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Zambrano Meets Antigone and Diotima A Masterful Essay by Manuela Moretti

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Primavera Fisogni’s review presents the forthcoming first volume of Filosofia della donna. Antigone e Diotima, published by Morcelliana (Brescia), as a significant contribution to the contemporary rediscovery of María Zambrano and, more broadly, to the emergence of a distinctive tradition of women’s philosophical thought. The volume brings together two fundamental works by the Spanish philosopher, The Tomb of Antigone and Diotima of Mantinea, accompanied by further writings, some of them appearing in Italian for the first time. The edition is curated and translated by philosopher Manuela Moretti, who also contributes an extensive introductory essay offering a new interpretative framework for Zambrano’s thought


La copertina del volume di Morcelliana
La copertina del volume di Morcelliana

Di Primavera Fisogni



Vive una stagione aurorale, il pensiero femminile. Sia come un modo di fare filosofia che, muovendo dalla differenza, si fa sentire dopo secoli di silenzio assordante e svalutazione accademica, sia come frutto della ricerca originale di pensatrici quali Manuela Moretti, ricercatrice dell’Università di Trento.

Il riferimento all’aurora non è qui casuale: si tratta infatti di una parola-chiave di María Zambrano (Vélez-Málaga 1904 – Madrid 1991), una delle voci più originali della metafisica contemporanea, la cui opera Moretti restituisce liberata da incrostazioni interpretative, in una luce di particolare splendore. Non quella del sole pieno, quanto piuttosto dell’aurora o del chiarore che appartiene ai boschi. Proprio Zambrano, nei suoi scritti, ci ha lasciato un’immagine suggestiva che è insieme una teoresi incarnata. A definire un’area boschiva, ad esaltarne il senso, non sono anzitutto le piante ma quegli squarci di luce, più o meno rarefatta, nei quali il respiro diventa alito di meraviglia. Scrive la filosofa spagnola, nell’Antigone:


“Giacché il bosco — lo diciamo di sfuggita — prende forma, più che per i sentieri che lì si perdono, per i chiari che nel suo folto si aprono pozzi di chiarezza e silenzio, templi. Quando l’uomo tornerà a questi chiari — invece di seguire l’«imperativo» di percorrere sentieri — la storia, così come il pensiero, inizieranno a chiarirsi. I chiari che si aprono nel bosco, gocce di deserto, sono come silenzi della rivelazione”.


L’aurora riassume anche tutto il pensiero dell'intellettuale spagnola esule volontaria, tra America Latina ed Europa (visse anche a Roma), affrontando sacrifici e precarietà. Aurora è fase nascente del giorno. Il pensiero di Zambrano va oltre l’idea della nascita; esso abita piuttosto il disnascere, come ha finemente teorizzato Moretti in María Zambrano, Filosofia della donna. Antigone e Diotima (192 pag, 14,25 euro), primo volume delle Opere che Morcelliana fa uscire in libreria a giorni.

Viene così alla luce un terzo modo di pensare il pensiero femminile, leggendolo come Filosofia della donna, scelto come titolo per abbracciare la pubblicazione dei testi fondamentali della filosofa di Vélez-Málaga, in uscita a ottobre. Vi sono raccolti La tomba di Antigone e Diotima di Mantinea, con una serie di scritti, alcuni editi per la prima volta in italiano, con la traduzione della stessa Moretti, curatrice e autrice di un’introduzione che è un saggio critico di notevole interesse, per i nuovi percorsi di lettura del pensiero di Zambrano attraverso due testi chiave della sua produzione letteraria, intrecciati in modo unico alla sua storia.

Manuela Moretti, filosofa e specialista del pensiero di Zambrano
Manuela Moretti, filosofa e specialista del pensiero di Zambrano

Antigone oltre la tragedia: sorellanza, sapienza femminile e delirio


La Tomba di Antigone di María Zambrano non è semplicemente una rilettura della tragedia sofoclea, ma costituisce una vera e propria riscrittura filosofica del mito (a partire dal 1945), attraverso la quale la pensatrice spagnola mette in discussione l’orizzonte tragico tradizionale e apre la possibilità di una diversa concezione della vita, della conoscenza e del femminile. Antigone e Diotima di Mantinea vengono infatti presentate come figure mediatrici, capaci di riportare alla luce una sapienza femminile rimasta a lungo oscurata: una sapienza che non separa il pensiero dalla vita, ma che nasce precisamente dall’intimità con l’esperienza, con il dolore, con il corpo e con la relazione.

