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Marina and Alida Valli: How the Story Begins

  • Mar 8
  • 15 min read

In the International Women's Day Rekh Magazine presents "Femminile, Plurale", a collection of interviews with remarkable women: we start with Italian Swiss artist Marina Aliverti, who also authored the cover of the book. Readers can freely download the ebook, while the printed edition can be found on Amazon


Marina Aliverti
Marina Aliverti


di Primavera Fisogni


L’autrice della copertina di questo libro, Marina Aliverti1, potrebbe essere la protagonista non di uno, ma di molteplici romanzi, tutti di successo: la vicenda di una famiglia lombarda intrecciata all’imprenditoria tessile, costellata di figure matriarcali indimenticabili; una storia di formazione internazionale tra il lago di Como, l’Inghilterra, la Francia, Israele, la Svizzera; l’itinerario alla scoperta della vocazione artistica; l’avventura nella moda; l’Africa…


Tanti i capitoli della sua vita, signora Marina Aliverti. Inizio però con un nome celebre, quello dell'attrice Alida Valli, diva italiana di grande fascino degli anni Quaranta-Cinquanta-Sessanta. Come entra nella sua famiglia?


Il nome di Alida Valli è legato alla mia famiglia da un intreccio di affetti e di luoghi che appartengono alla storia del cinema e del nostro territorio. Entrò nella nostra vita innanzitutto attraverso il cuore: fu la compagna dello zio Carlo Cugnasca, celebre pilota e ufficiale della Regia Aeronautica e Medaglia d'Argento al Valor Militare. Durante Seconda Guerra Mondiale prestò servizio nel 1° Stormo Caccia Terrestre, uno dei reparti d'élite dell'aviazione, equipaggiato con i celebri caccia Macchi C.200 e C.202. La loro fu una storia d'amore intensa e profondamente sentita, che purtroppo si interruppe tragicamente con la morte dello zio Carlo in missione nel 1941. Cadde eroicamente il 14 aprile nei cieli della Marmarica, in Nord Africa (Libia), durante un combattimento aereo. Aveva solo 28 anni. La sua morte segnò profondamente tutta la nostra famiglia, la nonna Emma distrutta e Alida evidentemente pure. Era all'epoca all'apice del successo e il dolore per la perdita di Carlo l'aveva portata a una chiusura ancora maggiore verso la mondanità, accentuando quel suo fascino "dolente" e misterioso. Proprio negli anni in cui frequentava la mia famiglia e viveva in Via Torno, Alida stava girando uno dei suoi capolavori più importanti, Piccolo Mondo Antico (1941). Il film (diretto da Mario Soldati, ndr) uscì proprio nell'anno della morte di Carlo, rendendo il suo successo professionale amaramente intrecciato al suo lutto personale.

Ma Alida era di casa anche nel senso più letterale del termine: abitava infatti in una villa situata all'interno del nostro parco a Como, in via Torno 8. La proprietà era di mio nonno, Giuseppe Cugnasca, e per lei quel giardino non era solo una residenza, ma un vero e proprio rifugio. Lontana dai riflettori di Cinecittà e dalla pressione della celebrità, Alida trovava da noi una dimensione di assoluta riservatezza e calore familiare. Per noi non è stata solo l'icona del cinema che tutto il mondo ammirava,2 ma una presenza cara, parte integrante dei ricordi quotidiani vissuti tra le mura del nostro parco.


La villa dei Cugnasca era leggendaria. Lei, Marina, cresce lì, con una coorte di cugini, fratelli, amici...


Sì, sono cresciuta in un giardino incantato con una tribù di dodici cugini magnifici, quasi tutti maschi. Era il centro del mio mondo. Non c’era bisogno di uscire perché tutti i vari e numerosi amici venivano da noi a giocare e per le partite di pallone. La nonna, la mamma e le zie erano molto belle, eleganti, affascinanti e accoglienti. I cugini più grandi erano i miei miti, mentre i più piccoli erano i portieri…


All’inizio degli anni Settanta, la sua voglia di indipendenza la porta a Parigi. E in questo, se non sbaglio, c'entra il grande imprenditore tessile Antonio Ratti. Com'erano quegli anni, per una ragazza di buona famiglia?


