Maria Bologna and the Anthropology of Psychiatry
- Mar 9
- 17 min read
A conversation with the editor-in-chief of the Rivista Sperimentale di Freniatria, one of the founders of the Laboratorio Generale di Antropologia, an interdisciplinary think-tank that seeks a humanistic approach to psyche. The interview is part of FEMMINILE, PLURALE. Here is the ebook, freely downloadable

Di Primavera Fisogni
In Via Treves 5, nella città di Bologna, da quattro anni un gruppo di psichiatri clinici accomunati dal percorso di specializzazione presso la Clinica Psichiatrica "Paolo Ottonello" ha dato vita al Laboratorio Generale di Antropologia. Si tratta di un’esperienza unica, di ricerca nella condivisione, in un contesto interdisciplinare, dove il tema della salute mentale si apre alla persona con sguardo comprensivo e fenomenologico, nel solco dell’insegnamento della Professoressa e Maestra Clara F. Muscatello1. Animatrice di questo sodalizio di pensiero sulla salute mentale è la dottoressa Maria Bologna2, attuale direttore della storica Rivista Sperimentale di Freniatria, pubblicata ininterrottamente dal 1875.
Dottoressa Bologna, lei ha scelto di specializzarsi in Psichiatria, una volta conseguita la Laurea in Medicina e Chirurgia. Che cosa le ha fatto decidere di seguire questa strada?
Non credo di aver avuto allora sicura consapevolezza dei motivi di questa scelta, che si sono chiariti lentamente nel tempo. Posso dire, piuttosto, di aver scelto più volte questa professione.
Dal mio punto di vista, le discipline psicologico-psichiatriche hanno il merito di delineare un campo di interesse e passione per l’uomo, all’interno del quale dialogare con altre discipline consorelle costruendo ponti tra Scienze della Natura e Scienze dello Spirito.
Non posso trascurare neanche la possibilità di declinare qui-ora una spinta ad essere d’aiuto, legata verosimilmente ad una passione antropologicamente fondata per la sopravvivenza psichica della specie umana; perché se uno si salva, si salvano tutti. Inoltre, determinante è stata anche l’opportunità di cogliere l’aspetto sofferto, ma autentico e sempre stupefacente delle persone e della vita. Credo che la descrizione delle motivazioni potrebbe proseguire a lungo. Perdoni un ricordo personale.
La prima volta che salii alla Clinica Psichiatrica “Paolo Ottonello” di Bologna, seduta in sala d’attesa, una giovane paziente mi si avvicinò con grazia: “Anche tu sei matta qui?”. Questa domanda mi ha sempre accompagnato, monito consapevole per un senso condiviso delle cose umane e del limite terapeutico.
Dottoressa Bologna, la parola “Psichiatra” continua a suscitare una certa apprensione nella percezione comune. Eppure i dati rilevano un’impennata del disagio psichico, specie dal periodo pandemico. Che cosa disturba di più, nel pensare di aver bisogno delle cure di uno Psichiatra?
La figura dello Psichiatra risente ancora nella cultura corrente di una proiezione di processi di stigmatizzazione, che riguardano la malattia mentale. Lo stigma rappresenta la più importante barriera all’accesso alle cure. È il risultato di pregiudizi, disinformazione, paure che vengono da molto lontano. Nel corso della storia del pensiero e della Medicina occidentale i problemi di salute mentale sono stati collegati a superstizione e giudizio morale, basti pensare alle credenze sulla malattia mentale come segno di indegnità, impurità e colpa, esito di una punizione divina o di una possessione demoniaca. È possibile avanzare l’ipotesi che ad alimentare tali processi possa esserci un atteggiamento difensivo, rispetto alla percezione profonda di non essere esenti dal rischio di ammalarsi. I processi di stigmatizzazione possono, inoltre, essere interiorizzati e trasformati in auto-stigma, che alimenta percezioni auto-riferite di diversità, vulnerabilità, oltre al timore di etichettamento irreversibile e socialmente invalidante.
Ma compaiono, intanto, all’orizzonte comportamenti nuovi. La possibilità, ad esempio, di incontrare uno Psichiatra anche attraverso modalità online, mantenutasi come pratica corrente dopo la pandemia, facilita alcune persone nella presa di contatto.
