The Therapist's Mind Unveiled
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Clinical psychologist and therapist, Professor Angelo Pennella authored an essay that delves into the logical processes that ground the clinical approach, to be released in a few weeks by Armando Editore. Similarities, analogy, and especially abduction are under the spotlight. Read the interview with Rekh Magazine

Di Primavera Fisogni
I saggi specialistici sulle modalità terapeutiche psicologiche sono numerosi. Molto meno i testi che esplorano i processi alla base del ragionamento del terapeuta. Per questa ragione "Nella mente del terapeuta" del dottor professor Angelo Pennella merita speciale attenzione da parte di Rekh Magazine, rivista bilingue di pensiero sistemico. Tra i titoli di saggistica in uscita tra giugno e luglio, pubblicati da Armando Editore (224 pag., 20 euro), quello di Pennella suggerisce un percorso di interesse interdisciplinare, che emerge con chiarezza nel dialogo con l'autore.
Dottor Pennella, che cosa si intende per “paradigma indiziario” nel contesto del ragionamento clinico?
L’espressione “paradigma indiziario” è stata proposta da Carlo Ginzburg, storico e saggista italiano, che descrisse nel 1979, in un saggio che suscitò grande interesse a livello nazionale e internazionale, l’emergere, alla fine del xix secolo, di un particolare modello di conoscenza che costituisce il fondamento di tutte le scienze umane, inclusa la psicologia clinica e la psicoterapia. Ginzburg fece ricorso, per descrivere questo paradigma, a tre figure: Giovanni Morelli, storico dell’arte; Sherlock Holmes, investigatore ideato dalla penna di Conan Doyle e Sigmund Freud, fondatore della psicoanalisi. Il filo conduttore che Ginzburg individua in queste figure è l’attenzione al dettaglio, ad elementi apparentemente marginali ma che, se inseriti in una rete di relazioni, consentono di formulare un’ipotesi esplicativa del fenomeno osservato, sia esso l’autore di un dipinto, l’esecutore di un reato o le motivazioni inconsce di un paziente. Nell’assessment psicologico e in psicoterapia, il clinico è sempre posto di fronte a una serie di domande o, se si preferisce, a una serie di enigmi: che senso ha la sintomatologia del paziente? Qual è la sua organizzazione di personalità? Qual è il ruolo che nelle relazioni il paziente attribuisce a se stesso e all’altro? e così via. Domande a cui il clinico può rispondere solo se riesce a cogliere gli “indizi” disseminati nella narrazione del paziente, nel modo con cui si sviluppa la relazione clinica ma anche nelle pieghe dei vissuti che lo psicologo percepisce in se stesso nel corso dell'interazione con il paziente. Elementi apparentemente disparati, così come lo possono essere la cenere di sigaretta su un tappeto e una finestra socchiusa, ma che concorrono a definire quel quadro d’insieme necessario a conoscere la persona con cui si sta effettuando il colloquio. In questo senso, il ragionamento clinico non può che fondarsi sul paradigma indiziario e sull'attenzione a quelle marginalità che ci aiutano a comprendere profondamente le persone che si rivolgono a noi.

Nel libro si parla del paradigma indiziario come modello di conoscenza. In un'epoca dominata dai protocolli standardizzati e dalla medicina basata sull'evidenza (EBM) come difendere la validità scientifica di un approccio che si basa sul “dettaglio marginale” e sull'indizio?
