Silini: Why We Need a Renewed Humanism
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Journalist, novelist, and specialist in Theology, Dr Carlo Silini will discuss the topic: THE GOD WHOM WE DO NOT BELIEVE IN, with Professor Ernesto Borghi, theologian, at Biblioteca Salita dei Frati in Lugano (Switzerland) on March 24, 6 P.M. Read the interview

di Primavera Fisogni
Com'è possibile che Trump, Netanyahu, Putin - tre autocrati e signori della guerra - dichiarino la centralità delle rispettive fedi nella propria vita? Da questo paradosso muove l'incontro IL DIO IN CUI NON CREDIAMO, in programma lunedì 24 marzo a Lugano alla Biblioteca Salita dei Frati, a Lugano (Svizzera), alle ore 18. Dopo aver dato la parola al teologo Ernesto Borghi, docente universitario e presidente dell’Associazione Biblica della Svizzera Italiana, Rekh Magazine interpella il secondo intellettuale protagonista dell'atteso confronto: Carlo Silini, giornalista, narratore, con formazione teologica.
L’incontro ha come titolo un’affermazione perentoria e negativa. Qual è il dio in cui non crede Carlo Silini?
Il Dio in cui non credo è quello dei potenti che lo invocano per giustificare i propri delitti, una tendenza drammaticamente attuale se si pensa alle principali guerre in corso. Non credo, in altre parole, nel Dio di Vladimir Putin e del suo tirapiedi spirituale, il patriarca di Mosca Kirill, secondo i quali l’invasione dell’Ucraina è una guerra santa. Non credo nel Dio di Benjamin Netanyahu e dei suoi sodali ultraortodossi e teo-nazionalisti che ordinano lo sterminio dei palestinesi. Né in quello dei terroristi di Hamas o dei pasdaran iraniani che predicano il dovere morale dello sterminio degli israeliani. Non credo, infine, nel Dio di Donald Trump, seguace della teologia della prosperità che detesta i poveri e in quello del suo vice J.D. Vance, che reinterpreta il concetto teologico di S. Agostino dell’ordo amoris, sostenendo che l’amore e l’aiuto debbano seguire una precisa scaletta: prima i più vicini – la famiglia, la comunità, la Nazione – poi, ma anche no, gli stranieri e i migranti.
Possiamo leggere quel “non crediamo” anche in una prospettiva allargata. Ovvero, oggi siamo messi di fronte a un dio che non può essere fatto oggetto di fede, perché è altro da Dio. Eppure si impone. Come mai accade questo?
Direi che sì, quel “non crediamo” può e forse deve essere letto in una prospettiva più ampia di quella puramente religiosa o confessionale. Esistono degli “dei” in cui non possiamo credere perché sono indecenti e troppo negativamente umani. Mi riferisco a un fenomeno antico quanto l’umanità: la trasformazione del divino in un idolo. L’idolo – a differenza di Dio – è una proiezione umana: compatta, manipolabile, funzionale ai nostri desideri, alle nostre paure e soprattutto ai nostri poteri. È un “dio fatto a immagine dell’uomo”, costruito per confermare ciò che già pensiamo, già vogliamo, già decidiamo. Quando il sacro viene utilizzato come linguaggio di legittimazione, allora non siamo più di fronte a Dio ma a una sua caricatura.
La nostra era, ormai da un secolo, tende a sostituire Dio con altri dei (Io, successo, soldi, carriera, bellezza, giovinezza “eterna”, etc). Come mai si sente proprio oggi l’esigenza di un distinguo?
Oggi sentiamo il bisogno di distinguere perché siamo arrivati al punto in cui gli idoli moderni — l’Io, il successo, la performance, la giovinezza — non sono più riconoscibili come tali. Sono diventati l’orizzonte implicito della nostra vita. Il distinguo diventa allora un gesto filosofico essenziale: significa riaprire la domanda sul “fondamento”, su ciò che merita davvero di essere assoluto. Gli idoli promettono totalità, ma offrono solo frammenti; promettono salvezza, ma generano dipendenza. Distinguere serve perché, quando tutto diventa oggetto di fede, nulla lo è davvero. È un esercizio di lucidità: separare l’infinito dalle sue imitazioni. In fondo, riconoscere l’idolo è il primo atto di libertà.