All’inizio degli anni 70, dopo aver terminato l’istituto tecnico di Setificio Paolo Carcano a Como, il mio desiderio era solo di andare a lavorare nella moda. Grazie ad una passeggiata a Celerina in Engadina con il mio babbo e il suo caro amico Antonio Ratti, (che aveva anch’egli frequentato il mitico Setificio) ho avuto l’opportunità di andare a lavorare a Parigi da Monsieur Hargittay, in Rue de la Paix. Con la tecnica della cera liquida disegnavamo su carta giapponese fiori magici, paisley multicolori, foulards geometrici per i più incredibili brand del momento, mentre le mie amiche con cui dividevo l’appartamento a Neuilly studiavano alla Alliance Francaise.  Ero l’unica che lavorava, guardata con stupore e curiosità. Con il mio primo stipendio comperai da Dior un morbidissimo reggiseno rosa, avvolto in carta velina e packaging lussuosissimo… what else?


Cosa l'ha condotta a vivere per un certo periodo in Israele?


Dopo qualche anno tra Parigi, Londra e Heidelberg, la sindrome di Siddhartha mi ha spinta più lontano alla ricerca di nuovi e stimolanti orizzonti. Ad un evento a Monaco di Baviera ho casualmente scoperto il Club Mediterranée, azienda francese che fornisce servizi per il turismo nelle più belle destinazioni iconiche e incontaminate del mondo. Così mi sono imbarcata in una nuova lunga avventura che mi ha portata in Marocco, Turchia, Polinesia e isole caraibiche, Maldive e Mauritius come guida e yoga teacher.

In Israele ho anche lavorato per la El Al - Israel Airlines, all'aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv ai controlli di sicurezza per i nostri voli. Incarico delicato in un contesto complesso. È stata un’esperienza vibrante, adrenalinica ed emozionante condividere situazioni imprevedibili e peripezie indimenticabili con i miei colleghi sul campo.


Ad un certo punto, il ritorno "a casa", a Como. Lei decide di rimettersi in gioco, ripartendo dalla moda. Torna, insomma, alle radici…


Dopo anni trascorsi esplorando il mondo, ho avvertito il richiamo delle mie radici: la cultura e la bellezza senza tempo che solo l’Europa e l’Italia sanno offrire tra musei, teatro e arte. Ho deciso quindi di fondere la mia esperienza nel settore tessile con la mia passione per colori e pennelli. Sono nate così le mie prime creazioni: camicie rigorosamente in seta e stampate con i miei disegni originali.


Lei ha lavorato per celebri case di moda; ma lo spirito imprenditoriale di famiglia la voleva imprenditrice. Com'è andata?


Ho avuto il privilegio di collaborare con grandi nomi della moda come Capucci, Colmar, Fila e Armani. Eppure, è stato solo intraprendendo il mio percorso imprenditoriale con la nascita del mio brand, idea da sempre sostenuta dal mio babbo, che la mia professionalità si è trasformata in pura passione creativa, potendo liberamente assemblare tessuti, stampe e colori.


La sua vita è tra la Svizzera e l'Italia. Cosa la fa sentire "a casa"?


Ogni volta che lascio l’Engadina per scendere verso valle, verso l’Italia, mi sembra di abbandonare un lavoro a metà. Quando lascio Cernobbio per risalire verso le montagne innevate, mi si stringe il cuore. Poi magicamente quando arrivo a casa, su o giù che sia, sono assolutamente a mio agio. Credo che il segreto sia il viaggio lungo le sponde del lago di Como, quei 60 km meravigliosi di una bellezza stravolgente che mi riempiono l’anima di colori sfumature nubi onde e sogni. Sono definitivamente, profondamente innamorata del mio lago, una vera laghée!