Inoltre, in un assetto relazionale sempre più dominato dai Social Media, che diffondono in modo non controllato informazioni e testimonianze sulla Salute Mentale, alcuni adolescenti e giovani adulti sembrano ricercare attivamente un contatto con i professionisti della Salute Mentale per aver conferma di auto-diagnosi e per la richiesta di prescrizioni farmacologiche, come mezzo per legittimare la propria condizione di disagio emozionale e stabilizzare il senso di identità. Tale fenomeno, se da un lato può favorire una maggiore consapevolezza e ridurre lo stigma, dall’altro espone alla banalizzazione la complessità della sofferenza mentale, trasformandola in fenomeno mediatico con il rischio di medicalizzare condizioni di fisiologico disagio emotivo età-correlate.
A proposito di pandemia. Lei ha svolto un’attività di ascolto, nel 2020. Che tipo di sofferenza aveva raccolto, nel dialogo con le persone?
I legami di attaccamento nella specie umana sono indispensabili per la maturazione psicobiologica dell’individuo, lo sviluppo personologico, la strutturazione di abilità sociali, le competenze emotive (capacità di regolazione degli stati affettivi, comprensione degli stati emotivi propri e altrui, espressione delle emozioni, tolleranza alla frustrazione, reattività allo stress, capacità di essere resiliente). Nell’età adulta la capacità di attaccamento rimane fondamentale per la creazione di rapporti interpersonali, di relazioni sociali e sentimentali e per la stessa rappresentazione di sé, dell’altro e del mondo circostante. L’isolamento legato alle misure contro-pandemiche ha rappresentato un attacco imprevisto e perdurante a questo bisogno di legame ed alla affidabilità delle risposte.
Il radicale di molte forme di disagio emotivo emerse in quella fase aveva a che fare con il ritrovarsi soli ad affrontare una percezione sovrastante di pericolo, che ha messo in crisi la capacità attiva di previsione e controllo degli eventi contribuendo a destabilizzare ulteriormente il sistema di sicurezza. Sono rimaste sospese per lungo tempo forme di sostegno e supporto sociale, dispositivi di fronteggiamento dello stress di tipo relazionale, forme di ritualizzazione collettiva di fronte alla perdita ed al lutto. Non è un caso che in alcune persone siano riemerse esperienze traumatiche passate non solo individuali, ma anche collettive.
La salute è qualcosa di più di una dimensione individuale e privata. I processi di guarigione riguardano l’intera collettività e possono accadere soltanto all’interno di un tessuto connettivo sociale. Sintetizzando, si potrebbe dire che l’individuo cresce ed evolve attraverso legami di attaccamento, si ammala se questi vengono danneggiati, guarisce attraverso la loro riparazione nella vita reale o nei luoghi della cura.
All’isolamento si è aggiunto il danno da parte della cosiddetta infodemia. L’incalzare dell’informazione ha generato una condizione permanente di stimolazione percettiva che, oltre ad amplificare lo stato di allarme, ha destrutturato attenzione e coscienza temporale, ha interrotto sequenze narrative frammentando, distorcendo e rendendo impermanente l’immediata esperienza del presente e la capacità connettersi con il passato e di affacciarsi sul futuro. Tutto ciò si è inscritto in maniera indelebile nel dominio della esperienza umana. Riprendendo le parole di Benjamin, dove potremo scorgere ora nuove forme di bellezza e di speranza?
Tra le sue specializzazioni c’è quella in Criminologia e Psichiatria ad indirizzo Forense, seguita dal Perfezionamento in Psicopatologia Penitenziaria. Mai come in questi mesi si registra un aumento dei suicidi in carcere. Oltretutto, la gran parte degli ospiti di queste strutture fa ampio uso degli psicofarmaci. Ha senso il carcere? Simone Weil era nettamente contraria. Lei, in base alla sua esperienza di Psichiatra, a quali conclusioni è pervenuta?