Il presidente Trump sta attuando una transvalutazione dei valori democratici: la forza al posto della concordia, l’astio sostituito al dialogo, l’illegalità alla legalità… Come si è potuto arrivare a tanto? Se Putin, da sempre, si è dato a vedere come un autocrate, che cosa invece ha innescato l’involuzione auto-divinizzante del presidente Usa?
Non sono sicuro di conoscere le vere ragioni di questa transvalutazione dei valori democratici e dell’auto-divinizzazione di Trump. Ho l’impressione che tutto sembri irrazionale, ma – per quanto sconcertante - una sua logica ce l’ha. Trump è più di Trump, se è andato al potere è perché dietro di lui si muove un mondo fortemente organizzato e motivato, che trae immensi vantaggi da una deriva antidemocratica dell’America e del pianeta. Mi colpisce, ad esempio, che dietro di lui si siano allineati i grandi big della tecnologia, fortemente interessati a un approccio libertario, se non addirittura privo di regole etiche in cui davvero vince sempre e solo il più forte o il più ricco (vedi Elon Musk). La vera domanda è: tutto questo succede perché c’è Trump o Trump è l’utile strumento di un mondo che non vediamo? Ciò premesso, lo stile, il linguaggio, le argomentazioni del presidente Usa non rendono irragionevole ipotizzare un problema di narcisismo psicologico che rasenta il delirio di onnipotenza.
Ma non basta non credere in questi dei della violenza e della sopraffazione. Quali azioni virtuose possiamo intraprendere?
Il mondo soffre di una crisi di umanesimo (non da ora, a dirla tutta). Bisogna riaffermare il primato dell’uomo sul profitto. In politica significa tornare a lavorare per il “bene comune”, non per quello di una piccola parte, privilegiata, della società. Il mondo non va diviso tra credenti e non credenti, ma tra chi mette in cima alla propria agenda salvifica l’uomo o se stesso e i propri interessi di parte.
I “buoni” non sono gli atei o i credenti (a seconda del punto di vista), ma gli atei e i credenti che si alleano per il bene dell’umanità, contro le sopraffazioni in nome del profitto o in nome di Dio. Sul piano culturale bisognerebbe poi combattere un concetto che si è infiltrato capillarmente già qualche anno fa, durante il primo mandato Trump: il concetto di “post-verità” in cui i fatti, le evidenze scientifiche, le acquisizioni del diritto diventano se non irrilevanti, negoziabili; le narrazioni no. Bisogna opporsi alla nuova Torre di Babele che confonde il vero con il falso, ergo il giusto con l’ingiusto e viceversa.
Chi è l'intervistato
Carlo Silini (1965, Mendrisio) è giornalista e scrittore, laureato in teologia. Ha lavorato per oltre 30 anni al «Corriere del Ticino», ricoprendo vari ruoli, e dal 2023 è Redattore capo del settimanale «Azione». Premiato come Giornalista svizzero dell’anno (2005) e vincitore di due Swiss Press Award (2015, 2017), commenta regolarmente nei suoi editoriali l’attualità politica, sociale, culturale e religiosa. Come scrittore ha pubblicato la trilogia storica "Il ladro di ragazze", "Latte e sangue" e "Le ammaliatrici" e il saggio "Storie dimenticate".
English text:
How is it possible that Trump, Netanyahu, and Putin—three autocrats and warlords—each claim the centrality of their respective faiths in their lives? This paradox is the starting point for the encounter "THE GOD WHOM WE DO NOT BELIEVE IN," scheduled for Monday, March 24, at 6:00 PM at the Biblioteca Salita dei Frati in Lugano, Switzerland. Rekh Magazine interviews Carlo Silini, journalist, author, and graduate in Theology.
The event will be focused on a negative statement: The God whom we do not believe in. What is the "god" in whom Carlo Silini does not believe?
