The "Female": At the Roots of Difference
- Mar 5
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Sociologist Gianfranco Brevetto authored the Postfazione of "Femminile, Plurale", the collection of interviews with ten remarkable and inspirational women published by Rekh Magazine in the editorial series "Rekh Magazine Stories". Here is the preview

Di Gianfranco Brevetto1
Intervenire dopo le interessanti interviste che mi precedono e dopo un titolo così appropriato, Femminile, Plurale, impone più di una riflessione.
Implica un dovuto approfondimento su temi che non possono essere di carattere generale. Anzi, preparando queste righe, mi sono (e qui inserisco la prima persona) scoperto ad interrogarmi di fronte a questo titolo: ne è nata una riflessione che ha assunto, in alcuni momenti, il carattere inatteso della confessione.
Mi sono chiesto se il mio scrivere in questa sede, in fin dei conti, non costituisca altro che il segno di una differenza.
Non penso che questo segno sia legato alla volontarietà o nasca da qualche sorta di bagaglio culturale o antropologico. La mia indole, la mia predisposizione mi spingono anzi a cercare di ridurre ogni divario. Sto già mentendo? Eppure, ho scritto solo poche righe. Mi sto giustificando? Non è un buon modo di iniziare.
Scrivere sul femminile potrebbe costituire un maldestro tentativo di ridurre e di assimilare la differenza di genere. Concreto rischio che si corre quando si vuol dare la propria interpretazione di qualcosa che non ci appartiene, un cercare di apporre benevolmente evitando di contrapporre.