Potrebbe scrivere un libro intitolato "Io e l'Africa". Cosa c'è di tanto speciale in Namibia o in Sud Africa da farle trascorrere lunghi periodi, ogni anno, in modalità avventurosa? Com'è iniziata questa fascinazione?


La risposta è nello spaesamento: il ritrovarsi dove l’orizzonte non finisce mai. Qui, il deserto di dune rosse sfida la burrasca dell’Atlantico e gli spazi immensi, custodi di giraffe e antilopi, impongono un ritorno alle origini. La mia ricerca di libertà ed eternità – nata tra i primi viaggi, lo yoga e la meditazione – trova finalmente pace. Non appena raggiungo i miei luoghi del cuore, il mondo esterno sfuma e riattivo la mia modalità Rem.


La fiber art, la fotografia, il design, la moda. Come entrano in dialogo questi mondi, nella vita di Marina Aliverti?


Nella mia pratica artistica, non esistono confini rigidi. Mi definisco un’anima multidisciplinare guidata dall’ispirazione del momento e dalla forza del paesaggio. È l’idea che comanda: la Land Art per dialogare con la terra, il ferro e il rame per sfidare la materia, la fotografia per fermare l’eternità, la pittura per sognare: dipingo ciò che non può essere fotografato - fotografo ciò che non voglio dipingere.


Ha mai subìto discriminazioni di genere?


Non ho subìto discriminazioni dirette, perché ho imparato a giocare d'anticipo. Lavorare in ambienti maschili e viaggiare sola richiede una grande capacità di osservazione e rispetto per i codici locali. Se in alcune occasioni ho dovuto ricorrere a degli espedienti per evitare criticità, l'ho fatto con la consapevolezza che l'intelligenza e l'adattabilità sono i migliori strumenti per muoversi nel mondo senza lasciarsi fermare dai pregiudizi di genere.


Da poco tempo lei è diventata nonna. Che mondo vorrebbe per sua nipote?


Sogno per lei un mondo riportato all'essenziale. Vorrei che vivesse l'esperienza di un'umanità purificata, libera di muoversi in paesaggi infiniti e felici, proprio come quelli che cerco nei miei viaggi. È una speranza che fatica a trovare radici nella realtà europea attuale, troppo densa e rumorosa. Per lei vorrei orizzonti più vasti, dove l'idea di libertà non sia solo un concetto, ma uno spazio fisico da abitare.


Il suo impegno come attivista per l'ambiente, è noto. Cosa le ha fatto decidere di esporsi, in prima persona, per la tutela dell'Artico?


L'Artico ti cambia. Dopo il mio primo viaggio in Groenlandia nel 2016, ho capito che la crisi climatica non poteva essere affrontata da soli. È nata così l'idea di unire le forze con mostre fotografiche e forum, sostenendo l’Associazione svizzera “Artico, ultima frontiera”. Il nostro obiettivo è creare un corto circuito tra bellezza e responsabilità, coniugando sostenibilità ambientale, sociale ed economica. Usiamo l'arte e il racconto per rendere tangibile ciò che sembra lontano, perché solo sentendoci parte di quegli spazi possiamo decidere di salvarli.


Come guarda alla “longa manus” di Trump sulla Groenlandia? C'è un progetto in cantiere, a sostegno dell'autodeterminazione di quel popolo?


Le mire di Trump, rinvigorite nel 2025 e 2026, riducono la Groenlandia a una scacchiera di risorse minerarie e basi militari, ignorando la dignità di chi la abita. In risposta a queste pressioni, il popolo groenlandese ha rafforzato il proprio percorso verso la piena sovranità: il governo di Nuuk ha recentemente ribadito che "la Groenlandia appartiene ai groenlandesi" e sta portando avanti il progetto di una nuova Costituzione per una futura Repubblica indipendente. A sostegno dell'autodeterminazione, non ci sono solo diplomazie, ma anche progetti di "scienza partecipata" e arte collaborativa (come quelli promossi dalla The Red House del nostro amico Robert Peroni o da collettivi artistici internazionali). Queste iniziative mettono al centro la voce delle comunità Inuit, affinché non siano spettatrici, ma protagoniste del proprio futuro, proteggendo la terra da logiche di conquista che appartengono al secolo scorso.