Le criticità del Sistema Penitenziario italiano sono note a tutti. La Corte Europea dei Diritti Umani da tempo segnala il problema strutturale e sistemico del sovraffollamento, moltiplicatore di disfunzioni che ricadono su reclusi ed operatori (tasso di affollamento medio ufficiale pari al 124%, dati del Ministero di Grazia e Giustizia, ottobre 2025). Oltre al clima di tensione permanente ed all’aumento degli episodi di violenza auto/eterodiretta, è soprattutto il rischio suicidiario ad esservi strettamente collegato (in condizioni di carcerazione è diciotto volte maggiore che in libertà): sono stati registrati 79 casi nel 2025, che riguardano per il 46% detenuti stranieri; e non a caso, tali condotte hanno più probabilità di essere messe in atto in prossimità del fine pena. Le condizioni di detenzione rendono ancora più vulnerabili e marginalizzate alcune sotto-popolazioni: donne (di cui 24 con bambini), stranieri (che rappresentano il 39% dell’intera popolazione), persone con disagio mentale (il 10% ha una diagnosi riconosciuta, il 20% assume psicofarmaci). Ancora più severa è la condizione degli Istituti Penali Minorili: il cosiddetto “Decreto Caivano” ha fatto impennare l’affollamento del 150%, svuotando il circuito della Giustizia Minorile della funzione educativa.
In queste condizioni limite, la difficoltà di rispettare i diritti umani fondamentali e la lesione della dignitas, oltre a determinare un sovrappiù di sofferenza, afflizione, rottura del continuum vitale e biografico della persona, hanno ricadute negative sul rischio di recidiva post-pena.
Eppure bisogna sottolineare che le condotte criminose non sono in aumento, nonostante la percezione sociale (4.8% in meno rispetto all’anno precedente). È piuttosto aumentato il ricorso alla detenzione come risposta quasi esclusiva a conflitti sociali, marginalità, vulnerabilità psico-sociale. Gli interventi normativi di inasprimento delle pene e l’aumento delle misure ostative hanno, infatti, come esito diretto l’aumento del tempo di permanenza in carcere.
È dunque necessario e non dilazionabile un ripensamento della concezione retributiva della pena, associato ad una revisione di alcuni dispositivi previsti dal Codice di Procedura Penale, che regolano i flussi in entrata ed uscita dagli Istituti Penitenziari (ad esempio, la rimodulazione mirata dell’istituto della carcerazione preventiva ed il rafforzamento di risorse riguardanti, oltre che la esecuzione penale interna, quella esterna a favore del potenziamento degli interventi di affidamento in prova e giustizia riparativa per detenuti con pena residua di tre anni; interventi per cui esistono chiare evidenze di riduzione del rischio di recidiva di reato).
La scelta di dedicarsi, per anni, alla Psichiatria nel Servizio Pubblico, l’ha portata a confrontarsi con un ampio spettro di disagi, che aiutano anche a tastare il polso della Salute Mentale. Quali patologie sono, oggi, più rilevanti?
Assumere una prospettiva storica sulla Salute Mentale è d’aiuto nel riconoscere che il disagio psichico esiste da sempre in tutte le culture, pur prendendo forme patoplastiche diverse a seconda del periodo storico e delle variabili socio-culturali. Ma soprattutto sono la percezione e la rappresentazione sociale a determinarne una maggiore o minore visibilità e pesatura.
Valgano per tutte le trasformazioni clinico-nosografiche dell’Isteria. Descritta già da Ippocrate, che ne individua la causa in una migrazione verso l’alto dell’utero smosso da vapori, approda a fine ‘800 alla Clinica Psicoanalitica come disturbo psichico a prevalente espressività somatica, esito di una conversione sul corpo di affetti e rappresentazioni inconsce; fino a diventare pietra d’angolo di tutta la teorizzazione freudiana.
Mantiene un rilievo come sindrome nevrotica fino agli anni ’80 del Novecento, quando le diverse edizioni dei Manuali Statistico Diagnostici iniziano a frammentarla progressivamente all’interno di altre categorie diagnostiche, per ricomparire come Disturbo Istrionico di Personalità. Al di là della evidenza di più o meno specifiche forme clinico-nosografiche, il nucleo psicopatologico della sindrome - caratterizzato da una complessa dinamica identitaria e relazionale, in cui il sintomo a mediazione corporea è una forma di linguaggio mimetico - è sempre rimasto attivo nel tempo a delineare un continuum, che va da una polarità nevrotico-conflittuale ad una più deficitaria facendo proprie di volta in volta modalità espressive culture-bound.
È questo il tema delle derive nosografiche: il modello, la moda si impongono come verità e realtà. Alcune sindromi cliniche diventano mode (oltre la grande Isteria di fine ‘800, il Disturbo Borderline di Personalità degli anni ’90 del Novecento, i Disturbi della Condotta Alimentare degli anni 2000, la più recente categoria della Neurodivergenza), cioè codici di sofferenza che scalano la cultura, dal momento che si avvia una circolarità ermeneutica in cui la definizione di una sindrome da complesso di segni e sintomi diviene livrea diagnostica categorizzata, che il paziente è spinto ad adottare per essere riconosciuto. Ciò porta a dare una forma standardizzata ad un dolore altrimenti innominato, destinato a non essere validato dall’ambiente medico, culturale e sociale.
