizio. In questo caso il contenuto immateriale riguarda i classici, in particolare un’opera assoluta come il grandioso poema omerico dell’Odissea. Mentre per le radici culturali cristiane dell’Europa – alle quali dobbiamo, tra l’altro, i concetti antropologici fondamentali di persona e libero arbitrio – si può parlare, sempre attraverso la metafora, di un inaridimento della componente spirituale-radicale, in questo caso assistiamo a un rifiorire della cultura greca, sia pure privata della sua principale sostanza, vale a dire la lingua greca antica, veicolo esclusivo per la comprensione di un portato culturale parte delle stesse radici d’Europa, insieme con il latino: non dimentichiamo che il greco è l’idioma dei Vangeli.

Ciò che rende intrigante l’analisi del blockbuster Odissey, oltretutto così impregnato di discutibili scelte di sceneggiatura e di libero adattamento, è proprio la forza con cui l’eredità culturale greca classica riesce a imporsi in una società digitale dove i classici non sono di moda e l’esercizio critico della ragione preferisce lasciare il passo a ChatGpt o Gemini, mentre la “fatica del concetto” di hegeliana memoria issa la bandiera bianca.

L’ipotesi formulata che l’Odissea, al di là delle libere riduzioni, funzioni perché parla di noi – degli esseri umani – non toglie una virgola al potere dei classici di ogni epoca e linguaggio, vale a dire la loro capacità di scarnificare le questioni esistenziali quale che sia la trama. Ma anche gli archetipi – l’astuto che se la cava sempre (Ulisse), la pervasività dei conflitti, il desiderio di tornare a casa – sono componenti di un’eredità esistenziale globale prima intuita, poi narrata e quindi consegnata alla parola.

Quello che succede, in questo fenomeno, si può considerare una pulsione protesa alle radici, o meglio ad ancorare una data realtà (in questo caso la narrazione dell’Odissea) ad un comune sentire, che va al di là dello spazio e del tempo (gli archetipi sopra citati). È il tentativo di dare volto e voce all’interiorità (e all’inconscio), come si è sempre fatto attraverso arte, letteratura, musica o danza. Nel film di Nolan, pur con tutte le sue deviazioni dal testo poetico di Omero, si può ravvisare una sorta di piattaforma a cui aggrapparsi, per spiegarsi e riconoscersi. Ma è anche lo spazio della condivisione di qualcosa – un’eredità spirituale – che sentiamo appartenerci, in qualità di beneficiari e beneficiati. Il radicamento diventa, così, la dinamica indispensabile per fruire di un certo bene, che nel caso dell’Odissea è la scoperta meravigliata di radici che inevitabilmente ci appartengono. Si può dunque parlare di riappropriazione radicale di un’identità. La dimensione mediatica dell’opera, il suo essere fruibile sostanzialmente senza confini, a fronte di una massiva distribuzione e del rumore social di fondo che ha accompagnato il film partecipa a rendere propizio il terreno del radicamento.



3. La metafora delle radici


A questo punto abbiamo notato come, sia nel primo sia nel secondo caso (crisi delle radici culturali, ricostruzione delle radici) l’eredità costituisca un fattore generativo. Sì, ma di che cosa? Parlare di “identità” sembra abbastanza ovvio, ma si rischia di restare nel vago. Molto più appropriato è collegare la dimensione ereditaria con un “qualcosa” nel quale si rinviene una sorta di compensazione o integrazione al proprio essere nel mondo. Chi eredita una fortuna, come un semplice oggetto, non è semplicemente il ricevente di qualcosa: è riconosciuto come parte di una narrazione. È dunque qualcuno che vale in relazione a un passato e lo assume rendendolo presente, eppure aperto al futuro: una casa ereditata può essere abitata dal beneficiato, oppure venduta, così da trovare altri proprietari. Viene, dunque, a compensarsi quello stato di infondatezza che Heidegger aveva riconosciuto all’Esserci in Essere e Tempo (1927).

A grandi linee non c’è differenza tra un oggetto sperimentabile e un’esperienza culturale o una fede religiosa. Tutti questi enti, “concreti” o “spirituali” partecipano a consolidare l’esperienza dell’ubi consistam di un soggetto essenzialmente entrato nel mondo senza averne il controllo, la cui unica certezza risiede nella morte. Anche in questa prospettiva, diventare eredi trasforma la fine di qualcuno in protensione verso altri, con il suo carico positivo (i benefici) o negativo (si può anche non volere un’eredità, dovendo sobbarcarsi i debiti del donatore). Siamo di fronte ad una vitalità che richiama quella della ceppaia, più che lineare di tipo “emergente”, in cui il nuovo appartiene al vecchio, però in forma non sovrapponibile.