La novità fondamentale dell’Antigone zambraniana risiede innanzitutto nel suo rifiuto dell’esito mortifero della tragedia sofoclea. In Sofocle, Antigone, dopo aver seppellito il fratello Polinice contro il divieto di Creonte, viene condannata a essere rinchiusa viva nella tomba e infine si suicida. Zambrano interviene proprio su questo punto, considerando la morte di Antigone un «inevitabile errore» e trasforma il testo sofocleo in un’opera che non si limita a interpretare la tragedia, ma tenta di portarne a compimento il senso attraverso un ulteriore «intervento di verità».

Antigone, nella prospettiva di Zambrano, non può semplicemente morire. La sua sepoltura diventa piuttosto uno spazio intermedio, un tempo sospeso nel quale la fanciulla può finalmente comprendere e sciogliere il nodo della propria vicenda familiare. Questo elemento è decisivo perché consente a Zambrano di trasformare Antigone da eroina tragica della morte in figura aurorale della coscienza. Il sacrificio della fanciulla non conduce all’annientamento, ma diviene possibilità di trasformazione. La sua vulnerabilità, la sua innocenza e persino la sua condizione di vergine non sono più segni di debolezza, ma semmai diventano condizioni attraverso le quali Antigone può svolgere un’azione trascendente e salvifica.


Antigone e Ismene: dalla contrapposizione alla sorellanza


Una delle innovazioni più significative della lettura zambraniana, portata alla luce dalla sapiente ermeneutica di Manuela Moretti, riguarda il rapporto tra Antigone e la sorella Ismene. Nella tradizione interpretativa, Ismene è stata spesso rappresentata come il contrario di Antigone, la cui attitudine prudente la rende incapace di assumere il rischio dell’azione, finendo per apparire quasi estranea alla grandezza del gesto della sorella. Zambrano rompe questa opposizione.

Nella Tomba di Antigone, come ci spiega la filosofa Moretti, le due sorelle tragiche non sono collocate in una relazione di fredda contrapposizione. Al contrario, la sorellanza diviene il vero centro della tragedia. Zambrano recupera l’idea di un’unica «anima sororale» che lega Antigone e Ismene e attribuisce alla loro relazione una profondità che nella tragedia sofoclea rimane soltanto parzialmente compiuta. Il processo dell’anagnórisis, cioè del riconoscimento, che in Sofocle sembra rimanere incompleto, nella riscrittura zambraniana trova invece una possibilità di compimento proprio attraverso il riconoscimento della forza del vincolo tra le sorelle. Moretti si sofferma sulla parola chiave sofoclea “autoadelfa”, che George Steiner aveva letto come “sorella della sorellanza”. Scrive Moretti:

   “Nella riscrittura zambraniana della tragedia sofoclea il legame delle due sorelle si rispecchia nell’unione di sorellanza tra Antigone e Ismene, legame che assume in questo testo una particolare rilevanza. Non solo nel Prologo dell’opera María Zambrano si riferisce alla fanciulla sofoclea come alla “vera sorella”7, ma è il termine “autoadelfa” a risultare qui particolarmente significativo. Con questo riferimento, che figura già nel primo verso della tragedia di Sofocle, la pensatrice allude a quel legame di sorellanza evocato dal poeta tragico che non si esaurisce nella semplice provenienza da uno stesso grembo materno, indicato dal termine greco δελφύς [“utero”, “grembo”], ma aggiunge qui quell’anomalia di sangue a cui il prefisso greco αὐτο- rimanda richiamando così quel peculiare vincolo che unisce Antigone e Ismene”.

Ismene, quindi, non è semplicemente «l’altra» Antigone. È parte della sua stessa identità. La memoria dell’infanzia condivisa, il riferimento al «segreto di sorelle sole» e la continua presenza di Ismene nel pensiero di Antigone mostrano che l’eroina non si definisce attraverso una solitudine assoluta. La sua identità nasce invece dalla relazione.