Così che tentare di ridurre (quella differenza) consisterebbe, comicamente, in una toppa che ripara e che, si spera, non sia vista dall’esterno.
Questi sono i giustificati motivi per cui per me, parlare di femminile è, invece, parlare proprio di questa differenza, dichiarando, dall’inizio, che qualsiasi discorso non può che essere di parte. Non sono, credetemi, animato da superpoteri che mi consentono di guardare dall’alto una scena di cui io sono un infinitesimo e marginale attore.
Come in alcune aporie filosofiche anche qui non esiste un terzo soggetto. Sono uomo e non posso guardare al femminile se non tentando d’interpretare e procedendo per personali inferenze. Non lo potrei in alcun modo. Devo solo limitarmi a ragionare su questo limite (anche se non è corretto chiamarlo tale)2.
Veniamo adesso ad un aneddoto che, oltre a stemperare quanto ho scritto finora, mi servirà poi nel finale.
Alcuni anni or sono, diciamo circa trent’anni o forte qualcosa anche di più, ho fatto parte di un’organizzazione impegnata nei diritti dei lavoratori. Avevamo costituito una rete con altre associazioni similari a livello europeo, si era allora in una fase in cui l’Europa stava concretamente prendendo forma, con i suoi pregi, difetti, contraddizioni, aspirazioni. Una parte importante della nostra missione era costituita proprio dal confronto tra vari sistemi di diritti sociale e sindacali che, formatisi in sistemi diversi con storie diverse, si sarebbero in qualche modo trovati a convivere in virtù, in primo luogo, di un sistema di libera circolazione dei beni, dei servizi e, soprattutto, di persone. Lo scopo allora, ma purtroppo la questione resta ancora di attualità, era di evitare la messa in atto di dumping contrattuali e, di conseguenza, salariali.
Questo confronto diretto fu di un’utilità senza pari, permettendo uno scambio in termini concreti. Illuminante, certo, se non fosse che, nel progredire di questo prezioso dialogo, si palesò un errore di fondo. Un errore di approccio, che io, in prima persona, commettevo.
Consisteva nel cercare di comprendere i tratti essenziali, chessò, del diritto alla maternità procedendo, per similitudine e analogia, alla comparazione con quello esistente nel nostro ordinamento. Non conosco le metodologie proprie del diritto comparato, ma questo procedere ci aveva esposto al rischio, anche se non voluto, dell’assimilazione: guardando solo i punti che potevano sembrarci corrispondenti avevamo perso di vista le differenze e, soprattutto, la reale natura di queste differenze, la loro storia, le condizioni sociali ed economiche che le avevano generate e determinate.
Quando mi resi conto di questo errore corsi, per quanto possibile, ai ripari.
Come si poteva mettere insieme queste differenze? Quale era il loro significato e il loro valore?
Ora, ribadisco le mie perplessità iniziali, ho dinnanzi a me il titolo di questa bellissima pubblicazione con il fondato timore che qualsiasi cosa io possa scrivere sia viziata da un errore di fondo. In primo luogo, quello di una visione parziale e limitata.
Come venirne fuori? È possibile? E, soprattutto, siamo nella stessa ipotesi dell’aneddoto citato sopra?
Vi è un riferimento importante che potrebbe essere molto utile e che, a mio parere, mi consentirebbe di andare oltre.
Com’è noto la narrazione biblica della Genesi risente di due tradizioni consolidate e accettate: quella detta Sacerdotale e quella denominata Jahwista.
Tradizioni che risentono di influenze storiche e culturali molto distanti. Non è questa la sede per entrare nel merito delle due versioni, mi basta dire che appaiono fin troppo evidenti se si procede alla lettura dei primi due capitoli di questo libro.
La sacerdotale caratterizza il primo e la Jahwista il secondo.
Nello specifico esse differiscono grandemente per quanto riguarda il racconto della creazione dell’uomo e della donna. Il capitolo primo, al momento della creazione dell’uomo si recita “maschio e femmina lì creo”: l’umanità appare perfetta sin dal principio con la contemporanea creazione dei due sessi.
La narrazione del capitolo secondo, invece, è completamente diversa. In questo caso la donna viene creata dal fianco dell’uomo. Nel testo che conosciamo, e vigente, le due tradizioni sono state tenute insieme.
Il testo sacerdotale ci propende per una differenza ontologica dell’umanità. Questa differenza è costitutiva del nostro essere umani.
In nome Adamo, ricordiamolo, deriva dall’ebraico e significa proprio umanità. E siamo umani proprio quando siamo costituiti da questa differenza, della quale siamo responsabili.
Una differenza che non è abisso non è separazione, nondimeno incomunicabilità o incompatibilità. Una bestemmia appare la sottomissione di una parte sull’altra, anatema il dominio.
Impossibile parlare di alterità, ovvero di una originaria platoniana dicotomica (con tutto ciò che ne consegue) separazione di questa concreazione.
Torniamo all’aneddoto lavorativo citato e che, a questo punto, sembra ancor più irriverente.
E ritorniamo anche sulla questione dell’alterità che abbiamo buttato lì, come fosse sfuggita nella foga dell’argomentazione, e tralasciato appena qualche rigo più su.
Sono sicuro che il trovarmi di fronte alla parola femminilità sia la stessa cosa del confronto con un’alterità? Credo proprio di no.
L’altro, lo straniero, è strano, estraneo, esterno, estraneo. Il nome stesso contiene in sé i limiti e la precarietà di un confronto latente. Con tutte le possibili conseguenze e incomprensioni.
Si è altro, straniero, al di là di un confine, anche non necessariamente fisico.
Il confine è separazione e sul confine non è possibile restare a lungo. Si rischia di cadere, come Humpty Dumpty, il personaggio di Alice al di là dello specchio. Stare sul muro ha significato, in quel caso, anche pretendere di dare un senso alle parole3 (qui occorrerebbe aprire un capitolo a parte, mi limiterò, invece, a concludere).
Io non ritengo di muovermi su un confine, sono invece all’interno una differenza ontologica.
Non sono Humpty Dumpty, sono il muro. Muro che non è un confine ma è solo un muro.
Mi rifaccio, in ultimo, per l’immagine potente che emana, ad un citatissimo testo di Borges a proposito del tempo. Borges scrive: «Il tempo è la sostanza di cui sono fatto. Il tempo è un fiume che mi trascina, e io sono il fiume; è una tigre che mi sbrana, ma io sono la tigre; è un fuoco che mi divora, ma io sono il fuoco».4
Mi spingo oltre nel sostenere che:
Io sono la differenza (questa differenza) ma anche ciò che la produce.



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