4. Il rapporto con l’erede


Se guardiamo all’eredità nella prospettiva dell’albero, che riferimento possiamo scorgere riguardo all’erede? Il termine, di origine indoeuropea, viene associato alla radice *ghe, indicante l’abbandono. Studi filologici rilevano l’affinità di questo stato con quello della vedova e dell’orfano, tutte parole che rinviano alla perdita di qualcuno (di radicalmente essenziale in famiglia) (Nuti, 2008). In questa cornice l’eredità compensa anzitutto lo stato di abbandono con l’appiglio ad un bene che si presenta non soltanto garanzia di continuità di status sociale, ma come un fattore attivante il futuro. Anzi, il senso della radicalità del contenuto ereditato si alimenta della soggettività dell’erede di metterlo a frutto, pena lo svilimento delle risorse cedute. Dunque, si trova qui confermato, a livello dinamico, il valore trasformativo che è atteso dall’eredità per fiorire o protendersi al futuro. Ritornando alla metafora arboricola, non si deve guardare alla robustezza dell’albero, per saggiarne la forza spirituale, quanto piuttosto alla sua capacità trasformativa, di cui l’erede non è soggetto passivo ma principale attore. I casi della rinascita della fede cattolica in Paesi di antica cristianità (sono le persone ad andare in cerca delle radici, attraverso il battesimo e le conversioni) e la riscoperta di Omero, e in generale della cultura classica greca attraverso un film vanno in questa direzione.


Conclusioni


Il rapporto tra radici ed eredità, com’è emerso nel corso della riflessione, non può essere interpretato secondo una logica puramente conservativa, ovvero di radicamento. La radice non rappresenta infatti un’origine immobile alla quale il presente dovrebbe semplicemente ritornare, così come l’eredità non coincide con la riproduzione fedele di ciò che è stato ricevuto. Se l’eredità fosse soltanto conservazione, perderebbe proprio quella capacità generativa che si individua tanto nella persistenza della tradizione quanto nella sua riattivazione. Ereditare significa, piuttosto, assumere una posizione nei confronti del passato: accettarlo o non accettarlo, reinterpretarlo, selezionarlo e, in alcuni casi, persino rifiutarne una parte. In questa direzione vanno tutti quei fenomeni che si definiscono “tradizione inventata” (Hobsbawm & Ranger, 1983), ma che si potrebbero tranquillamente chiamare “eredità inventata”, come nel caso del celeberrimo tessuto africano o “Wax” (Fisogni, 2024)

Da questo punto di vista, la metafora delle radici presenta un'ambivalenza teorica. Essa è efficace perché restituisce l'idea di profondità, continuità e appartenenza, ma diventa problematica quando trasforma una genealogia storica in un fondamento esclusivo dell'identità (Bettini, 2016). Una concezione rigida delle radici rischia infatti di confondere origine e legittimità: ciò che viene prima non acquisisce per questo stesso motivo un diritto maggiore a determinare ciò che viene dopo. Il passato può fondare una comunità di memoria, ma non può da solo stabilire i confini della comunità presente. La storia delle culture europee, del resto, appare più simile a un processo di innesti che a una discendenza lineare. Ne consegue che essere radicati non significa necessariamente essere chiusi.

È proprio qui che il concetto di eredità introduce una dimensione etica assente nella semplice idea di origine. Una radice non sceglie di essere tale; un erede, invece, deve confrontarsi con ciò che riceve. L’eredità implica quindi una responsabilità: non soltanto quella di preservare un bene, ma anche di decidere quale uso farne e quale significato attribuirgli nel presente. In questa prospettiva, l’erede non è il proprietario del passato. È piuttosto il soggetto temporaneo di una trasmissione che lo precede e che, attraverso di lui, potrà eventualmente continuare oltre di lui. L’eredità introduce così una temporalità diversa da quella della semplice memoria: collega passato, presente e futuro attraverso un atto di dal triplice movimento, consistente in 1) accettazione, 2) interpretazione / assegnazione di senso per sé e 3) elaborazione.

Questa impostazione consente anche di leggere criticamente il caso delle radici cristiane dell’Europa, cioè di una eredità spirituale millenaria condivisa o rifiutata, a seconda delle epoche che, proprio oggi mostra segni di vitalità inattesi a fronte di una parallela secolarizzazione. Il modello del “pollone”, del virgulto che sprigiona vitalità mostra l’approccio che dobbiamo avere quando ragioniamo sulle “radici” di un’eredità spirituale, da riguardarsi nel senso di un processo (sistemico) anziché in termini lineari (dai rami alle radici).