Per rispondere a questa domanda sarebbe necessario discutere, innanzitutto, delle modalità con cui viene condotta la ricerca empirica in psicoterapia, da cui spesso si originano quelli che lei indicava come protocolli standardizzati. Questione però tutt’altro che banale. Mi limiterò quindi ad alcune brevi osservazioni. Partiamo col dire che, sebbene le finalità della ricerca in psicoterapia siano comprensibili e, almeno in parte, condivisibili, gli studi clinici controllati, che sono alla base dell’EBM, presentano criticità tutt’altro che irrilevanti. Basti pensare che nelle ricerche empiriche si selezionano e si includono solo pazienti in cui è possibile diagnosticare, secondo i criteri del DSM, un’unica patologia. Ora, senza entrare nel merito dei dubbi espressi nei confronti del DSM, è tuttavia evidente che una medesima diagnosi descrittiva può corrispondere a differenti organizzazioni di personalità, che è come dire che dentro bottiglie simili si possono trovare vini tra loro estremamente diversi. Il punto è che nella pratica clinica non si ha a che fare con una “categoria” diagnostica – la cui definizione è peraltro opinabile – ma sempre con una “singolarità” che si incarna all’interno di un contesto specifico (il setting) e di una relazione specifica, relazione a cui peraltro concorre anche la soggettività del terapeuta. In altri termini, si lavora sempre con qualcosa di unico e di irripetibile che non può essere incapsulato in procedure e categorie standardizzate, pena proprio la perdita di quella particolarità e unicità che caratterizzano quel paziente e quella relazione clinica. Sebbene ciò non significhi negare che si possa includere il paziente in questa o quella categoria diagnostica o che possa essere utile questa o quella procedura, dobbiamo tuttavia riconoscere che nella vita reale la “generalità” si incarna e si dispiega in una “singolarità” e che è proprio tale singolarità a essere oggetto del lavoro psicoterapeutico. In questa prospettiva, non possiamo ridurre l’intervento clinico a procedure standardizzate che, guardando alla generalità, sono miopi nei confronti della singolarità. Dobbiamo affidarci a modelli di conoscenza e di intervento che ci aiutino a comprendere le specificità di quel singolo paziente. Ecco perché il paradigma indiziario, con il suo ancoraggio agli elementi marginali propri a quella persona e a quella relazione clinica, costituisce, di fatto, l’unica strada dotata di senso nella pratica psicoterapeutica.
L’abduzione è un processo mentale creativo. Ad esempio, la troviamo nel “salto” tra le evidenze e la diagnosi. Come si presenta, per lo più, nel contesto psicoanalitico?
Diciamo innanzitutto che l’abduzione è un processo inferenziale che ci consente di formulare un’ipotesi con cui è possibile spiegare qualcosa che può apparire inizialmente sorprendente e inspiegabile. Detto in altri termini: se si osserva “C”, nel nostro caso un comportamento o un vissuto che ci sembra inspiegabile, pensiamo a una persona che ci propone una paura incontrollabile per le puntine da disegno, l’abduzione ci consente di ipotizzare che, se fosse vero “A” (ipotesi abduttiva), allora “C” avrebbe perfettamente senso. “A” diventa dunque una spiegazione plausibile per quel qualcosa che, in assenza di quella ipotesi, rimarrebbe privo di spiegazione. Freud stesso, per dimostrare l’esistenza dell’inconscio, fece ricorso all’abduzione quando affermò che l’idea di un’area della mente al di là della coscienza era l’unica ipotesi plausibile per dare senso a una serie di fenomeni, si pensi agli atti mancati o ai sogni, che altrimenti sarebbero rimasti privi di spiegazione. C’è anche da dire che nella pratica clinica si ha sempre a che fare solo con gli esiti di eventi inaccessibili al terapeuta. Siamo cioè chiamati a formulare inferenze sulla storia del paziente e su ciò che lo ha condotto a essere quello che è avendo a disposizione solo gli effetti di ciò che è accaduto in passato. Riprendendo una delle metafore di Freud, lo psicoterapeuta è un po’ come un archeologo che deve immaginare come potesse essere nell’antichità un insediamento urbano partendo dai resti che ci ha lasciato quella città. Formuliamo quindi ipotesi esplicative che partendo dai fenomeni che osserviamo, siano essi sintomi, vissuti, fantasie, comportamenti, delineano delle possibili cause che, se fossero vere, renderebbero comprensibili proprio quei fenomeni che osserviamo. Ricorriamo dunque a un processo inferenziale che guarda a ritroso, che parte dall’effetto per scoprirne le cause, ed è proprio questo il compito dell’abduzione che, non a caso, è definita anche retro-duzione.