Quando la diagnosi ha raggiunto la sua maggiore estensione sociale, i confini dell’etichetta esplodono fino a perdere il significato attribuito. Allora si rende necessaria una nuova forma nosografica, in una recursività senza fine.
Ma una prospettiva psicopatologica non può limitarsi ad una categorizzazione generalizzante della sofferenza psichica, la sfida è scendere nelle pieghe della vita del singolo individuo, nella declinazione unica di quella sofferenza senza nome per rintracciarne uno specifico codice idiopatico.
Per rispondere alla sua domanda, da un punto di vista statistico-epidemiologico attualmente la prevalenza maggiore riguarda i Disturbi Depressivi. Anche questi risentono delle caratteristiche socio-culturali della post-modernità definite liquide dal sociologo Baumann; condizionati da tratti personologici pervasivi nel segno della stabile instabilità emozionale, dell’autoreferenzialità e della impulsività, possono assumere la forma di un vissuto di vuoto piuttosto che di dolore morale per la perdita di un oggetto d’amore.
Perché i giovani sono così fragili? Perché così tanti, specie dopo la pandemia, esprimono disagio psichico?
Il periodo evolutivo tra adolescenza e prima età adulta rappresenta da sempre nella nostra cultura un passaggio ad intensa esposizione emozionale. Le modificazioni di stili di vita, abitudini, modalità di incontro e socializzazione, legate all’esperienza pandemica, hanno verosimilmente facilitato l’emersione di forme latenti di disagio psichico. Gli associati cambiamenti sociali e culturali (si veda, ad esempio, la modificazione della struttura familiare, l’impatto della digitalizzazione) stanno sostenendo un vero e proprio processo di “metamorfosi antropologica”, che modifica stili identitari, bisogni, modalità di risposta ai bisogni stessi.
Ad accrescere l’impatto dal punto di vista epidemiologico, si aggiungano una maggiore sensibilizzazione al riconoscimento ed una migliore accessibilità alle cure. Diverse Survey evidenziano un aumento significativo della sofferenza psichica in questa fascia d’età, che può assumere in alcuni casi le forme cliniche di ansia, depressione, disturbi alimentari, poli-dipendenze, ritiro sociale, aggressività auto/etero-diretta fino a comportamenti a rischio. Secondo dati recenti dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, un adolescente su sette soffre di un disturbo mentale diagnosticato, tra cui il 50% con età d’esordio inferiore ai 14 anni.
In una prospettiva dinamica, multidimensionale e multifattoriale, trasformazioni sociali e culturali troppo incalzanti modificano il delicato equilibrio tra fattori di rischio e di protezione nel processo di crescita, tra cui - in particolare- i legami significativi con gli adulti di riferimento ed i pari, in grado di garantire un senso di stabilità e continuità emotivo-affettiva di fronte alle crisi evolutive.
La sua visione della Psichiatria si avvale di un dialogo costante e interdisciplinare. Lei è tra i fondatori del Laboratorio di Antropologia Generale nel 2022. Ormai è una realtà consolidata. Come si è sviluppato il progetto? Con quali colleghi? A chi si rivolge?
Nella città di Bologna in Via Treves 5, dal 2022 si riunisce un gruppo di Psichiatri clinici accomunati dal percorso di specializzazione presso la Clinica Psichiatrica "Paolo Ottonello" e dal magistero di Clara F. Muscatello. Riprendendo la radice latina medievale labor, il Laboratorio di Antropologia Generale è un luogo in cui riflettere sui modi della Psicopatologia Generale come esperienza sofferta dell’umano utilizzando il dialogo con altre discipline. Luogo di studio, ricerca, scambio di esperienze, discorsi nel segno del confronto intorno ai fenomeni dell’umano e, negli ulteriori sviluppi, anche del non-umano. La nascita di una mente collettiva è stata animata da un desiderio epistemico, etico ed estetico ed ha avuto tra i suoi punti di forza il confronto trans-generazionale. Questo assetto consente l’esplorazione di confini ancora ignoti ai saperi disciplinari classici, dove il linguaggio stesso, le categorie logiche e le possibilità di comprensione sperimentano il proprio limite per tentare di oltrepassarlo.