Lo stesso principio dinamico emerge, in forma diversa, nel ritorno contemporaneo ai classici. La fortuna dell’Odissea non dimostra necessariamente una riscoperta integrale della cultura greca, né autorizza a parlare di un semplice “ritorno alle radici”. Dimostra piuttosto che un’eredità può sopravvivere anche quando vengono meno molte delle condizioni originarie che ne garantivano la trasmissione. Ma questa sopravvivenza ha un prezzo: ogni nuova appropriazione comporta una trasformazione. Il classico rimane vivo non perché venga conservato intatto, bensì perché continua a essere reinterpretato. In tal senso, anche la distanza dall’originale non costituisce necessariamente una perdita: può diventare la condizione stessa della sua nuova intelligibilità.

Il rapporto tra radici ed eredità conduce quindi a una concezione dinamica dell’identità. Non siamo soltanto il prodotto di ciò che abbiamo ricevuto, ma nemmeno possiamo considerarci completamente svincolati da esso. L’identità si costituisce nello spazio intermedio tra ricezione e risposta, tra ciò che ci è stato consegnato e ciò che decidiamo di consegnare a nostra volta. In questo senso, l’eredità non è principalmente un possesso: è una pratica di trasmissione.

La metafora botanica può allora essere portata oltre il semplice contrasto tra radici recise e radici rigenerate. Una pianta vive non soltanto perché possiede radici, ma perché attraverso di esse entra continuamente in rapporto con un ambiente mutevole. Analogamente, un’eredità culturale vive quando riesce a mantenere una continuità senza trasformarla in immobilità. Il focus, dunque, si sposta sull’erede prima ancora che sull’eredità stessa.




Bibliografia



Accornero, P. G. (2026, 3 aprile). Dall’Irlanda alla Francia il risveglio dell’Europa secolarizzata. Voce e Tempo.

Benedetto XVI. (2024). La Sapienza. Intelligenza del cuore.

Bettini, M. (2016). Radici. Tradizione, identità, memoria, Il Mulino

Croce, B. (1942). Non possiamo non dirci cristiani. La Critica, (6), 289 ss.

Daniele, E. (2003–2004). Il problema delle radici cristiane [Tesi di laurea, Corso di Laurea in Scienze Internazionali e Diplomatiche].

Filippi, S. (2025, 17 dicembre). Storie di conversione. Tracce - Litterae Communionis.

Fisogni, P. (2024). Metaphysics of Fashion, LAP.

Galli, A. (2026, 16 agosto). Cattolici per scelta, non per tradizione: Il risveglio della fede nell'Europa secolarizzata. Avvenire.

Heidegger, M. (2005). Essere e tempo (P. Chiodi, Trad.; F. Volpi, Cur.). Longanesi. (Opera originale pubblicata nel 1927)

Hobsbawm, E. & Ranger, T. (eds.) (1983). The Invention of Tradition, Cambridge University Press.

Il Timone. (2026, 6 febbraio). Paesi Bassi +40% di nuovi cattolici.

Lesti, S. (2024). Il mito delle radici cristiane dell’Europa. Dalla Rivoluzione francese ai giorni nostri, Einaudi.

Mancuso, S. (2020). La pianta del mondo. Laterza

Nuti, A. (2008). Sui nomi indoeuropei dell'orfano, dell'erede e della vedova. Note al Vocabulaire di Benveniste. Studi e Saggi Linguistici, 46, 167–189

Roy, O. (2019). L’Europa è ancora cristiana? Cosa resta delle nostre radici religiose. Feltrinelli. https://hdl.handle.net/1814/64131


iApprovato l’anno successivo, nel 2004.

iiTraggo queste considerazioni, in particolare il riferimento alle parole di Croce da: Daniele, E. (2003-2004), Il problema delle radici cristiane, tesi di laurea del Corso di Laurea in Scienze Internazionali e Diplomatiche, p. 2.

iiiInformazioni tratte da: Filippi, S., «Storie di conversione», Tracce - Litterae Communionis, 17 dicembre 2025. Il Timone, «Paesi Bassi +40% di nuovi cattolici», 6 febbraio 2026; Accornero, P. G., «Dall’Irlanda alla Francia il risveglio dell’Europa secolarizzata», Voce e Tempo, 3 aprile 2026; Galli, Andrea, «Cattolici per scelta, non per tradizione: il risveglio della fede nell'Europa secolarizzata», Avvenire, 16 agosto 2026.


(Si ringrazia il direttore di Exagere per l'autorizzazione a pubblicare il testo)

 
 
 

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