Questa concezione assume anche un evidente valore biografico. Zambrano aveva vissuto con la sorella Araceli un legame profondissimo, segnato dall’esilio, dal dolore e dalla perdita della madre. La stessa filosofa arriva a identificare esplicitamente Antigone con Araceli e a riconoscere nel rapporto tra Antigone e Ismene una trasposizione simbolica della propria esperienza di sorellanza. La frase «Araceli ed io: il nostro segreto, è che siamo la medesima» rende particolarmente evidente questa concezione di un’identità che non è individualistica, ma relazionale.

La sorellanza diventa così una forma di resistenza alla logica della separazione. Là dove la tragedia tende a produrre opposizioni — vita e morte, individuo e comunità, legge e pietà, ragione e sentimento — Zambrano cerca una forma di pensiero capace di mettere in relazione ciò che la logica dicotomica separa. Antigone stessa è una figura mediatrice, nel suo affratellare i fratelli, media tra vita e morte e trasforma il dolore in una possibilità di speranza.

Ma c’è qualcosa di ancora più vertiginoso nell’analisi compiuta da Moretti del testo zambraniano, reso possibile dalla condivisione della lingua – lo spagnolo come idioma nativo – che consente alla curatrice, traduttrice ed esegeta, di proporre una riflessione che porta la sorellanza oltre la sororità, nell’intrecciarsi di piani familiari implicati nella nascita da Edipo (marito, ma anche figlio della regina) e Giocasta (moglie, ma anche madre del re). Scrive Moretti nel saggio introduttivo:


“Se nella sua Antigone María Zambrano riconosce, con il riferimento al termine “autoadelfa”, il triplice legame che rende impareggiabile la forza di essere sorelle, la filosofa compie un ulteriore intervento veritativo che, come mostreremo più avanti, si rivelerà in grado di portare a termine il processo tragico. Ne La tomba di Antigone, infatti, il legame di sorellanza non solo viene enfatizzato, ma diviene il perno dell’intero sviluppo della tragedia, mostrando la possibilità di un epilogo che non tradisce l’originalità dell’opera sofoclea, ma contribuisce a portarne alla luce il senso”.


Maria Zambrano fu esule volontaria per quasi tutta la vita
Maria Zambrano fu esule volontaria per quasi tutta la vita

Antigone e Diotima: due figure della sapienza femminile


Il rapporto tra Antigone e Diotima di Mantinea non è l’esito di una vicinanza casuale. Entrambe sono figure femminili che permettono a Zambrano di elaborare una concezione della conoscenza diversa da quella della razionalità astratta e separata dalla vita.

Antigone e Diotima sono infatti accomunate da un percorso di trasformazione che nasce dalle «entrañas», dalle profondità corporee ed esistenziali dell’essere. In entrambe si manifesta una sapienza che non si presenta come sistema concettuale chiuso, ma come esperienza capace di generare vita. Antigone attraversa la morte e la trasforma in possibilità di speranza; Diotima, invece, viene rappresentata come «Madre delle anime», figura generativa e mediatrice.

Il confronto con la Diotima del Simposio platonico permette a Zambrano di radicalizzare ulteriormente questa prospettiva. La Diotima platonica è già una figura della generazione spirituale; tuttavia Zambrano insiste sul carattere incarnato e materno della generazione. Il corpo non è semplicemente una prigione dell’anima, ma diviene luogo della nascita e della trasformazione. La generazione delle anime assume così un significato concretamente corporeo e femminile.

Antigone e Diotima possono dunque essere lette come due momenti di una medesima esperienza sapienziale. Antigone rappresenta la possibilità di attraversare il dolore e la morte senza lasciarsi imprigionare dalla loro logica; Diotima rappresenta la capacità di generare, di trasformare ciò che è stato vissuto in una nuova forma di vita. Entrambe incarnano una conoscenza che non si limita a spiegare il reale, ma lo accompagna e lo trasforma.

Probabilmente, viene da dire, Zambrano comprende nel profondo la filosofa del μεταξύ, colei che spiega a Socrate la dottrina dell’amore, entità intermedia tra mancanza e abbondanza, ma anche del δαίμων, il demone come figura personale intermedia tra l’uomo e gli dei. Lo stare nel mezzo è la chiave della mediazione. E, nel contempo, della generazione, perché l’atto di nascere è un venire alla luce, un uscire dal buio delle viscere, emancipandosi dall’unità materna per una dolorosa riappropriazione di sé. Dunque, un de-lirare rispetto a qualcosa che era e non è più possibile nel farsi nuovo della nascita.