Non è un caso che tra i simboli scelti per il logo ci sia il crogiolo, contenitore alchemico di un processo in cui materiali eterogenei si mescolano dando vita a sostanze nuove. Questa possibilità di trasformazione diventa una modalità di apprendimento, in cui ogni partecipante è chiamato a rinunciare ad aspetti significativi del pensiero personale a favore di un meta-pensiero collettivo capace di scambio e reciprocità. Riprendendo le parole di uno di noi, "… Il Laboratorio sollecita a immaginare e sperimentare una via, intesa come metodo, che consenta di estrarre una tecnica clinica nel luogo incidentale dove le ragioni dell’intelletto cospirano insieme a quelle del cuore".
Da questo punto di vista, la Psicopatologia Antropofenomenologica rappresenta il tentativo di saldare il particolare al generale nella ricerca di un principio (Arché, Eidos), di un nucleo invariante nella successione inarrestabile dei cambiamenti fenomenici. Si tratta di un movimento a due vie, grazie al quale il generale innerva il singolare facendosi prossimo, mentre questo si sublima in quello creando una realtà strutturata per circuiti ricorsivi e complessi. Il Laboratorio può diventare a queste condizioni un campo in cui addestrarsi ad una Psicopatologia eretica che implica, nell’accezione jaspersiana, l’assunzione in prima persona delle responsabilità e dei rischi di una scelta intellettuale (Haìresis).
Da molti anni lei è Editor della Rivista Sperimentale di Freniatria, la più antica pubblicazione italiana di Salute Mentale. Oggi ne è alla guida, come direttore. Dalla “Freniatria” alla “Psichiatria” alla “Salute Mentale”: quanti snodi nell’approccio a questa materia così complessa. Oggi quali sono gli indirizzi a cui si orienta la ricerca, clinica e teoretica?
Quando nel 1875 al Frenocomio di Reggio Emilia Carlo Livi fonda la Rivista Sperimentale di Freniatria, individua le ragioni della scelta del termine Freniatria nel diritto della disciplina ad entrare nella scienza dando forma clinica e non più filosofica allo studio delle Frenopatie. Ma non riesce a trascurare quel «… qualcosa di più che attinge all’intima natura umana, qualcosa di arcano e fatale al di là dei limiti della materia, che si sente e non si comprende». Lasciando intuire, in tal modo, la necessità di proseguire un dialogo con le scienze dell’uomo.
Oggi nella clinica terapeutica del mondo occidentale il campo consiliente delle discipline psicologico-psichiatriche ha il vantaggio di accogliere plurimi indirizzi teorici e tecniche derivate, che cercano di rispondere ad un principio di buona ed efficace empiria dialogando tra loro e scambiandosi strumenti. Cito come esempio gli studi di Judith Herman a partire dal 1992 sugli stati di traumatizzazione, che hanno rivolto particolare attenzione al ruolo dei fattori neurobiologici nell’insorgenza e mantenimento delle condizioni di disagio emotivo. La ritrovata evidenza di una unità corpo-psiche ha contribuito a ridefinire il concetto di mente, come facoltà emergente non solo di un campo interno, ma di un tessuto di interazioni e relazioni della persona con l’ambiente e gli altri.
L’imperante ed iper-inclusivo Modello bio-psico-sociale, che si sforza di intercettare e dichiarare quanto più possibile i determinanti di malattia, rischia di approdare ad una forma di neo-riduttivismo acritico e di generare pericolose derive nosografiche. Mode diagnostiche egemoni sono il risultato di questa prospettiva autoreferenziale e i Manuali Statistico Diagnostici ne sono l’evidenza più clamorosa; nati da legittime esigenze epidemiologiche e di ricerca, oltre che di comunicazione tra clinici, rischiano di trasformarsi in un modello universale di sofferenza psichica, nonostante il dichiarato intento descrittivo ed ateoretico. L’assunto che ne deriva è che se il malessere non rientra nelle categorie previste, non esiste. I Manuali non descrivono la clinica, la generano selezionando per convenzione soltanto le condizioni che raggiungono la soglia di classificabilità.
