The Real and the Virtual: A Matter of Hybridization
- 3 days ago
- 8 min read
In the paper authored for the latest issue of REKH MAGAZINE PAPERS, dedicated to the topic of matter in the onlife world, engineer and essayist Paolo Foglio explores how AI is affecting our lives. He also introduces the readers to the MANIFESTO PER UNA MATERIA INDISCIPLINATA (Manifesto for an Undisciplined Subject)

Ingegner Foglio, il suo saggio per Rekh Magazine Papers supera la dicotomia tra offline e digitale, per affrontare il tema dell’ibridazione uomo-macchina non come “eccezione antropologica”, ma come massima integrazione tra reale e virtuale. In breve, può spiegare come arriva a questa ipotesi teorica?

Quando si adotta questa prospettiva, la dicotomia offline/digitale perde utilità analitica. Diventa più sensato leggere i sistemi come stratificazioni: un livello fisico, uno informazionale e uno di astrazione. Questa architettura non riguarda solo le macchine, ma anche l’umano. Corpo, sistema nervoso e cervello, funzionano secondo una logica sorprendentemente compatibile con quella dei sistemi computazionali. Anzi, trascurando colpevolmente la presenza di quel “peccato originale” dei sistemi informatici che è l’epistemia, possiamo tranquillamente osservare che la grande differenza tra il modo di comunicare degli esseri umani e quello delle macchine, è sostanzialmente la velocità: noi consapevolmente pensiamo per immagini che possono essere condivise solo descrivendole con il linguaggio ovvero a pochi bit al secondo mentre le macchine, che non sanno quello che fanno, nello stesso tempo gestiscono tranquillamente decine di gigabit. E questo è il motivo per cui l’intelligenza artificiale ha vinto la partita “by design”: i giacimenti del pensiero umano e le miniere dei datacenter possono co-operare solo in presenza di una interfaccia che adatti le velocità dei rispettivi hardware. In pratica, il pensiero umano è una farfalla chiusa in uno scafandro da palombaro!
Ed è proprio questa compatibilità strutturale che rende l’ibridazione uomo-macchina non un’eccezione, ma una convergenza. Possiamo dire, ora che la tecnologia è quasi disponibile, una necessità. Quando due sistemi condividono forma e interfacce, tendono a integrarsi. Non per ideologia, ma per efficienza operativa. L’intelligenza artificiale, in questo senso, non è un’alternativa all’umano, ma un moltiplicatore della rete cognitiva complessiva. A quel punto, l’ibridazione smette di essere un evento “straordinario” o postumano e diventa un punto di osservazione privilegiato. È lì che vediamo emergere con maggiore chiarezza una verità più ampia: azione, decisione e responsabilità non nascono da un singolo agente, ma da configurazioni materiali stratificate in cui umano, macchina e modelli operano e co-operano in continuità.
In sintesi, non parto dall’idea che reale e virtuale debbano essere riconciliati. Parto dall’ipotesi più radicale: non sono mai stati davvero separati. L’ibridazione uomo-macchina non è il ponte tra due mondi, ma il punto in cui ci accorgiamo che il ponte… era il paesaggio stesso e la farfalla può volare.

In che senso l’ibridazione uomo-macchina che lei tratteggia non si sovrappone al postumano?
La sovrapposizione è solo apparente. Il punto è sottile, ma decisivo. Il paradigma postumano, in molte delle sue versioni, continua a ragionare per soglie: prima c’è “l’umano”, poi qualcosa che lo supera, lo eccede, lo trasforma in altro. Anche quando vuole essere radicale, conserva una struttura narrativa evolutiva, quasi una linea di frontiera da attraversare. Nel mio lavoro, quella frontiera viene meno.
L’ibridazione uomo-macchina non indica un “dopo”, ma un “come”. Non segnala il superamento dell’umano, bensì rende visibile che l’umano non è mai stato un’unità chiusa e autosufficiente. È sempre stato il risultato di configurazioni materiali, tecniche e simboliche in relazione tra loro.
In questo senso, parlare di postumano rischia di essere una scorciatoia concettuale rassicurante: introduce una discontinuità dove invece c’è continuità, anche conflittuale. È come disegnare una linea netta su una mappa dove il territorio è fatto di gradienti, sovrapposizioni, interferenze.