Oltre la ragione discorsiva. Il delirio e la "scrittura sonora"


In questo quadro acquista un'importanza centrale il concetto zambraniano di delirio, al quale Moretti dedica un paragrafo-chiave nel suo saggio. Termine originato dal mondo contadino, come uscita dalla linea (lira) tracciata dall’aratro, non deve essere inteso semplicemente come perdita della ragione o come alterazione della coscienza. Non appartiene, se non in modo proprio, a quel dominio di dissociazione tipico della follia.

Esso viene presentato come una particolare modalità del linguaggio che emerge quando la ragione puramente discorsiva incontra i propri limiti. Il delirio diviene così un «linguaggio dell’essere», capace di mostrare una possibilità diversa da quella offerta dalla razionalità tradizionale.

È significativo che il linguaggio del delirio venga collegato da Moretti alla vicenda biografica di Zambrano e, in particolare, alla morte della madre (anzi, la Madre, con la maiuscola) nel 1946 e al dolore condiviso con Araceli. È proprio in questo contesto che prende forma quell’«interminabile delirio» che successivamente troverà espressione nella parola di Antigone e di Diotima. Il delirio nasce dunque da un’esperienza limite: là dove il linguaggio ordinario non riesce più a dire il dolore, occorre trovare una forma diversa di parola.


Manuela Moretti, in questo magistrale saggio introduttivo, che continua a risuonare anche nelle note ai testi zambraniani e riesce persino a dialogare con i testi proposti a corredo, dimostra una maturità teoretica che, annunciata da “La filosofia della nascita in María Zambrano” (Università degli Studi di Trento, 265 pag. 14,40 euro), è più che mao matura per una prestigiosa posizione accademica.

È in questo punto che la lettura proposta dalla filosofa Manuela Moretti può essere considerata innovativa. Il delirio non è semplicemente un tema presente nell'opera di Zambrano, autrice anche di un’opera che evoca questo termine (Delirio e destino, pubblicato in Italia da Cortina nel 2000, all’inizio della stagione della scoperta della filosofa spagnola), ma può essere interpretato come una forma stessa di accesso alla verità dell'esperienza. Il delirio consente infatti di esprimere ciò che il discorso razionale, ordinato secondo opposizioni e categorie rigide, non riesce a contenere. Antigone parla da una condizione liminare — sepolta viva, collocata tra il mondo dei vivi e quello dei morti — e proprio questa posizione intermedia rende possibile un sapere diverso.

Il punto innovativo consiste allora nel leggere il delirio non come una deviazione dalla conoscenza, ma come una modalità altra del conoscere. La parola delirante permette ad Antigone di attraversare il trauma, di dare forma all'indicibile e soprattutto di trasformare il dolore in una possibilità di senso. Il delirio diviene quindi il luogo nel quale ciò che appare irrazionale secondo la logica ordinaria acquista una propria intelligibilità più profonda.

Questa interpretazione è coerente con il modo in cui il delirio si collega a Diotima. Anche nei versi dedicati alla sacerdotessa di Mantinea il senso non viene costruito secondo una concatenazione concettuale lineare: bisogna piuttosto abbandonarsi a una «scrittura sonora», nella quale il ritmo, la voce e la musicalità partecipano alla produzione del significato. Il pensiero non si presenta più come qualcosa di già cristallizzato, ma come qualcosa che deve essere ascoltato.

Il delirio si configura così come una parola aurorale, che nasce dall'oscurità, dal dolore e dalla crisi, ma tende verso la nascita di una nuova possibilità. Non è quindi il contrario della ragione in senso semplicistico; è piuttosto ciò che emerge quando la ragione discorsiva non è più sufficiente a contenere l'esperienza. Per questo può diventare il luogo privilegiato nel quale la filosofia di Zambrano incontra la poesia, il corpo, la memoria, la pietà e la relazione.

Manuela Moretti, in questo magistrale saggio introduttivo, che continua a risuonare anche nelle note ai testi zambraniani e riesce persino a dialogare con i testi proposti a corredo, dimostra una maturità teoretica che, annunciata da “La filosofia della nascita in María Zambrano” (Università degli Studi di Trento, 265 pag. 14,40 euro), è più che mai matura per una prestigiosa posizione accademica.