Bisogna considerare, inoltre, quel che accade nel mondo reale rappresentato dal braccio operativo dei Dipartimenti di Salute Mentale, strutture organizzative costrette a rispondere a logiche di tipo amministrativo-ragionieristico. I processi di accreditamento, la procedurizzazione degli interventi con il primato accordato alla Psichiatria Evidence Based prevalentemente di matrice biologica, gli stringenti criteri di allocazione delle risorse riducono sempre più gli spazi di riflessione e confronto. Oltre ad essersi fatti carico del lungo e complesso processo di superamento dell’Ospedale Psichiatrico, dal 2015 i Dipartimenti hanno assimilato anche le Residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza (REMS), nate dalla chiusura degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari; evento che, a sua volta, ha generato compensativamente per gemmazione amministrativa all’interno degli Istituti Penitenziari l’Articolazione per la Tutela della Salute Mentale (ATSM). Da sempre costretta tra istanze di cura ed imperative deleghe di controllo sociale, la Psichiatria rischia sempre più di vedersi ridotta al ruolo di ancella del Diritto in una commistione tra clinica afflittiva della pena e clinica terapeutica.
L’Eye Movement Desensitization and Reprocessing (EMDR) è un trattamento molto diffuso per affrontare i traumi. Tra le sue specializzazioni, c’è anche quella di “Terapeuta abilitato” di I livello. Quanto è efficace l’EMDR? In quali casi il suo utilizzo è ottimale?
EMDR è una tecnica psicoterapeutica strutturata per il trattamento di esperienze traumatiche e stressanti. Francine Shapiro, che ne è la fondatrice, appena prima degli anni ’90 del secolo scorso scoprì casualmente ed approfondì con ricerche neuropsicologiche che la stimolazione bilaterale alternata destra/sinistra degli emisferi cerebrali (tramite movimenti oculari o tapping) ha l’effetto di “scongelare” esperienze emozionalmente dolorose segregate in aree del cervello caratterizzate da uno sviluppo filogenetico più antico. Questo consente l’attivazione del fisiologico processo di elaborazione ed integrazione dei ricordi, che interessa le più recenti aree pre-frontali. Basata sul modello della elaborazione adattativa dell’informazione, la tecnica EMDR è stata riconosciuta per la sua efficacia Evidence Based nel 2013 dall’Organizzazione Mondiale della Sanità come metodo d’elezione per il trattamento dei disturbi di area traumatica. Le parole chiave che descrivono il razionale dell’intervento sono comprendere, regolare, integrare e riconducono l’attenzione clinica sull’unità corpo-psiche come veicolo di sensazioni, emozioni, credenze e significati e come medium di cura. Nel solco della tecnica originaria, indicata nel trattamento del cosiddetto trauma semplice correlato ad un evento singolo e recente, si sono sviluppate nell’ultimo decennio pratiche orientate a specifiche età della vita come l’infanzia e a definite condizioni di disagio come quelle correlate a perdita e lutto. In un campo clinico così complesso, che pone di fronte a sempre nuove sfide terapeutiche, EMDR mostra una giusta capacità di dialogo ed integrazione con altre tecniche di trattamento degli stati traumatici.
1 Clara F. Muscatello, scomparsa nel 2018, è stata professore Ordinario di Psichiatria presso l'Università degli studi di Bologna. Ha ricoperto il ruolo di Direttrice dell'Istituto di Psichiatria "P. Ottonello" e della Scuola di Specializzazione in Psichiatria nella stessa università.
2 Maria Bologna è una psichiatra e psicoterapeuta iscritta all'Ordine dei Medici di Reggio Emilia dal 2001. Laureatasi in Medicina e Chirurgia a Bologna nel 1982 , si è specializzata in Psichiatria e successivamente in Criminologia clinica ad indirizzo forense. Il suo percorso formativo include perfezionamenti in psicopatologia penitenziaria, psicotraumatologia e l'abilitazione come terapeuta EMDR di I livello. Attualmente esercita come libera professionista seguendo il modello della Psicoterapia Focale Integrata, dopo aver maturato esperienza come dirigente medico presso l'AUSL di Reggio Emilia e consulente in ambito psichiatrico-giudiziario. Dal 2009 svolge attività di docenza e supervisione clinica presso la scuola I.Ser.Di.P di Milano. È inoltre autrice di numerose pubblicazioni scientifiche.
English (summarized) text:
In the town of Bologna (Via Treves 5) a unique intellectual and clinical hub has flourished for the past four years. Founded by a group of psychiatrists trained at the "Paolo Ottonello" Psychiatric Clinic, the General Laboratory of Anthropology approaches mental health with a phenomenological and compassionate lens, following the teachings of Clara F. Muscatello.