Lei definisce il ragionamento clinico come la 'spina dorsale' della psicoterapia. Senza questa struttura, quali sono i rischi maggiori in cui incorre il clinico?
La risposta a questa domanda è evidente se si considera il ragionamento clinico come un processo inferenziale dinamico e continuo, a valenza cognitivo-affettiva, teso a dare senso e significato a ciò che il paziente propone e agisce nella sua relazione con il terapeuta. In assenza di un ragionamento clinico, si può, al più, descrivere il paziente in ciò che dice e che fa ma non si può certamente formulare ipotesi sul suo funzionamento mentale, sulla sua personalità, sul suo modo di istituire e mantenere le relazioni. Il rischio principale, dunque, è quello di una prassi acefala o, per rimanere nella metafora che ho utilizzato, di un corpo che non sta in piedi perché condannato ad appiattirsi su repertori e cataloghi più o meno dettagliati che non riescono però ad andare oltre ciò che è direttamente osservabile. Il ragionamento clinico, al contrario, ci consente di formulare inferenze, di partire cioè da ciò che si sa per produrre ulteriori conoscenze in merito a ciò che è stato e a ciò che sta accadendo.
Qual è il valore conoscitivo della similitudine e dell’analogia nella relazione tra terapeuta e paziente? Come aiutano a costruire ponti tra il passato e il presente del soggetto?
Anche su questo sarebbe necessario avere molto più tempo per approfondire la questione. Prendo dunque solo due punti che cercherò di collegare. Il primo rinvia al carattere, per così dire, strutturale del pensiero analogico. Somiglianze e analogie sono infatti forme naturali del nostro pensiero; sono le prime modalità con cui estraiamo, aggreghiamo e organizziamo le informazioni che ci vengono offerte dal mondo. Il secondo punto rinvia invece a un assunto di base della psicoterapia: l’idea, cioè, che ognuno di noi abbia dei pattern il cui scopo è quello di orientare il modo con cui ci rapportiamo sia a noi stessi che agli altri, permeando, più in generale, la nostra relazionalità sociale. Il fatto, per dirla semplicemente, è che i pattern possono risultare disfunzionali e si ha pertanto la necessità di definirli e comprenderli come passo preliminare per il cambiamento. D’altronde, i pattern sono per definizione schemi che tendono a riproporsi anche in situazioni che possono apparire formalmente diverse. Il terapeuta deve pertanto avere la capacità di coglierne la presenza e l’azione sulla base di ciò che rende simili persone e situazioni e non su ciò che potrebbe renderle differenti. D’altronde, cosa c’entrano il padre o la madre del paziente con la figura del terapeuta? Apparentemente nulla, eppure il transfert è un fenomeno interpersonale e intersoggettivo che implica l’attivazione, da parte del paziente, di somiglianze e analogie che istituiscono un ponte tra il passato e il presente. Il terapeuta deve comprendere questi nessi analogici se vuole rilevarne la presenza nella relazione terapeutica. Eccoci così a riconoscere l’importanza delle somiglianze e delle analogie nella prassi clinica.
Può indicarci due casi, affrontati nel libro, che meglio di altri illustrano la “fatica” del ragionamento clinico quando la teoria sembra non bastare?