The God in whom I do not believe is the one invoked by the powerful to justify their crimes—a tragically relevant trend when considering the major ongoing wars. In other words, I do not believe in the God of Vladimir Putin and his spiritual henchman, Patriarch Kirill of Moscow, according to whom the invasion of Ukraine is a holy war. I do not believe in the God of Benjamin Netanyahu and his ultra-orthodox, ethno-nationalist allies who order the extermination of Palestinians. Nor do I believe in the god of the Hamas terrorists or the Iranian Pasdaran, who preach the moral duty of exterminating Israelis. Finally, I do not believe in the God of Donald Trump, a follower of "prosperity theology" that despises the poor, nor in that of his Vice President J.D. Vance, who reinterprets St. Augustine’s theological concept of ordo amoris (the order of love) to argue that love and aid must follow a strict hierarchy: first those closest to us—family, community, nation—and then, or perhaps not at all, foreigners and migrants.
We can also read that "we do not believe" from a broader perspective. That is, today we are confronted with a "god" who cannot be an object of faith because it is something other than God—yet it imposes itself. Why is this happening?
I would say yes, that "we do not believe" can, and perhaps must, be read in a perspective broader than the purely religious or denominational. There are "gods" in whom we cannot believe because they are indecent and too negatively human. I am referring to a phenomenon as old as humanity: the transformation of the divine into an idol. The idol—unlike God—is a human projection: solid, manipulable, and functional to our desires, our fears, and above all, our power. It is a "god made in the image of man," constructed to confirm what we already think, what we already want, and what we have already decided. When the sacred is used as a language of legitimation, we are no longer facing God, but a caricature of Him.
For a century now, our era has tended to replace God with other deities (the Self, success, money, career, beauty, "eternal" youth, etc.). Why do we feel the need for such a distinction today?
Today, we feel the need to distinguish because we have reached the point where modern idols—the Self, success, performance, youth—are no longer even recognized as such. They have become the implicit horizon of our lives. The distinction then becomes an essential philosophical gesture: it means reopening the question of the "foundation," of what truly deserves to be absolute. Idols promise totality but offer only fragments; they promise salvation but generate addiction. Distinguishing is necessary because when everything becomes an object of faith, nothing truly is. It is an exercise in clarity: separating the infinite from its imitations. Ultimately, recognizing the idol is the first act of freedom.
President Trump is carrying out a "transvaluation" of democratic values: strength instead of harmony, animosity replacing dialogue, illegality over legality... How did it come to this? While Putin has always presented himself as an autocrat, what triggered the self-deifying involution of the U.S. President?
I am not sure I know the true reasons behind this transvaluation of democratic values and Trump’s self-deification. My impression is that while it all seems irrational, it possesses its own logic, however disconcerting. Trump is more than just Trump; if he rose to power, it is because behind him moves a highly organized and motivated world that draws immense benefits from an anti-democratic drift in America and the planet. I am struck, for instance, by how the big tech giants have aligned behind him, driven by a libertarian—if not entirely lawless—approach where only the strongest or richest win (take Elon Musk, for example). The real question is: is all this happening because of Trump, or is Trump the useful tool of a world we cannot see? That said, the style, language, and arguments of the U.S. President make it not unreasonable to hypothesize a psychological narcissism bordering on a delusion of omnipotence.
But it is not enough to simply not believe in these gods of violence and oppression. What virtuous actions can be taken?
The world is suffering from a crisis of humanism (and has been for some time, truth be told). We must reaffirm the primacy of the human being over profit. In politics, this means returning to work for the "common good," not for a small, privileged segment of society. The world should not be divided between believers and non-believers, but between those who put humanity at the top of their agenda and those who put themselves and their partisan interests there.
The "good guys" are not the atheists or the believers (depending on one's point of view), but the atheists and believers who ally for the sake of humanity, against oppression in the name of profit or in the name of God.
On a cultural level, we must fight a concept that has spread pervasively since Trump's first term: the concept of "post-truth," where facts, scientific evidence, and legal precedents become negotiable, if not irrelevant, while narratives do not. We must oppose this new Tower of Babel that confuses truth with falsehood, and therefore, right with wrong. (The Editor)



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