The driving force behind this partnership is Dr. Maria Bologna, who also serves as the Director of the Rivista Sperimentale di Freniatria, Italy’s oldest mental health journal, published continuously since 1875.
Dr. Bologna, after earning your degree in Medicine and Surgery, you chose to specialize in Psychiatry. What led you down this path?
I don’t think I was fully aware of my reasons at the time; they clarified slowly over the years. In fact, I feel as though I have "chosen" this profession multiple times. Psychological and psychiatric disciplines allow for a dialogue with sister disciplines, building bridges between the Natural Sciences and the Human Sciences (Geisteswissenschaften).
There is also a deep-seated urge to be of help, likely tied to an anthropologically grounded passion for the psychological survival of our species—because if one is saved, we are all saved. I also remember my first time at the clinic: a young patient approached me gracefully and asked, "Are you crazy here too?" That question has always stayed with me as a reminder of our shared humanity and the therapeutic limits we face.
The word "Psychiatrist" still evokes a sense of anxiety. Why does the idea of needing psychiatric care remain so disturbing to the public?
The figure of the psychiatrist still suffers from the stigma projected onto mental illness. Stigma is the greatest barrier to care, rooted in ancient prejudices where mental health was linked to superstition or moral failure.
However, new behaviors are emerging. The rise of online consultations since the pandemic has made it easier for some to reach out. Conversely, social media often spreads uncontrolled information, leading some young people to seek "confirmation" for self-diagnoses or specific prescriptions to validate their emotional distress. While this can reduce stigma, it also risks trivializing the complexity of mental suffering.
In 2020, you provided a listening service. What kind of suffering did you encounter?
Human attachment is indispensable for biological and psychological maturation. The isolation of the pandemic was an unforeseen attack on this basic need. Many found themselves alone against an overwhelming sense of danger, which destabilized their sense of security.
Healing is not just private; it happens within the social connective tissue. We grow through attachment, we fall ill when those bonds are damaged, and we heal through their repair in real life or within therapeutic spaces. We must also consider the damage of the "infodemic"—the constant stimulation of information that fragmented our attention and our ability to connect the present with the past and future.
You specialized in Forensic Psychiatry and Prison Psychopathology. We are seeing a spike in prison suicides. Does the current prison system make sense?
The crisis in the Italian penal system is systemic. With overcrowding rates at 124% as of late 2025, the risk of suicide is eighteen times higher in prison than in freedom. We are seeing more people incarcerated as a response to social marginalization and psychological vulnerability rather than an increase in crime.
We urgently need to move away from a purely retributive concept of punishment. Strengthening "alternative measures" like probation and restorative justice for those with short remaining sentences has shown clear evidence of reducing recidivism.
Which pathologies of psyche are most relevant today?
Psychological distress has always existed, but its "visibility" changes. Take Hysteria: once a cornerstone of Freudian theory, it was eventually fragmented into various categories in modern manuals, like Histrionic Personality Disorder.
Clinical syndromes can become "fashions"—from Borderline Personality Disorder in the 90s to Eating Disorders in the 2000s, and more recently, the category of Neurodivergence. These become diagnostic "liveries" that patients adopt to have their pain validated. Today, Depressive Disorders are most prevalent, often influenced by what sociologist Zygmunt Bauman called "liquid modernity"—a sense of emptiness rather than the traditional moral pain of loss.
How does the Laboratorio Generale di Antropologia operate, and who is it for?
The Laboratory is a place to reflect on psychopathology as a lived human experience through dialogue with other disciplines. We use the symbol of the crucible—an alchemical vessel where heterogeneous materials mix to create something new. It is a "collective mind" where participants renounce individual thought in favor of a shared meta-thought. It is an "heretical" psychopathology that assumes the responsibility and risk of intellectual choice.
Dr. Bologna, you are also a trained EMDR therapist. How effective is this treatment?
EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing) is a structured method for treating trauma. By using bilateral stimulation (eye movements or tapping), we can "unfreeze" painful experiences stored in older parts of the brain, allowing the prefrontal cortex to integrate them.
It focuses on the body-mind unit as a vehicle for healing. While originally intended for "simple" recent trauma, it has evolved to help with childhood trauma, loss, and mourning. It is a tool that allows us to understand, regulate, and integrate. (The Editor)



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