Approfitto della domanda per dire che nel libro vi sono molte situazioni cliniche che non si limitano ad aiutare il lettore a osservare e comprendere i processi congetturali di cui si parla nel testo, ma lo sollecitano anche ad attivare le proprie conoscenze, esperienze, modalità di pensare il materiale clinico. In sostanza il libro, e in particolare le vignette cliniche che propone, è una sorta di trigger che consente al lettore di osservare e sviluppare il proprio ragionamento clinico. A volte questo può essere faticoso, ma nella gran parte dei casi è affascinante ed emozionante. Detto ciò, mi vengono in mente due situazioni: la prima fa riferimento a un uomo di 68 anni che riempie letteralmente il colloquio con la descrizione di fatti apparentemente eterogenei, un sogno erotico, l’installazione di un antifurto domestico, la lettura di un libro, l’invito a pranzo del fratello. Fatti che potrebbero confondere il terapeuta, indurlo a pensare che si tratti di un mero cicaleccio, ma che se considerati nelle loro possibili somiglianze ci appaiono illuminanti dei temi che il paziente porta in terapia. Anche nella situazione di Giulia, una donna trentenne che giunge in terapia in occasione della rottura della sua relazione sentimentale, la possibilità di cogliere somiglianze e analogie tra questo evento e la sua partecipazione alle manifestazioni di piazza in occasione del G8 del 2001 risulta fondante la comprensione del caso. Naturalmente non entro qui nel merito dei processi inferenziali che possono consentire una risignificazione degli eventi narrati da queste due persone e delle loro difficoltà, mi auguro che il lettore partecipi a questo processo di comprensione sfogliando e leggendo le pagine del libro.
Chi è l'intervistato
Angelo Pennella è psicologo clinico e psicoterapeuta, insegna Psicoterapia presso la Scuola di specializzazione in Psicologia della Salute dell’Università “Sapienza” di Roma e in alcune scuole private di specializzazione in psicoterapia autorizzate dal MIUR. Svolge attività di supervisore clinico in alcune associazioni di psicologi
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Abstract in English
Professor Angelo Pennella, clinical psychologist, authored the essay "Nella mente del terapeuta" (In the therapist's mind) to be released next June by Armando Editore in Rome. Among the reasons of interest of this remarkable essay, there is the effort to highlight the clinical reasoning in psychotherapy.
The conversation between Professor Pennella and the editor Primavera Fisogni examines the epistemological foundation of clinical reasoning, contrasting standardized diagnostic protocols with the singular, idiosyncratic nature of the therapeutic encounter. Drawing upon the "evidentiary paradigm" (or conjectural paradigm) conceptualized by historian Carlo Ginzburg, the study analyzes how clinical knowledge is constructed not through generalized, evidence-based categories, but through the systematic evaluation of marginal details, subtle behavioral indicators, and relational nuances. Just as Giovanni Morelli decoded art authorship through minor stylistic traits, and Sherlock Holmes reconstructed events via trivial clues, the clinician decodes the patient's unconscious motivations by identifying and synthesizing seemingly disparate narrative and transferential fragments.
At the core of this methodology is Charles Sanders Peirce’s concept of abductive reasoning. Unlike deduction or induction, abduction operates as a creative inferential leap that moves backward from observed effects—such as localized symptomatology, defense mechanisms, or somatizations—to reconstruct their latent, historically inaccessible etiologies. In psychoanalytic practice, this retro-ductive framework allows the therapist to operate as an archaeologist of the psyche, formulating plausible explanatory hypotheses that render enigmatic psychological phenomena coherent.
Furthermore, the paper addresses the current tension between Evidence-Based Medicine (EBM) and relational singularity. It argues that while descriptive classification systems like the DSM offer categorical utility, they remain blind to the heterogeneous personality configurations underlying identical symptomatic presentations. Clinical reasoning serves as the indispensable structural backbone of therapeutic praxis; without it, clinical intervention risks devolving into an unre-flective, descriptive cataloging of surface behaviors.
Finally, the study highlights the cognitive and structural role of analogical thinking and similarity in bridging the patient’s past and present. Through the mechanics of transference, repetitive dysfunctional relational patterns are re-enacted within the therapeutic setting. By recognizing these analogical connections, the clinician decodes complex clinical materials—as illustrated through specific case vignettes involving associative narratives and historical-personal parallels—thereby establishing an integrative, singularized framework for profound therapeutic transformation. (The Editor)



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