Vorrei tornare, in chiusura, alla radice della sua creatività. Al tempo dell'intelligenza artificiale, che senso acquista la parola "arte"?


Ho sempre detto che è l’idea a comandare il mezzo. L’intelligenza artificiale è solo un nuovo, potentissimo strumento, ma resta priva di visione. L’arte non è 'eseguire bene', è sentire l’urgenza. L'IA non conosce lo 'spaesamento' di fronte a un deserto né il silenzio della meditazione. Il senso dell’arte oggi è la capacità di tradurre un vissuto interiore in qualcosa di tangibile: la macchina elabora dati, l'artista elabora vita.


Tra le donne della sua famiglia e quelle che ha incontrato, ci sono modelli di riferimento, che l'hanno in qualche modo forgiata?


Le mie radici affondano in due modelli femminili opposti e meravigliosi. C’era nonna Emma, una gran signora che viveva in una dimensione eterea, distaccata dalla numerosa tribù che guidava. E poi c’era nonna Renata: l’anima del viaggio. È stata l’unica a raggiungermi in Marocco, dove insieme, avvolte in magnifici djellaba colorati, andavamo a ballare. Da loro ho imparato che si può essere viaggiatrici del mondo e, allo stesso tempo, custodi di una propria solitudine interiore. La mia curiosità artistica e il mio approccio silenzioso alla realtà sono il loro lascito più prezioso.


Infine, ricordiamo che lei è l'autrice della copertina di “Femminile, plurale”. Come ha lavorato a quest'opera?


È stata un’esperienza esilarante che mi ha permesso di unire mondi diversi. Ho lavorato sulla pluralità partendo dalle mie radici: ho mescolato foto di famiglia e volti di amiche trasformando il tutto attraverso un linguaggio pop e la tecnica del collage. La copertina è diventata così un ponte tra passato e presente, un ritratto collettivo dove ogni donna può specchiarsi. Un esperimento multidisciplinare che riflette esattamente il mio modo di intendere la creatività: un gioco di armonie in costante evoluzione.




English text


The artist behind “Femminile, Plurale”’s cover, Marina Aliverti, could easily be the protagonist of not just one, but a library of acclaimed novels. Her life could be, in fact, equated to a rich tapestry: a saga of a prominent Lombard family woven into the history of the silk industry, populated by unforgettable matriarchs; a cosmopolitan coming-of-age journey spanning Lake Como, England, France, Israel, and Switzerland; a quest for artistic vocation; a venture into high fashion; and the call of Africa.


Marina, your life is a book with many chapters. Let’s begin with a legendary name: Alida Valli, the magnetic icon of Italian cinema in the 40s, 50s, and 60s. How did she become part of your family history?


Alida Valli’s name is bound to my family through a web of affection and places that belong to both cinematic history and our local heritage. She first entered our lives through the heart, as the partner of my uncle, Carlo Cugnasca. Carlo was a celebrated pilot, an officer of the Regia Aeronautica, and a Silver Medalist for Military Valor. During World War II, he served in the elite 1st Stormo Caccia, flying the iconic Macchi C.200 and C.202 fighters.

Theirs was an intense, deeply felt love story, tragically cut short when Uncle Carlo was killed in action in 1941. He fell heroically over the skies of Marmarica, Libya, at just 28 years old. His death devastated the family—my grandmother Emma was shattered, as was Alida. At the height of her fame, the grief drove Alida further from the limelight, deepening that "sorrowful" and mysterious allure that defined her. While she was part of our daily life at the villa on Via Torno, she was filming one of her masterpieces, Piccolo Mondo Antico. The film’s release coincided with Carlo’s death, forever intertwining her professional triumph with personal mourning.