L’ibridazione, invece, funziona come una lente. Non crea una nuova condizione, la rende leggibile. Mostra che ciò che chiamiamo “agente umano” è già da sempre distribuito: nei corpi, negli strumenti, nei linguaggi, nelle infrastrutture. Oggi semplicemente questa distribuzione diventa più densa, più veloce, più evidente.
C’è anche un’altra differenza, più politica che esistenziale. Il postumano tende spesso a spostare l’attenzione sull’identità: cosa diventeremo, cosa saremo. L’ibridazione, invece, sposta il fuoco sulla produzione dell’azione: come emergono le decisioni, dove si colloca la responsabilità, come si distribuisce il potere nei sistemi. E qui la questione si fa meno futuristica e molto più concreta.
Perché se non c’è un “oltre” in cui rifugiare il problema, allora bisogna fare i conti con il presente: con sistemi in cui la decisione spesso precede il decisore, con responsabilità frammentate, con una causalità che non passa più da un centro unico.
In breve: il postumano racconta una trasformazione dell’umano; l’ibridazione mostra che quella trasformazione era già la sua condizione di partenza. Non è un salto evolutivo. È un cambio di fuoco. Una regolazione della messa a fuoco che trasforma quello che sembrava un confine in una trama continua, un tessuto vivo dove umano e macchina non si sostituiscono, ma si co-costruiscono.Inizio modulo
Fine modulo
Sono molteplici i sistemi ibridi nella produzione industriale, nella sanità, nella guerra, nel design e nell’architettura adattiva. Che cosa li rende accattivanti e spinge in quella direzione l’innovazione?
C’è una risposta semplice, quasi brutale nella sua chiarezza: funzionano meglio.
Ma questa è solo la superficie. Sotto, si muove qualcosa di più interessante, quasi una dinamica gravitazionale che attira l’innovazione verso i sistemi ibridi.
Il primo fattore è la gestione della complessità. I sistemi contemporanei, industriali o clinici o urbani, hanno superato la soglia in cui un singolo agente umano può comprenderli e governarli in modo diretto. I sistemi ibridi diventano accattivanti perché distribuiscono il carico cognitivo: la macchina assorbe scala, velocità e calcolo; l’umano mantiene interpretazione, contesto e capacità di deviazione. Non è una somma, è una sinergia operativa. Poi c’è un secondo elemento, più sottile: l’anticipazione. I sistemi ibridi non si limitano a reagire al reale, lo precedono. Attraverso modelli, simulazioni e dati, esplorano scenari possibili e orientano l’azione prima che gli eventi accadano. È questo che li rende così potenti e, in un certo senso, seducenti e pericolosi: trasformano l’incertezza in spazio di manovra.
Il terzo fattore è la continuità tra rappresentazione e azione. Nei sistemi tradizionali, il modello descriveva e poi qualcuno agiva. Nei sistemi ibridi, il modello è nel processo e lo modifica in tempo reale. La simulazione diventa operazione. Questo accorcia drasticamente la distanza tra pensare e fare, tra decidere ed eseguire (e se si intuisce la valenza politica di questo punto, ecco che poi si va in giro a dire che “la democrazia non può garantire la libertà”).
C’è poi una dimensione quasi “estetica” dell’innovazione, anche se raramente la chiamiamo così: l’efficienza elegante. Un sistema ibrido ben progettato ha la qualità di certi oggetti riusciti, in cui nulla è ridondante e ogni livello dialoga con gli altri. Pensiamo a una fabbrica con digital twin o a un edificio adattivo: non sono solo più performanti, sono più coerenti internamente.
Infine, c’è una ragione meno dichiarata ma decisiva: il potere causale. Anche sistemi algoritmici relativamente “semplici”, se integrati nella materia operativa, producono effetti enormi. Orientano decisioni, stabiliscono priorità, rendono alcune azioni più probabili di altre. L’innovazione segue dove il potere di trasformazione è maggiore, e oggi quel potere si concentra nelle configurazioni ibride. Se volessimo dirlo con un’immagine: i sistemi tradizionali sono strumenti nelle mani dell’uomo; i sistemi ibridi sono ambienti dentro cui l’azione prende forma. E l’innovazione, come l’acqua, scorre sempre verso i punti in cui può muoversi più velocemente, con meno attrito e con maggiore capacità di incidere sul paesaggio.
L’etica e la responsabilità, come entrano in questo nuovo paradigma che si va affermando?