Chi è Manuela Moretti


Manuela Moretti ha conseguito il Dottorato di Ricerca in “Culture d’Europa. Ambiente spazi, arti, storie, idee” (curriculum Discipline filosofiche) presso l’Università di Trento e in “Scienze Religiose” (curriculum Etica, filosofia, religioni) presso l’Università della Svizzera Italiana. Traduttrice della filosofa spagnola María Zambrano, ha al suo attivo diverse pubblicazioni accademiche. Segnaliamo qui la recente monografia La filosofia della nascita in María Zambrano, prefazione di Silvano Zucal, Collana «Studi e Ricerche», 31, Università di Trento (2024 edizione online; cartacea 2025; DOI: 10.15168/11572_440403). Collabora con Presenze /Assenze, gruppo di ricerca nato in seno al Conservatorio “F.A. Bonporti” di Trento che unisce musica e creatività femminile a temi letterari, filosofici e spirituali. Sposata, vive a Como con il marito e i due figli.


Abstract in English



Primavera Fisogni’s review presents the forthcoming first volume of Filosofia della donna. Antigone e Diotima, published by Morcelliana (Brescia), as a significant contribution to the contemporary rediscovery of María Zambrano and, more broadly, to the emergence of a distinctive tradition of women’s philosophical thought. The volume brings together two fundamental works by the Spanish philosopher, The Tomb of Antigone and Diotima of Mantinea, accompanied by further writings, some of them appearing in Italian for the first time. The edition is curated and translated by philosopher Manuela Moretti, who also contributes an extensive introductory essay offering a new interpretative framework for Zambrano’s thought.

At the heart of Fisogni’s review is the originality and intensity of Moretti’s philosophical reading. Her interpretation is described as illuminating Zambrano’s work by freeing it from established interpretative layers and bringing into focus its “auroral” dimension: a form of thinking that does not seek the full light of systematic rationality, but emerges through the intermittent clarity of experience, silence, memory, embodiment and revelation. This image of the aurora, one of Zambrano’s key concepts, becomes particularly fruitful in Moretti’s reading, where birth is understood not merely as beginning but also through the notion of disnascere, a movement of coming into being that entails transformation, separation and the painful reappropriation of the self. Fisogni particularly highlights Moretti’s analysis of Antigone. Zambrano’s Tomb of Antigone is interpreted not as a simple modernisation of Sophocles, but as a philosophical rewriting of tragedy. Antigone’s tomb becomes an intermediate space in which death is suspended and transformed into a possibility of consciousness, truth and hope. Moretti’s interpretation also brings to the foreground the neglected relationship between Antigone and Ismene: rather than opposing the two sisters, Zambrano reveals a profound “sororal” bond, through which identity itself becomes relational. This reading connects the philosophical text with Zambrano’s own experience of sisterhood with Araceli, making biography, memory and philosophical reflection inseparable. The volume’s second central figure, Diotima, allows Moretti to identify a shared form of feminine wisdom. Antigone and Diotima embody a knowledge rooted not in abstract conceptuality but in the body, experience, suffering, generation and relationship. Their wisdom is therefore neither a closed system nor a merely theoretical construction: it is a transformative form of knowing, capable of accompanying life and bringing new possibilities into being.

Especially original is Moretti’s treatment of delirium. Rather than understanding it as a loss of reason, she reads it as another mode of access to truth: a form of language that appears when discursive rationality reaches the limits of what it can express. In Antigone and Diotima, delirium becomes an auroral word emerging from darkness, grief and crisis, while opening toward a new intelligibility. It is precisely at this threshold that philosophy encounters poetry, the body, memory, compassion and relation. Fisogni ultimately presents Moretti’s work as a mature and innovative philosophical achievement. Her dual role as scholar, curator and translator enables an unusually intimate engagement with Zambrano’s Spanish and with the conceptual, poetic and biographical textures of her writing. The volume thus inaugurates not simply an edition of two major works, but a broader intellectual project: the articulation of a Philosophy of Woman emerging from Zambrano’s writings, in which feminine experience, relationality, embodiment, birth, suffering and mediation become sources of philosophical knowledge. (The Editor)

 
 
 

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