But Alida was "at home" in the most literal sense: she lived in a villa within our family estate at Via Torno 8 in Como. The property belonged to my grandfather, Giuseppe Cugnasca, and for her, that garden was more than a residence—it was a sanctuary. Far from the glare of Cinecittà and the pressures of stardom, she found a sense of absolute privacy and familial warmth with us. To the world, she was a cinematic icon; to us, she was a beloved presence, a thread in the fabric of our daily memories.


The Cugnasca villa in Como was kind of legendary location. You grew up there among a "tribe" of cousins, siblings, and friends...


Indeed, I grew up in an enchanted garden with a magnificent tribe of twelve cousins—almost all boys. It was the center of my universe. We never felt the need to leave because the world came to us; friends were always there for games and football matches. The women—my grandmother, mother, and aunts—were the pillars: beautiful, elegant, and deeply welcoming. My older cousins were my idols, while the younger ones were relegated to playing goalkeeper!


In the early 70s, your drive for independence led you to Paris, partly thanks to the great textile entrepreneur Antonio Ratti. What was that era like for a young woman from a "good family"?


After finishing my studies at the Setificio Paolo Carcano (the “Silk Institute”) in Como, I was desperate to break into fashion. While walking in Celerina with my father and his dear friend Antonio Ratti, an opportunity arose to work in Paris for Monsieur Hargittay on Rue de la Paix.

Using liquid wax techniques on Japanese paper, we designed "magic" flowers, multicolored paisleys, and geometric scarves for the most prestigious brands of the day. Meanwhile, my roommates in Neuilly were studying at the Alliance Française. I was the only one with a job; they looked at me with a mix of shock and curiosity. With my very first paycheck, I went to Dior and bought a soft, pink silk bra, wrapped in layers of tissue and luxurious packaging... What else?


What led you to live in Israel for a time?


After a few years between Paris, London, and Heidelberg, a sort of "Siddhartha syndrome" pushed me further afield in search of new horizons. At an event in Munich, I discovered Club Méditerranée. I embarked on a long adventure that took me to Morocco, Turkey, Polynesia, the Caribbean, the Maldives, and Mauritius, working as a guide and yoga teacher.

In Israel, I also worked for El Al Airlines at Ben Gurion Airport, handling flight security. It was a delicate role in a complex environment—vibrant, adrenaline-fueled, and deeply moving. Sharing those unpredictable challenges with my colleagues on the ground was unforgettable.


Eventually, the "homing pigeon" returned to Como. You reinvented yourself by returning to your roots in fashion.


After years of global wandering, I felt the pull of home—that timeless culture and beauty that only Europe and Italy can offer through art and theater. I decided to merge my textile expertise with my passion for the brush. That was the birth of my first creations: silk shirts printed with my original designs.


You’ve worked for the giants—Capucci, Colmar, Fila, Armani. Yet, the family’s entrepreneurial spirit eventually won out. How did that transition happen?


It was a privilege to collaborate with those houses, but it was only by launching my own brand—an idea my father always championed—that my professional life became pure creative passion. I finally had the freedom to assemble fabrics, prints, and colors exactly as I envisioned them.


Your life is split between Switzerland and Italy. What makes you feel "at home"?


Whenever I leave the Engadin mountains to head down toward Italy, I feel like I’m leaving a job half-finished. When I leave Cernobbio to head back up to the snow, my heart tightens. Yet, the moment I arrive—whether up or down—I am perfectly at peace. I think the secret lies in the journey along the shores of Lake Como; those 60 kilometers of overwhelming beauty fill my soul with shifting colors, clouds, and dreams. I am, heart and soul, a laghée—a woman of the lake.


You could write a book titled "Africa and I." What is it about Namibia or South Africa that draws you back every year for these rugged adventures?


The answer lies in "disorientation"—the act of finding oneself where the horizon never ends. In the Namib, red dunes defy the Atlantic storms, and the vast spaces, home to giraffes and antelope, demand a return to one’s origins. My search for freedom and eternity—born from my early travels, yoga, and meditation—finally finds peace there. The moment I reach my "places of the heart," the outside world fades, and I enter my own "REM state."