L’etica e la responsabilità sono davvero al centro di questo nuovo scenario. In un sistema ibrido, infatti, la responsabilità non è più concentrata in un singolo agente, ma si distribuisce lungo una rete di attori, macchine e algoritmi. Questo implica che l’etica non può più limitarsi a regole fisse, ma deve essere fluida, adattabile e capace di rispondere alle dinamiche in continua evoluzione.
In pratica, ciò significa che la responsabilità diventa una sorta di tessuto connettivo che attraversa i vari livelli del sistema. Bisogna interrogarsi su come i dati vengano utilizzati, chi prende le decisioni e come queste decisioni influenzano la realtà.
Allo stesso tempo, l’etica deve essere progettata fin dall’inizio, integrata nei sistemi stessi, così che le scelte tecnologiche riflettano valori condivisi e una responsabilità distribuita. In sostanza, l’etica e la responsabilità diventano una danza continua tra tecnologia e umanità, un equilibrio dinamico che si costruisce passo dopo passo.
In tal senso, la sfida dei prossimi anni sarà raggiungere la consapevolezza che se tutto è possibile, non tutto è permesso.
Lei indica, alla fine del suo saggio, un Manifesto per una materia indisciplinata con 10 tesi sui sistemi ibridi. Vuole brevemente illustrarlo ai lettori che si avvicinano a Rekh Magazine Papers?
Certamente! Il Manifesto per una materia indisciplinata è un invito a ripensare le fondamenta del nostro modo di conoscere e agire. In sintesi, le dieci tesi sottolineano che il virtuale non è un mondo separato, ma una modalità operativa della materia, e che la dicotomia tra reale e virtuale è ormai superata. L’ibridazione uomo-macchina non segna un “oltre l’umano”, ma rivela che l’umano è sempre stato una rete di relazioni dove “la farfalla non vola”. Inoltre, la responsabilità si frammenta e si distribuisce, rendendo necessaria una visione più pluralista. Infine, l’idea di un agente unitario e di una conoscenza neutra viene messa in discussione, invitando a una razionalità che abita la complessità, senza cercare fondamenti assoluti. È un manifesto che invita a una visione più integrata, fluida e consapevole del nostro mondo contemporaneo.
(1) riferimento a: Foglio et.al. “Future is not a Taylor Swift matter” in "Shades of blue” McGrawHill ISBN 978-88-386-1290-9
Abstract in English
In the paper authored for THINGS THAT MATTER, the novel issue of Rekh Magazine Papers that seeks to delve into matter in the onlife world, Italian engineer Paolo Foglio aims to transcend the dichotomy between the offline and digital dimensions, reframing the human-machine relationship not as an "anthropological exception," but as the ultimate integration of the real and the virtual. The core hypothesis of Foglio's philosophical essay stems from an ontological reversal: the virtual is not understood as an "elsewhere" or a simulated representation, but rather as an operational modality of matter itself. In this perspective, the virtual precedes, guides, and configures the real, acting as the logical and functional infrastructure of contemporary matter.
Through the analysis of complex systems, the author identifies a structural compatibility between the human biological system and computational frameworks. This affinity renders hybridization an operational necessity dictated by efficiency rather than an ideological choice. The essay highlights how the inherent limitations of human communication (the low bitrate of verbal language) find in Artificial Intelligence a cognitive multiplier capable of interfacing biological and digital hardware, liberating thought—metaphorically described as a "butterfly in a diving suit"—from the constraints of its own execution speed.
The work critically distances itself from the posthuman paradigm, rejecting the narrative of evolutionary overcoming. Hybridization does not indicate an "after," but instead reveals the constitutively distributed and non-self-sufficient nature of the human. In this sense, action, decision, and responsibility do not originate from a single agent but emerge from stratified material configurations where humans, machines, and models operate in total continuity.
The analysis extends to industrial and social hybrid systems, understood as environments in which simulation becomes operation, and uncertainty is transformed into manoeuvrable space through the anticipatory capacity of algorithms. In this scenario, for Foglio, ethics and responsibility must be redefined as fluid connective tissues integrated into the very design of the systems. The essay culminates in the challenging "Manifesto for an Undisciplined Subject": ten theses outlining a rationality capable of inhabiting complexity, proposing an integrated vision where hybridization is the privileged vantage point for understanding a reality where the distinction between worlds has finally collapsed. (The Editor)



Comments