Fiber art, photography, design, fashion... how do these worlds converse in your life?

In my practice, there are no rigid borders. I am a multidisciplinary soul guided by the inspiration of the moment. The idea is the master: I use Land Art to speak with the earth, iron and copper to challenge matter, photography to arrest eternity, and painting to dream. I paint what cannot be photographed, and I photograph what I do not wish to paint.


Have you ever faced gender discrimination?


I haven't experienced direct discrimination because I learned to stay one step ahead. Working in male-dominated environments and traveling alone requires keen observation and respect for local codes. If I’ve had to use "stratagems" to navigate tricky situations, I did so knowing that intelligence and adaptability are the best tools for moving through the world.


You recently became a grandmother. What kind of world do you wish for your granddaughter?


I dream of a world returned to the essentials. I want her to experience a "purified" humanity, free to move through the vast, happy landscapes I seek in my travels. It is a hope that struggles to take root in our current European reality, which is so dense and noisy. For her, I want broader horizons—where freedom isn't just a concept, but a physical space to inhabit.


Your environmental activism is well-known. Why did you decide to step up personally for the protection of the Arctic?


The Arctic changes you. After my first trip to Greenland in 2016, I realized the climate crisis couldn't be faced in isolation. This led to the "Artico, ultima frontiera" (Arctic, the Last Frontier) association. We aim to create a "short circuit" between beauty and responsibility. We use art and storytelling to make the distant feel tangible; we will only save these spaces if we feel we belong to them.


How do you view the renewed political interest in Greenland? Is there a project in the works to support the self-determination of its people?


The external pressures on Greenland often reduce it to a chessboard of mineral resources and military bases, ignoring the dignity of those who live there. In response, the Greenlandic people have strengthened their path toward sovereignty. The government in Nuuk is moving toward a new Constitution for a future independent Republic. Beyond diplomacy, there are projects of "participatory science" and collaborative art—like those promoted by Robert Peroni’s The Red House. These initiatives ensure the Inuit people are protagonists of their own future, protecting their land from the "conquest" mentalities of the last century.

In closing, let’s return to your creativity. In the age of AI, what does "art" even mean?

I have always said the idea commands the medium. AI is a powerful tool, but it lacks vision. Art isn't about "perfect execution"; it’s about "feeling the urgency." AI cannot know the disorientation of a desert or the silence of meditation. Art today is the ability to translate an interior life into something tangible. The machine processes data; the artist processes life.


Who were the women who primarily forged you as a woman, and a person?


My roots are in two opposing, wonderful models. There was Grandmother Emma, a "grande dame" who lived in an ethereal dimension, somewhat detached from the large tribe she led. And then there was Grandmother Renata: the soul of travel. She was the only one to visit me in Morocco; we would wrap ourselves in magnificent colored djellabas and go out dancing. From them, I learned you can be a world traveler while remaining the guardian of your own inner solitude. (With the collaboration of Ms Aliverti).


















1 Marina Aliverti è un'artista, designer di moda e gioielli, fotografa e attivista ambientale di Cernobbio (Lago di Como) e Celerina (Svizzera). Direttore del Creative Think Tank Filorosso.net, è una "rainmaker" della moda con un profondo legame con l'universo tessile comasco, ereditato dalla famiglia fondatrice di storiche aziende tessili. La sua carriera spazia dal design tessile di livello mondiale alle collaborazioni con top player del lusso (Capucci, YSL, Dior, Armani) fino alla creazione di linee personali (ALISEI, Marina Aliverti) e al progetto di upcycling sostenibile BackAgainShirts. Come artista e fotografa, dedica il suo lavoro a sensibilizzare sulla bellezza e fragilità del nostro pianeta, riflettendo un impegno costante per l'interazione sistemica su temi ambientali complessi.


2Alida Valli è lo pseudonimo di Alida Maria Altenburger Freiin (19212006), un'attrice originaria di Pola. È cresciuta e ha studiato a Como.



 
 
 

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